Gianni Rodari, uno scrittore misconosciuto, di Maria Grazia Ferraris

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Gianni Rodari, Omegna, 1920 – Roma, 1980

Del Rodari “segreto”, quasi sconosciuto quando non si parla di lui come autore per l’infanzia, fanno parte i ricordi personali e affettivi che si mescolano con la storia della miseria della vita quotidiana di fine secolo nei nostri paesi dell’Italia settentrionale – Omegna e Gavirate – con l’emigrazione in atto e col ricordo dei primi moti socialisti della Lombardia, del 1898. Si intrecciano col ricordo dei genitori, e con la nascita della sua stessa vocazione di scrittore:

A sette anni mia madre andò a lavorare in una cartiera, non lontano da Gemonio, dove è nata e dove la conoscevano come la figlia della… A dieci anni andò a lavorare in una filanda della Valcuvia. A quei tempi le bambine facevano anche i turni di notte. Se lavoravano di giorno, di notte dormivano in filanda sui pagliericci. Tornavano a casa il sabato sera, cantando per la strada le litanie della Madonna …A tredici anni andò a servire in casa di signori. Servì in molte famiglie, in Italia e in Francia, per più di vent’anni…Mio padre era un garzone panettiere, a Intra, a Piedimulera in Piemonte. Poi mise su un forno a legna per conto suo, si sposò… mia madre aveva allora trentotto anni. Di politica mio padre non s’intendeva. Ma suo fratello era scappato in Svizzera dopo i moti del 1898: era un socialista, e allora si dava la caccia ai socialisti. Mio padre non era un socialista, ma aveva lavorato abbastanza sotto i padroni: così non fu fascista…

Il padre morì sul finire degli anni ’20. Rodari lo ricorda in vari modi, il più melanconico è un componimento poetico pubblicato postumo da Einaudi. È un ricordo che affiora involontariamente dopo un viaggio nell’URSS del ’79, dove si era recato per studiare il mondo infantile di quella vasta regione e si concentra in un grumo di dolore e di ricordi personali felici, finiti troppo presto. L’atto spontaneo dei piccoli ospiti che gli offrivano un pane appena sfornato come atto di amicizia lo ricondusse per analogia al lontano ricordo paterno ed al suo umile lavoro:

Oggi ho rivisto mio padre…./ Ho visto d’improvviso,/ mio padre bambino,/
lontano da casa, diviso dai suoi,/ operaio di otto anni in un forno/
tra le dure montagne dell’Ossola. Io l’ho riconosciuto nei bimbi sorridenti/
che mi offrivanodanzando il pane/ della festa d’autunno,/
mi ha chiamato per nome dalla cupola dorata/
di quel grande, bellissimo pane: così sogna il pane chi ha fame/
e solo in sogno ne sente il profumo. Era contento, mio padre, e cantava/
con le acute voci infantili/ come non l’ho mai udito cantare quando era in vita/
Nel mio cuore batteva forte il suo.
Grazie, amici, per il dolce pane,/per i ricordi dolci e amari,/
per mio padre bambino/ solo con la sua fatica/
a impastare nel dolore/ il pane degli altri.

A cento anni dalla nascita Gianni Rodari è entrato definitivamente nella letteratura come e come giornalista della sinistra storica italiana.Due definizioni veritiere, ma limitate, riduttive, che non ne rispettano la complessità umana e culturale. E’ giunto il momento di rileggere i suoi libri, dare loro una nuova punteggiatura, mettersi dal punto di vista del lettore adulto, cui Rodari parla continuamente, anche quando sembra rivolgersi solo ai piccoli, per indagare chi fosse davvero G. Rodari scrittore, quali i suoi desideri, le sue aspirazioni, i suoi affetti. Rodari in prima persona poco parla di sé. Silenzioso, riservato, poco si concede e poco racconta. Forse l’avrebbe voluto fare verso la fine della sua vita, quando dopo le poesie uscite su Il Caffè, nel ’68, manifestava qualche timida intenzione, di pubblicare poesie per adulti, svelando il suo “amore segreto” per la poesia, col suo umorismo disincantato. L’umorismo è una maschera graziosa, bonaria e arguta, dietro la quale si celano i suoi dubbi severi, i suoi problemi esistenziali e filosofici, le utopie che ha continuato a corteggiare, i paradossi surreali che aprono la strada al metafisico, la sua coltivata modestia, da schivo pensatore. Anche nella attività di giornalista, l’attività che ha praticato tutta la vita, e nelle maschere sotto le quali si nasconde –Calepino, Cipollino,Candido,… Benelux– compare il suo ritratto più sorridente ed autentico. Benelux, di Paese Sera:

