Cinque poesie di Fernando Lena da “Black Sicily” ArcipelagoItaca – 2020, nota di Francesco Tomada

download“A guardare / questa strada dall’alto / non si vedono polvere e ossa”: la lettura di Black Sicily, la nuova raccolta di Fernando Lena che vede la luce a oltre tre anni di distanza da La profezia dei voli (Archilibri 2016), mi ha richiamato alla mente i versi – quelli d’apertura di questo mio testo – di una canzone meravigliosa di Cesare Basile, Sotto i colpi di mezzi favori, canzone in cui l’autore catanese descrive con pennellate impressioniste la realtà estremamente complessa della Sicilia. Anche Fernando Lena racconta una Sicilia drammatica, fatta di piccoli paesi, di una provincia lontana dai grandi centri, ma lo fa dal basso, da dentro, con una vividezza di toni e colori tale da renderne tangibili i sapori, gli odori, gli oggetti. In questo senso l’approccio di Lena è decisamente non-poetico, in quanto privilegia – come è sempre accaduto nella sua scrittura – l’adesione alla realtà piuttosto che un distacco letterario: i luoghi sono strade, piazze, cortili, ma anche bar, parcheggi, ospedali, cioè gli stessi luoghi dove accade di vivere e a volte di morire. Al di là della qualità della scrittura, che si traduce in un linguaggio teso e vivido ma non privo di epifanie sorprendenti e di dolcezze improvvise, quello che ancora una volta stupisce e impressiona nella poesia di Fernando Lena è il suo valore di verità. È infatti una poesia che non ha paura di sporcarsi le mani, di parlare di pizzo, di lampioni crivellati, di killer e di vittime, come se dapprima volesse disegnare una scena e poi, uno ad uno, inserire in quella scena i suoi protagonisti. Si tratta quasi sempre di persone dolenti, che esprimono il loro sforzo non soltanto nello stare nel mondo ma soprattutto in questa piccola e peculiare parte di mondo che è la Sicilia, a cui in molti casi dimostrano un attaccamento irreversibile (“a furia di mettere radici / aggiungiamo un po’ di morte”). Eppure si tratta di una terra che appare imprigionata nel proprio tessuto sociale (e mi torna in mente ancora Basile: “non le vedi le schiene spezzate / sotto i colpi di mezzi favori / i signori seduti al caffè / consumare il diritto di pochi”) dove chi cerca di tracciare una propria strada viene a ritrovarsi spesso dalla parte dei perdenti, quindi a fare i conti con una sconfitta che si concretizza nella solitudine dell’omosessuale, nel disorientamento del tossico in fila al Sert o più tragicamente in quell’atto di amore eccessivo e ingestibile verso la vita che è il suicidio.

Francesco Tomada

 

I

(la piccola città)

La piccola città ha orme di infradito,
sputa flash sui cornicioni
per la posa disincantata di un colombo
o per quel modo di tracciare l’aria
di una rondine, e sarebbe
una parola leggera la nostra
se di tutto quel passato
lasciassimo le cicatrici alle pietre,
eppure riprendiamo la voce
nel trambusto di una moto-ape carica di pane
e mentre cerco di indicarti
da dove proviene quell’odore di fritto
hai già in gola il dono
di un dolce alla ricotta.
L’altro volto di una terra spietata
è forse la dolcezza di poterla tenere in bocca
con tutto il suo dolore velato
e i suoi canditi di demoni e cristi.

 

IX

(la quadratura)

Mentre la quadratura non cambia,
una cella, un mandante, la parola
scritta sul fiato dell’intonaco,
rimani a sognare del passato la violenza
e quel dire com’è importante
terrorizzarla la vita già in caduta
la mattina, tra i resti del cielo
e cielo! Con quella esclamazione
ascoltare i venditori ambulanti
perdersi nella bilancia
gli impiegati nel traffico
i tossici in fila al Sert
tuo figlio sul bus della scuola
ormai senza un padre
perché loro a volte i padri
decidono di essere
le braccia inutili di un male
che non avrà un corpo, il corpo di Cristo.

 

XIV

(Ipercoop)

Qualche volta devastato dal calore
ami fermarti in uno di quei centri commerciali
a misurare la solitudine su uno
di quegli scaffali, eppure quel cercare
non allunga il tempo del tuo
vanificare i vizi alle ghiandole,
tra fegato e pancreas ahimè
lo scirocco arriva sempre così
come un tumore araldico
e all’improvviso è nel luogo
in cui stai morendo di una morte in affitto.

 

XXVIII

(treni)

I treni avevano infinite voci
abbandonate in uno scalo,
e qualche volta ci dormivi
pure con quei clochard
disorientati come quel ragazzo
che aveva attraversato una lingua di mare
per rimanere con quell’accento
del piccolo marinaio naufragato nell’LSD.
Oceani e oceani di mostri
dalla parola dilatata
mentre il tuo continente
era un precipizio di caos.

 

XXXV

La granita al mattino d’estate
che non fosse una bestemmia
lo sapevi anche tu
perché c’è qualcosa di sacro
nell’inzuppare il sole nel bicchiere,
Dio è lì con i brividi
nel cuore della barista,
ma quel giorno era più latitante
del nostro amico provetto killer:
un agguato e un padre morto
davanti agli occhi del figlio
e poi le nostre domande
mentre il sangue fluiva
come sciroppo d’amarena
tutto in quel giorno
quando senza accorgercene
la misericordia stringeva a sé
un rosario di piombo.

Fernando Lena

LENAFernando Lena è nato a Comiso in Sicilia nel 1969 dove vive e lavora. Ha pubblicato diversi libri di poesia, il primo risale al 1995 con il titolo E vola via edizioni Libro Italiano. Dopo un silenzio di quasi dieci anni ha pubblicato una piccola suite ispirata ad otto tele del pittore Piero Guccione edita dalla Archilibri di Comiso e successivamente sempre con lo stesso editore una raccolta dal titolo Nel rigore di una memoria infetta. Gli altri tre libri risalgono al 2014 per i Quaderni Dell’Ussero dal titolo La quiete dei respiri fondati edizioni Puntoacapo, e al 2016 Fuori dal Mazzo, libro d’arte (edizioni fuori commercio) e La profezia dei voli edizioni Archilibri.

 

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