Zbigniev Herbert “Orologio rosso” Inedito trad. Donata De Bartolomeo

herbert (1)orr450
Orologio rosso.

Le lancette indicano le due direzioni del tempo.
Ieri soffiava il vento del nord. Un vento
che avevo già incontrato.
«Buongiorno Maestà».
Lentamente la porta si è aperta.
Ho avvertito il fruscio serico della tigre.
«Musica!», ha detto senza guardarmi.
«Suoni pure qualcosa, al violino».
«Non sono capace», ho risposto,
«Non ho mai suonato il violino».
«Che sciocchezza!», ha replicato la tigre
mentre sorseggiava il caffè.
«Vada alla finestra e suoni!».
Fu così che andai alla finestra e suonai.

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1 commento
  1. Le lancette indicano le due direzioni del tempo.
    Ieri soffiava il vento del nord. Un vento
    che avevo già incontrato.
    «Buongiorno Maestà».
    Lentamente la porta si è aperta.
    Ho avvertito il fruscio serico della tigre.
    «Musica!», ha detto senza guardarmi.
    «Suoni pure qualcosa, al violino».
    «Non sono capace», ho risposto,
    «Non ho mai suonato il violino».
    «Che sciocchezza!», ha replicato la tigre
    mentre sorseggiava il caffè.
    «Vada alla finestra e suoni!».
    Fu così che andai alla finestra e suonai.

    Anche di questa poesia di Herbert tenterò una parafrasi commento. Leggiamo i primi tre versi:
    Le lancette indicano le due direzioni del tempo.
    Ieri soffiava il vento del nord. Un vento
    che avevo già incontrato.
    Il primo verso ci introduce, da subito, nella dimensione bipolare del Tempo. Il Tempo si biforca in due direzioni. E noi sappiamo che ogni direzione è una dimensione. Ma il testo non ci dice altro. Però è chiaro dal prosieguo della lettura che le due direzioni non sono il passato e il presente ma che si tratta di due dimensioni compresenti nella dimensione del Presente. «Il vento del nord» è una metafora plurima che introduce un altro elemento degno di considerazione: un negativo «che avevo già incontrato». La poesia procede per ellissi e per salti, in accelerazione, fino alle parole pronunciate dal Negativo: «Buongiorno Maestà». Dunque, c’è un personaggio (misterioso) che viene appellato nientemeno che con l’appellativo di «Maestà». Non si dice altro se non che chi racconta ci dice che «ho avvertito il fruscio serico della tigre». Ecco un’altra metafora universale: la personificazione dell’Altro, del diverso, della non-identità che fa ingresso nel Presente della poesia. Il misterioso convenuto pronuncia una sola parola: «Musica!». E la risposta di chi racconta l’evento è semplice nella sua drammaticità: «Non sono capace» «Non ho mai suonato il violino». Dunque, adesso sappiamo che chi parla è un musicista, un musicista che non sa suonare lo strumento supremo dell’arte virtuosistica: il violino. Ma la risposta negativa del musicista non scoraggia il Convenuto il quale si lascia sfuggire una frase irata: «Che sciocchezza!», per aggiungere subito dopo: «Vada alla finestra e suoni!». E qui si compie un miracolo (in negativo) il musicista che aveva dichiarato di non saper suonare il violino va alla «finestra» e suona. Ma perché il musicista suona davanti alla finestra e non in un altro posto? Dobbiamo credere che il punto preciso dove il musicista suona sia stato scelto a caso? Dobbiamo credere che Herbert abbia scelto un luogo come equivalente di un altro? Ritengo di No. Il luogo non è casuale. È un luogo inevitabile. La «finestra» è il luogo che ci pone di fronte al mondo; il musicista può suonare il violino soltanto se sceglie di suonare in quel preciso luogo e non in un altro. Soltanto così si compie il miracolo. Ma è un miracolo del Negativo, una potestà che il Negativo concede al musicista affinché egli possa suonare il violino.
    La poesia parla di se stessa: la poesia (la musica) può apparire soltanto se accetta di confrontarsi con il mondo, altrimenti è ciarla, chiacchiera.

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