Cinque poesie di Edith Dzieduszycka da “Trame” Genesi Editrice

trame-604711Sotto il vestito tutto prende valore metaforico ed espressione di vita, di bellezza, abitudine, rito, sensualità, intrigo, e rete di congiunzione, con maglie che catturano prede, e il ragno al centro che freme d’impazienza. Nella splendida levità ed essenzialità della sua elegante parola poetica Edith Dzieduszycka offre uno dei suoi più incantevoli capolavori poetici, con queste Trame che sono arazzi di Aubusson, ma anche intrecci vintage di tessuti, musei delle cere, stecche di balena e più di tutto dolcissima sensualità e fremito di bellezza, di accorato amore per la fragilità e l’incanto della vita.

Sandro Gros-Pietro

 

Dal cucito
maldestro
ritorto
del non detto
tracimano invece
perlati filamenti
abbagli
malintesi
indefinite frange
da giammai sottomettere
ad accurata indagine.

*

Qualcuno ha infilato
in manica non sua
il suo braccio
Qualcuno si è introdotto
per sbaglio
forse per frode
all’interno del tempio
ove svagate stanche
avevano lasciato
sbadate sentinelle
un occhiello socchiuso.

*

Spazzata
la pianura
come mantella mossa
dai lievi fronzoli
della brezza infuocata
il nastro d’un sentiero
apriva nel chiarore
d’una luna perlacea
verso l’antro profondo
ove muggiva
cupo
il riflusso del mare.

*

Vengono danneggiate
le reti deboli
dalla preda mordace
ché distrugge le maglie
e strapazza i nodi
aprendo squarci subdoli
dai quali viscida
tenta di evadere
Perciò per ogni pesca
va tesa l’adatta rete
a misura precisa
del bersaglio prescelto.

*

Mille volte è passato
dalla cruna il filo
ma spesso con fatica
Troppo stretta la cruna
cambiato andava l’ago
che lo volesse o no
O forse troppo grosso
filo da torcere
con la lingua bagnata
la sua punta
per riuscire poi
a farlo penetrare.

Edith Dzieduszycka

1 commento
  1. Edith de Hody Dzieduszycka verso la poesia della autenticità
    di Gino Rago

    La poesia di Edith de Hody Dzieduszycka viene da lontano, una lontananza di spazio e di tempo, di geografia e di storia, di paesaggi e di vicende; abitatrice di spazi, Edith abita da poeta soprattutto le parole e la sua poesia anche in questa recente raccolta su cui la nota di Sandro Gros-Pietro icasticamente riesce a dire tanto è fatta di “parole
    abitate”

    D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.

    Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli, André Verdet e Federico Zeri), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano.
    Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, prefazione di Giampiero Mughini, Editori Riuniti, 2004. Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti. Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte, 2007. L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani. Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia. Nodi sul filo, racconti, Manni Ed., 2011. Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012. Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013. Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni di Paola Mazzetti. A pennello, poesia, La Vita Felice, 2013, postfazione di Mario Lunetta. Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Stefano Gallo e François Sauteron, 2014. Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro. Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius. Trivella, Genesi, 2015, prefazione di Sandro Gros-Pietro. Come se niente fosse, Fermenti Ed., 2016, prefazione di Paolo Brogi. La parola alle parole, poesia e prosa, Progetto Cultura Ed., 2016, prefazione di Giorgio Linguaglossa. Intrecci, romanzo, prefazione di Eleonora Facco, Genesi Ed., 2016. Dieci sue poesie sono presenti nella antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Progetto Cultura Ed., 2016.

    Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani. La maison des souffrances, de Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, préface de François-Georges Dreyfus. Le sol dérobé, souvenirs d’un Lorrain, 1885-1965, Ed. des Paraiges, préface de Jean-Noël Grandhomme, 2016.

    Una nota critica su Diario di un addio (Passigli, 2007)

    Raramente avverto nella poesia contemporanea proposta alla mia lettura un distacco netto da ogni forma d’ inclinazione all’epigonismo come succede invece in Diario di un addio di Edith Dzieduszycka.
    In questi versi, la poesia viene ricondotta nell’alveo che le spetta quale alta, sacra espressione della profondità dell’essere volta a rivelazione di verità. La poesia di Edith è leopardianamente collegata con la morte. Con la morte di Michele, il compagno d’una vita. La forza di Diario di un addio, forza non ideologica ma etica, è nella intuizione della “morte” quale punto d’incontro, d’intersecazione tra le due categorie care a Carlo Diano: la morte come evento supremo e la morte come estrema forma.
    Nella difesa privatissima, esclusiva della propria cifra stilistica personale, la Dzieduszycka lega l’esercizio poetico strettamente alla forma/evento morte, meglio, alla contemplazione della morte. Ma proprio in quest’atto Edith Dzieduszycka pone l’esperienza poetica come strumento, l’unico strumento, capace di trasformare la meditatio mortis in vittoria sulla morte.

