La settimana dell’amore: l’Ottocento

800

Bisogna dunque che questo libretto
dove l’amore canta speranzoso,
ti trovi sofferente in questo giorno,
te, per cui soltanto voglio vivere?

Bisogna che al momento benedetto
questo male terribile ti abbia
sottratta al mio amore spaventato,
tenendomi lontano dal tuo letto?

Ma infine, perchè sorridere ancora,
dopo che la tempesta è terminata,
l’avvenire, con la fronte incoronata
di fiori che un gioioso sole indora,

speriamo, amica mia, sì, speriamo!
Già! E coloro i quali son felici
in questa vita, presto invidieranno
noi che finalmente ci ameremo.

Paul Verlaine

*
Nella sala da pranzo bruna, profumata
D’un sentore di frutta e di vernice, prendo
Comodamente un piatto di non so qual pietanza
Belga, e mi lascio andare dentro alla sedia immensa.
Mangiando, lieto e calmo, ascolto l’orologio.
Si apre con un colpo di vento la cucina,
– Ed ecco venire, chissà perché, la serva,
Spettinata con arte, scialle sfatto,
E con ditino incerto sfiorandosi una guancia,
Velluto biancorosa di pesca, e atteggiando
A smorfia quella sua bocca infantile,
Per meglio accomodarmi dispone intorno i piatti;
– E poi, così, – ma si, voleva un bacio,-
Pian piano: “Senti, dice, ho una freddo alla guancia…”

Arthur Rimbaud

*
Sai che non posso sapere
– ciò che fai –
Devo immaginare –
Quante volte sei in pena per me – oggi – Confessa –
Quante volte a causa della mia lontananza
Gli occhi arditi si velano –
Ma immagino che l’immaginare ferisca –
I miei – sono così offuscati! Troppo vago – il volto –
Che il mio – così paziente – nasconde –
Troppo lontana – la forza –
Che avvolge la mia timidezza –
Spaventando il Cuore –
Come i suoi cangianti volti –
Tormentano il desiderio –
Questo – solo – può bastare!

Emily Dickinson

*

Volevo appenderla a un muro della stanza.
Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.
Non la metto in un quadro questa foto.
Dovevo conservarla con più cura.
Queste le labbra, questo il viso…
ah, per un giorno solo, per un’ora
solo tornasse quel passato.
Non la metto in un quadro questa foto.
Mi fa soffrire vederla così guasta.
Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi…
una parola, o il tono della voce…
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

Costantino Kavafis

*

Dammi il supremo coraggio dell’amore,
questa è la mia preghiera:
di agire,
di soffrire,
di lasciare tutte le cose
o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi,
onorami con il dolore,
e aiutami a rialzarmi
ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell’amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita
nella morte,
alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta
nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore,
che accetta l’offesa
ma disdegna di ripagarla con l’offesa.
Dammi la forza di Amare sempre e ad ogni costo.

Khalil Gibran

Nel tempo, in cui piú non ti nominavo
di buona argilla io feci un turibolo
e vi nascosi la fiamma che ardeva
un dí per te, sí che si conservasse.
Dalla vampa arrossì lutto tremando
il turibolo, ma non si spezzò.
Del mio amore non si perse favilla!
Prendilo ora e che sacro ti sia.

Ricarda Huch

*

Quando mì parto da te
il mondo batte sordo
come un tamburo afflosciato.
Io chiamo il tuo nome contro le stelle protese
e grido entro i crinali della notte.
Le strade avanzano rapide
una dopo l’altra,
s’inseriscono fra te e me,
e le lampade della città mi trafiggono gli occhi
cosí non vedo piú la tua faccia.
Perché lasciarti,
andarmi a ferire contro gli spigoli aguzzi della notte?

Amy Lowell

*

E passata la gaia ragazza,
svelta e vispa come un fringuello:
con in mano una rosa di guazza,
ed in bocca un suo fresco stornello.

Ella è forse la sola nel mondo
che darebbe il suo cuore al mio cuore:
e che il buio in cui vivo, profondo,
con un bacio farebbe splendore.

Ma la mia giovinezza è già via…,
Ti saluto, miraggio fugace!
Oh! Profumo, fanciulla, armonia,
non son piú che un ricordo mendace.

Gerard De Nerval

*

L’AMORE DELLA MIA BELLA

L’amore della mia bella è sull’altra riva.
Un braccio di fiume sta tra noi
e il coccodrillo si tiene sul banco di sabbia.
Entro nell’acqua, cammino sopra i flutti.
Potente è il cuore mio sull’onde
e l’acqua è come terra pei miei piedi,
tanto forte mi rende l’amor suo:
per me fa l’incantesimo sul fiume.

