“Il poeta e la farfalla” di Dante Maffia, Lepisma – 2014 – letto da Marco Onofrio

Il poeta e la farfalla copertinaDante Maffia è un instancabile maratoneta della poesia: continua a produrre centinaia di versi, senza preoccuparsi o temere di esagerare, di strafare, di diventare inviso agli asfittici poeti che cercano affannosamente di trovare una parola tra i sassi della spiaggia. Alcuni critici storcono il naso dinanzi all’abbondanza e alla ricchezza del dettato di Maffia, e magari non si affacciano neppure nelle sue pagine. Fanno male, perché Maffia è sempre teso – come pochissimi altri poeti contemporanei – a raccogliere sensi e misure, per approssimazioni, dei termini entro i quali è racchiusa l’esperienza umana, da cui ricava nessi illuminanti che non restano mai sospesi alla vaghezza dell’indicibile, ma scavano nel mistero attraverso la concretezza di una parola che si fa carne. Piccola, doverosa premessa per dire che questo nuovo libro (il cinquantatreesimo totale di un percorso cominciato quarant’anni fa), ha una mole di oltre cinquecento pagine, ma neppure una che sia inutile o ripetitiva: Maffia ha saputo tessere una tela lunga e articolata di riferimenti, anche letterari, oltre che umani, dentro i quali il gioco dei travasi si specchia allargando “la barriera semantica” del dettato, per citare un suo libro di critica letteraria uscito alla fine del secolo scorso.

 

Il poeta e la farfalla (Roma, Lepisma, 2014, pp. 502, Euro 22) è una storia d’amore, un tuffo e uno sprofondamento nella psiche di un uomo, già in età avanzata, e una donna di cui non si specifica l’età ma che sembra più giovane di anni. Ogni cosa viene detta senza sotterfugi, con la limpidezza di una confessione che non ha nulla di prettamente diaristico. Certo, il poeta annota, si analizza, analizza, scommette, rincorre i nuovi sensi che la donna gli offre durante gli incontri, ma non dà niente per scontato e comunque attribuisce ad ogni minimo gesto e a ogni parola una determinazione che sembra nascere da lontani avvisi di mutazioni. Scrive Maffia: «Nel giro di poche ore / trascorrono millenni» (p. 81), e comprendiamo immediatamente che il tempo non esiste, che ogni rapporto si è stabilizzato su onde che non riconoscono la notte, il giorno, le ore che se ne vanno nello scandire degli orologi: «Adesso agisco io, / sono io adesso / il motore del mondo, / la distesa bianca di neve / che si scioglie / vola verso i letti delle fiumare» (p. 245).

 

Dante Maffia non è comunque nuovo all’argomento “amore”. A parte le liriche che possiamo trovare sparse nel suoi libri, fin da Il leone non mangia l’erba, del 1974, ha pubblicato Canzoni d’amore, di passione e di gelosia e Ultimi versi d’amore, con la consapevolezza che il “motore del mondo” pulsa nel cuore degli uomini, soprattutto quando sono illuminati e spinti dal desiderio di vivere l’incanto negli abbracci. Un motivo quasi ossessivo, che si scioglie in pietre preziose, ogni volta, proprio perché egli sa entrare nella carne viva del senso amoroso per trarne indicazioni che vanno al di là dell’occasione e rivelano il percorso umano. Un esempio mirabile? “La felicità”: «La cercano tutti / affannosamente, straziandosi, / affannandosi fino a sanguinare. / La cercano e non sanno / d’averla in tasca, a volte, / perché non è mai lontana. // Io ce l’ho e ne ho consapevolezza: / so che mi ami, / che esisti. / E posso guardare il cielo / mentre lo solcano le rondini, / mentre l’azzurro si abbandona all’estasi. // Ecco: questa è la felicità, / sapere che qualcuno, anche lontano, / se ascolta un suono di passi pensa a te, / essere certi d’abitare un cuore» (p. 299).