    Rose rosse
    mi offrivi per
    i miei compleanni
    rose rosse
    ti resi

    Così Edith in Rose. Le rose come “ultima coperta” per Michele che da lei si diparte. È un gesto estetico possente, chiaro, definitivo. E’ un gesto estetico più forte della morte. “Diario di un addio” come punto di convergenza di varie poetiche (Poetica dell’oggetto, poetica dell’assenza, poetica della memoria, poetica dell’aura e dell’hic et nunc) ad elevata resa estetica per una “parola” necessaria, in grado di vibrare tra tensione ritmica, qualità espressiva, potenza simbolico-allusiva.
    Ne La Belligeranza del Tramonto (2006) di Giorgio Linguaglossa, il filosofo Ipponatte parla: «Non amate i fiori che nascono tra i fiori». Di questa massima Edith Dzieduszycka ha fatto propria l’esortazione linguaglossiana e si è sottratta a ogni tentazione epigonica.

    I versi di Edith tratti da “Diario di un addio”, che spesso partono da immagini ad intenso impatto estetico, versi già possenti di per sé, sarebbero stati avvertiti in tutta la loro portata se i lettori avessero avuto la mia stessa “fortuna”: comprendere la grandezza del destinatario dei versi: Michele Dzieduszycki, il compagno di Edith.
    Grandezza di Michele Dzieduszycki così come essa si dispiega e si rivela dal libro “Pagine sparse”, Fatti e figure di fine secolo, curato postumo dalla stessa Edith:
    La quale, scrivendo i suoi versi di Diario di un addio non ha obbedito soltanto alla sua intensa vitalità linguistica ma alla sensibilità, alla cultura, alla delicatezza del destinatario, Michele, che, da giornalista culturale, dagli anni ’60 fino al novembre del 2005, e quindi fino a quelle sei settimane che lo “consumano” irreversibilmente, ha incontrato il fior fiore della civiltà poetica, della cultura letteraria, della filosofia, ecc. non soltanto d’Italia.

    Riferendosi a questi versi di Sogno

    Sogno

    “Mi sono svegliata
    alla solita ora
    tu c’eri.
    Appena alzata
    ho preparato il caffè
    la tua droga mattutina
    abbiamo fatto colazione
    ho misurato la tua pressione
    abbiamo chiacchierato
    poi ti sei seduto
    vicino alla finestra
    con un libro in mano
    giornali sul tavolino.
    Mi sono svegliata
    alla solita ora
    Ma tu non c’eri più.”

    Giorgio Linguaglossa scrive:

    “È questo lo stile di Edith: una dizione diretta delle cose, una nominazione di oggetti che se ne stanno lì nella inappariscenza della loro presenza, quegli oggetti che ci accompagnano e che sopravvivono dopo la morte di un nostro caro, o di noi stessi. Gli oggetti allora parlano. Diventano misteriosi. Ricordano qualcuno che è stato con loro. Il loro mutismo ci parla con forza. Quegli oggetti che continuano ad essere presenti anche oltre noi stessi e la presenza dei nostri cari. Ecco, la poetessa romana ci parla degli oggetti per parlare d’altro. La sua poesia ha questo pudore: che parla d’altro, con parole laconiche, essenziali. Quando la poesia di Edith si trova a dover fare i conti con la morte, allora, a mio avviso, attinge gli esiti più alti. In fin dei conti è questa la lezione di Edith sul tema dell’«autenticità», di volerci offrire un breviario, un Tagebuch di pensieri che ci attraversano, proprio come gli oggetti che attraversano la nostra esistenza[…]”
    Dunque, secondo Linguaglossa anche una «poesia degli oggetti», questa di Edith de Hody Dzieduszycka.
    Ma di oggetti colti nel punto di convertirsi in “cose” e come tale è lecito parlare di poesia verso l’autenticità.

    (gino rago)

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