Anonimo egiziano

*
Tornami a mente il dì che la battaglia
D’amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!
Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
Io mirava colei ch’a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi.
Ahi come mal mi governasti, amore!
Perchè seco dovea sì dolce affetto
Recar tanto desio, tanto dolore?
E non sereno, e non intero e schietto,
Anzi pien di travaglio e di lamento
Al cor mi discendea tanto diletto?
Dimmi, tenero core, or che spavento,
Che angoscia era la tua fra quel pensiero
Presso al qual t’era noia ogni contento?
Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
Ti si offeriva nella notte, quando
Tutto queto parea nell’emisfero:
Tu inquieto, e felice e miserando,
M’affaticavi in su le piume il fianco,
Ad ogni or fortemente palpitando.
E dove io tristo ed affannato e stanco
Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
Rotto e deliro il sonno venia manco.
Oh come viva in mezzo alle tenebre
Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
La contemplavan sotto alle palpebre!
Oh come soavissimi diffusi
Moti per l’ossa mi serpeano, oh come
Mille nell’alma instabili, confusi
Pensieri si volgean! qual tra le chiome
D’antica selva zefiro scorrendo,
Un lungo, incerto mormorar ne prome.
E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
Che dicevi, o mio cor, che si partia
Quella per che penando ivi e battendo?
Il cuocer non più tosto io mi sentia
Della vampa d’ amor, che il venticello
Che l’aleggiava, volossene via.
Senza sonno io giacea sul dì novello,
E i destrier che dovean farmi deserto,
Battean la zampa sotto al patrio ostello.
Ed io timido e cheto ed inesperto,
Ver lo balcone al buio protendea
L’orecchio avido e l’occhio indarno aperto,
La voce ad ascoltar, se ne dovea
Di quelle labbra uscir, ch’ultima fosse;
La voce, ch’altro il cielo, ahi, mi togliea.
Quante volte plebea voce percosse
Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
E il core in forse a palpitar si mosse!
E poi che finalmente mi discese
La cara voce al core, e de’ cavai
E delle rote il romorio s’intese;
Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
Strinsi il cor con la mano, e sospirai.
Poscia traendo i tremuli ginocchi
Stupidamente per la muta stanza,
Ch’altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
Amarissima allor la ricordanza
Locommisi nel petto, e mi serrava
Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.
E lunga doglia il sen mi ricercava,
Com’è quando a distesa Olimpo piove
Malinconicamente e i campi lava.
Ned io ti conoscea, garzon di nove
E nove Soli, in questo a pianger nato
Quando facevi, amor, le prime prove.
Quando in ispregio ogni piacer, nè grato
M’era degli astri il riso, o dell’aurora
Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.
Anche di gloria amor taceami allora
Nel petto, cui scaldar tanto solea,
Che di beltade amor vi fea dimora.
Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,
E quelli m’apparian vani per cui
Vano ogni altro desir creduto avea.
Deh come mai da me sì vario fui,
E tanto amor mi tolse un altro amore?
Deh quanto, in verità, vani siam nui!
Solo il mio cor piaceami, e col mio core
In un perenne ragionar sepolto,
Alla guardia seder del mio dolore.
E l’occhio a terra chino o in se raccolto,
Di riscontrarsi fuggitivo e vago
Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:
Che la illibata, la candida imago
Turbare egli temea pinta nel seno,
Come all’aure si turba onda di lago.
E quel di non aver goduto appieno
Pentimento, che l’anima ci grava,
E il piacer che passò cangia in veleno,
Per li fuggiti dì mi stimolava
Tuttora il sen: che la vergogna il duro
Suo morso in questo cor già non oprava.
Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
Che voglia non m’entrò bassa nel petto,
Ch’arsi di foco intaminato e puro.
Vive quel foco ancor, vive l’affetto,
Spira nel pensier mio la bella imago,
Da cui, se non celeste, altro diletto
Giammai non ebbi, e sol di lei m’appago.
Giacomo Leopardi

6 commenti
  1. Se non avessimo amato

    Se noi non avvessimo amato,
    Chi sa se quel narciso avrebbe attratto l’ape
    Nel suo grembo dorato,
    Se quella pianta di rose avrebbe ornato
    Di lampade rosse i suoi rami!
    Io credo non spunterebbe un foglia
    In primavera, non fosse per le labbra degli amanti che baciano.
    Non fosse per labbra dei poeti che cantano.

    Oscar Wilde

    Chiedo venia per questa mia intrusione, ma pensavo che anche Oscar Wilde meritasse un posto tra i grandi poeti dell’ Ottocento. Più famoso, sicuramente, per le sue opere altamente ironiche, è stato però un poeta sottile, delicato e capace ancora di amare, nonstante il mondo avesse cercato di impedirglielo.

  2. Trovo che, finora, in questa “settimana dell’amore” siano stati proposti testi di grande valore e interesse.
    Complimenti per la scelta!
    Pasquale Balestriere

  3. Concordo con Pasquale Balestriere. Sono tutti testi eccellenti.
    E’ vero che vi sarebbero altri poeti d’amore degni di queste pagine, ma proprio le pagine sono “tiranne” e obbligano a esclusioni dolorose.
    Giorgina Busca Gernetti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...