 

Sappiamo però che gli argomenti in poesia sono comunque secondari rispetto alla scrittura. Dante Maffia, in questo caso, proprio perché estremamente conscio del rischio che può far correre un argomento arci-abusato come l’amore, compie un’operazione quasi avventata e si lancia nella ressa delle anime innamorate per trarne il miele dolceamaro delle promesse, degli incontri, degli abbracci, delle tenerezze. Le pagine, così, vanno riempiendosi di fuochi d’artificio, perché ciò che pareva luogo comune abusato e sfruttato, addirittura materia di canzonetta, riacquista all’improvviso una fioritura completamente nuova, lucidata da ogni ruggine letteraria, emendata da ogni incrostazione. Credo che una simile scommessa (come altrimenti chiamarla?) Maffìa l’abbia potuta lanciare con disinvoltura, e vincerla, perché egli possiede in sommo grado la conoscenza della vita e del verso. Lo ha già dimostrato in diverse occasioni, e soprattutto nel recente IO. Poema totale della dissolvenza (Roma, EdiLet, 2013) in cui c’è addirittura quasi uno “sfoggio” tecnico, la dimostrazione di poter disporre di qualsiasi forma poetica con perizia e competenza straordinarie. Qui, invece, lo “sfoggio” è in direzione del sentimento più alto e completo della vita, l’amore, che viene setacciato e analizzato in profondità, vissuto e innalzato al cielo, goduto e osannato come una luce che apre tutte le porte del passato, del presente e dell’avvenire: «Amarsi come s’amano i bisbigli / del cielo quando annotta / o quando sbadigliano gli scogli / al primo sole; / aprirsi alla tenerezza quando / sembra che i sogni siano libellule / sbandate, / delle fessure, dei risvolti, delle macchie, / degli scampoli e delle liturgie, / dell’effimero che sa cantare / apertamente / e cancellare il male» (pp. 391-392).

 

E poi, anche, l’amore come arma che conduce alla verità e al bene, alla dirittura etica e al sublime. Non bisogna mai cercare, in un volume di poesia, una qualche indicazione verso la dirittura del senso; ma se si tratta di dirittura di sensi nuovi io azzardo, come in questo caso. Credo infatti che Maffìa, attraverso l’amore, abbia voluto indicarci una strada che porta alla “radura del mistero” da cui è possibile trarre indicazioni di eternità:

Se un giorno te ne andrai
così come sei venuta
non pensare a una beffa del destino,
ma a un’esigenza del sogno. 

………..

Ma non credere
che resterò a braccia conserte;
perdere il caldo delle tue cosce
mi farà commettere un delitto (p. 351).

Una lezione di bellezza, di purezza, di civiltà dell’amore di cui il mondo, oggi più che mai, avrebbe tanto bisogno. E ogni cosa, anche la più profonda, è detta – come sempre in Maffìa – con la semplicità più assoluta e naturale: con, direi, una sorta di innocenza che fa di questo libro un vademecum specialissimo per chi volesse vivere l’ardore del sentimento a una temperatura alta, lasciandosi coinvolgere senza mai cadere, tuttavia, nei meandri di un sogno confuso:

Torna a lei, parola.
E tu, cuore mio, continua a battere
come sempre.
Senza ansie o paure.
Lei non è di quelle farfalle
che si sfarinano
sul primo spino di ginestra;
lei è tempesta e fuoco di vulcano,
vino in botte di rovere,
tentazione perenne (p. 477).

 

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1 commento
  1. Grazie, Marco Onofrio, per questa splendida recensione all’ultima “creatura” di Dante Maffia, la stavo aspettando. Quando ho saputo dell’uscita del libro non mi sono stupita affatto ma non immaginavo si trattasse di un volume così consistente, non a così breve distanza di tempo da “IO poema totale della dissolvenza”. Benchè lo avessi profetizzato nella modesta nota di lettura postata sul mio “blogghino” :
    (“Nella sua recensione al Poema, Giorgio Linguaglossa ipotizza che questa potrebbe essere l’opera conclusiva di questo poeta così incredibilmente prolifico, la sua ultima “bomba”. Io, invece, non mi sorprenderei se fra qualche anno uscisse il Poema della dissolvenza parte II, summa di tutte le altre vite di Dante Maffia”).
    Gli assaggi che ci proponi sono splendidi, è davvero incredibile.

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