Sposato, con prole, umori e malumori suoi, di mezza età, ma non insensibile al modo di vedere dei giovani. Impolitico, ma non apolitico. Di sinistra, ma non dogmatico. Plebeo, ma non qualunquista. Capace di arrabbiarsi e capace di ridere. Senza peli sulla lingua, ma bonario. Sincero, ma non fazioso. E’ sempre lui, sempre uno che fa repubblica per conto suo, sempre uno che pensa con la sua testa, ma, proprio perché pensa, capace d’imparare da quel che vede e da quel che succede… Quel che conta è lui, il CITTADINO BENELUX, che è poi, fondamentalmente, più che un giornalista, un lettore di Paese Sera: un italiano senza orecchini al naso, che crede nell’intelligenza e nella passione degli altri italiani e crede anche, nonostante tutto, nel futuro di questo paese che per lui è e rimane, al di là di ogni dubbio, il più bel paese del mondo”.

Ma è la poesia il terreno vero dell’originalità di Rodari: la difficoltà di incontrarla prima di tutto, sfugge continuamente, si nasconde, si trasforma, si consuma…, diventa una sconosciuta…:

“Sono un uomo senza passato /e me ne infischio del mio passato/
il mio passato è una bambina/ di sette anni che andava in cartiera/
e che io ho chiamato madre/ nel mio passato c’è un uomo/
che ha impastato milioni di pani/ e che io ho chiamato padre../
la sua docile morte…io amo il mio passato… io sono il mio passato…
me ne infischio del mio nome/ posso perdermi senza rimpiangermi…/
come si perde il sole ogni sera come si perdono le parole/
con cui si finge di vivere/ di essere un tale, quel tale, questo tale, questo stronzo.”

Rodari lo sa bene, la poesia è una cosa seria. La poesia può perfino, con la sua carica di sogno e utopia, cambiare il mondo.
“Ha da essere un poeta/ sulla Luna ad allunare”/
A sognar i più bei sogni…. sa sperare l’impossibile…. fate largo ai sognatori!”

Ne ribadisce la forza nella storia fantastica di Un Pianoforte a vela che unisce paradossalmente il fascino dello strumento musicale, antisentimentale e affamato d’ideale, con la leggerezza della vela che corre veloce e leggera sul mare: è l’allegoria della pesantezza e arretratezza della cultura ufficiale, che non sa alzare una ideale bandiera, ma solo rafforzare le pesanti difese. La poesia, nel paradosso fantastico, salva se stessa allontanandosi nel sole, armata solo di dissonanze a lunghissima gittata.

“C’era una volta un pianoforte a vela/ che navigava di porto in porto,
sempre sul mare, vivendo di musica e di pesca,
strumento di marea e non privo di ancora,…
Tali principi inevitabilmente gli valsero
l’odio di numerosi pianisti battenti ogni sorta di bandiere,
non c’è da stupire… apprendendo che essi organizzavano
una flotta di corazzate e incrociatori,…
allo scopo di colare a picco il pianoforte a vela….
Che alla fine vittorioso… si allontanò verso il sole
seguito da delfini elettronici e concerti in un mare finalmente mal temperato.”

La poesia: un grande amore coltivato segretamente:

“Amore segreto/ segreta purità/ come un fiume interrato
che per grotte d’abissi/ sotto il suolo scorrendo
un giorno eromperà, vedrà la luce/ e la specchierà cantando fra le rive
e ora è un buio gorgoglio/… così per anni tu e me poesia
terribile parola/ segreta nobiltà della mia vita
forza che turba i giorni più tranquilli/ che incrina i vetri delle centostanze
gli avvenimenti quotidiani/ e il suo grido imperioso e misterioso
erompe improvviso,/ a te si deve obbedire/ cedere il passo all’onda che si gonfia
…sorgi e cammina,/ chiama, riannoda il filo ininterrotto”.

Il tema della memoria si carica di affettività, sia verso il paese di origine, cui dedica l’ultimo suo romanzo C’era due volte il barone Lamberto, sia verso Gavirate, la terra della sua difficile adolescenza:

Il lago d’Orta, nel quale sorge l’isola di San Giulio e del barone Lamberto, è diverso dagli altri laghi piemontesi e lombardi. E’ un lago che fa di testa sua. Un originale che, invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il Lago Maggiore, il lago di Como e il lago di Garda, le manda a nord, come se le volesse regalare al Monte Rosa… Se vi mettete a Omegna, in piazza del municipio, vedrete uscire dal Cusio un fiume che punta diritto verso le Alpi. Non è un gran fiume, ma nemmeno un ruscelletto. Si chiama Nigoglia e vuole l’articolo al femminile: la Nigoglia. Gli abitanti di Omegna sono molto orgogliosi di questo fiume ribelle e vi hanno pescato un motto che dice, in dialetto: La Nigoja la va in su/ e la legg la fouma nu.”

E Gavirate, il paese dell’adolescenza:

“L’autunno è la mia patria,/ riconosco i suoi monti/ e gli alberi di cui ritrovo i nomi./
I loro volti sereni e severi/ come per anni li ho portati in cuore senza sospetto ma non senza piangerli/oscuramente…
Questa è stata la mia giovinezza,/ questo bosco prigioniero dei suoi rami, nutrito dai suoi profondi odori,/ vivo di mille morti,/… Non mi inganno, vi amo,/
amata prigione che odiai,/ dove solo i ricordi giacciono in pace,
ricordi di ricordi, impietose menzogne/ che la pietà di me mi fabbricava
per consolarmi di un meschino rifugio”.

La sua problematica complessità e il suo difficile dubbioso rapporto con l’esistenza è riconfermato nella poesia Insiemi, dove ripropone un ritratto pensoso di sé:

Lo consolava la matematica degli insiemi.
Riflettendo sui suoi casi facilmente scopriva
di far parte di numerosi insiemi così catalogabili:
l’insieme degli uomini nati nel 1920,
l’insieme degli uomini nati nel 1920 ancora viventi,
l’insieme di tutti i nati,…
Lo entusiasmò la certezza che mai, per soffiar di venti,
sarebbe precipitato in un insieme vuoto…
Come avrebbe potuto sentirsi mai solo,/o temere per
le sue difese personali,
contemplando l’insieme di tutti gli insiemi…?
Mai vi fu un uomo più sicuro, più protetto,…
Eppure, di quando in quando, con frequenza irregolare,
non vedeva che un’immagine un po’ assurda…
Chiusa la porta di casa,/oltre a lui non v’era anima viva nelle stanze.
La notte si destava inquieto…/ pensava stancamente un insieme
che costringesse almeno i fiori finti/ a schierarsi al suo fianco
e, , si domandava, .

I temi della malinconia della vecchiaia e della morte verso la fine della sua vita lo toccano profondamente, tenta invano di esorcizzarli nelle poesie, come Il nonno, del 1980:

“E’ triste diventare piccoli/ a questo modo, tra gli sguardi ironici della famiglia.
Per loro è uno scherzo./ La cosa li mette di buon umore …
si fingono inteneriti,… A che mi servirebbe protestare?/
posso soltanto chiudere gli occhi per non mostrare una disperazione/
di cui riderebbero con indulgenza,
posso a ciascuno voltare le minuscole spalle…
sono troppo piccolo per esigere definizioni,
troppo buffo per continuare/ a farmi chiamare dottore
dalla donna a ore. Tuttosi è svolto in poche stagioni.
Ancora qualche bimestre E sarà tanto facile dimenticarmi…”.

Le poesie più autobiografiche confermano infatti oltre alla sua vena poetica, la sua ampia malinconia e solitudine:

“Io non sono che uno sforzo per esistere/ qualcosa che arranca/ nel nulla quotidiano
/ per giungere alla sponda dell’essere/ mille volte ricade/ mille volte ritenta s’arrampica
s’aggrappa/ e sa che non avrà/ se non questo tormento e sa che saperlo una volta/ non è saperlo per sempre/ bisogna imparare daccapo/ con sudore e con lacrime”.
Il suo tema finale è quello della morte: ce lo racconta in modo apparentemente giocoso nella poesia In viaggio, ma è problema ben serio:

“Noi leggevamo un giorno per diletto/ noi leggevamo un
giorno sul diretto, soli eravamo e senza alcun sospetto,…/
stolti eravamo e senza alcun concetto, saliti a Teramo senza
biglietto,…/ morti eravamo senza alcun costrutto. Sola, la
morte, in sala d’aspetto/ povera morte senza doppietto, ci fece
un cenno dai vetri e fu tutto”.

Nella sua vita si è sforzato continuamente, insistentemente di “rubare una rosa al padrone di casa”, di “respirare la sua parte di mattino /alla finestra della primavera”. Ma anche la primavera sa essere crudele.

“Pendono squarciate le ali/ dell’eucalipto non volerà più
nel cuore dei venti il grande uccello vegetale.
Ma gli è rimasto un ramo, un grido verticale:
nel silenzio sordo del mondo la bellezza non tacerà.”

Maria Grazia Ferraris

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