Tomas Tranströmer, autobiografia di un Nobel, a cura di Gino Rago (traduzione di Enrico Tiozzo) con stralci di poesie

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Tomas Transtromer, Stoccolma, 15 aprile 1931 – Stoccolma, 26 marzo 2015

“Cominciai le elementari alla scuola popolare Katarina Norra, dove ebbi per maestra R., una signorina nubile e molto curata che cambiava vestito ogni giorno. All’ ultima ora del sabato era solita dare a ogni bambino una caramella, ma per il resto era piuttosto severa, e fioccavano spesso tirate di capelli e sberle, anche se mai a me che ero figlio di una maestra. Il mio compito principale nel primo trimestre fu di starmene zitto e fermo nel mio banco. Sapevo già scrivere e far di conto. Passavo il tempo a ritagliare carte colorate, ma cosa ritagliassi non lo ricordo. Credo che l’ atmosfera fosse abbastanza buona nel primo anno di scuola, ma poi a poco a poco diventò più dura. Quello che faceva perdere la pazienza alla maestra era ogni turbamento dell’ ordine, ogni genere di scompiglio. Non si doveva essere irrequieti o rumorosi. E nemmeno deboli. Non si dovevano avere difficoltà inattese nell’ imparare qualcosa. In generale non si doveva fare niente di inatteso. Una bambina che se la faceva addosso per la paurae la vergogna non poteva aspettarsi nessuna pietà. Come ho detto, io ero protetto dalle punizioni corporali perché ero figlio di una maestra. Ma l’ atmosfera pesante che accompagnava i rimproveri e le minacce la pativo. Sullo sfondo c’ era il Direttore, un tipo pericoloso dal naso aquilino. La cosa più grave era finire in riformatorio, come si minacciava in particolari occasioni. Non lo consideravo come un pericolo per me personalmente, ma già il fatto in sé creava malessere. Che cosa fosse un riformatorio potevo facilmente immaginarlo, soprattutto avendo sentito il nome che si dava a uno di quegli istituti: « skrubba », cioè « Scrosta », che faceva pensare a grattugie e pialle.

Che la tortura venisse quotidianamente praticata sugli internati mi pareva evidente. Nell’ immagine del mondo che mi ero creato rientrava dunque l’ idea che ci fossero istituti speciali dove gli adulti torturavano i bambini – magari anche a morte – perché erano stati cattivi. Era terribile, ma doveva essere così. Se uno faceva il cattivo… Quando un bambino della scuola veniva portato in riformatorio e tornava l’ anno dopo, lo consideravo come resuscitato dai morti. Una minaccia più realistica era l’ evacuazione. Nei primi anni di guerra si prevedeva l’ evacuazione di tutti gli scolari dalle grandi città. La mamma marcò a inchiostro il nome Tranströmer su tutte le nostre lenzuola e varie altre cose. La questione era se sarei stato evacuato con la mamma e i suoi allievi o con i miei compagni di classe della Katarina Norra, ovvero deportato con la maestra R. Sospettavo quest’ ultima soluzione. Non ci fu nessuna evacuazione. La vita a scuola seguì il suo corso. Io non desideravo altro che le lezioni finissero per potermi gettare su quello che veramente mi interessava: l’ Africa, il mondo subacqueo, il Medioevo, eccetera. L’ unica cosa che veramente mi affascinava a scuola erano i tabelloni didattici. Li adoravo. La gioia più grande era accompagnare la maestra al deposito e tirare fuori qualche consunta tavola di cartone. Si poteva approfittarne per sbirciare anche gli altri tabelloni che erano appesi lì.

Ne facevo anch’ io di simili, entro i miei limiti, a casa. Una differenza importante tra la mia vita e quella dei miei compagni era che io non avevo un papà da mostrare. La maggior parte di loro veniva da famiglie di operai dove il divorzio evidentemente era molto raro. Io non volevo mai ammettere che ci fosse qualcosa di strano nella mia situazione familiare. Neanche con me stesso. No, io avevo un papà e anche se lo vedevo solo una volta all’ anno (in genere la vigilia di Natale), ero sempre in contatto con lui- una volta, per esempio, durante la guerra, era stato su una torpediniera e da lì mi aveva scritto una lettera divertente,e cose del genere. Mi sarebbe piaciuto far vedere quella lettera, ma non mi veniva naturale. (…) Sentivo fortemente il pericolo di essere considerato un diverso perché nel fondo di me stesso sospettavo di esserlo. Ero divorato da interessi che nessun bambino normale avrebbe avuto. Seguivo corsi facoltativi di disegno e disegnavo scene subacquee: pesci, ricci di mare, granchi, conchiglie. La maestra osservava ad alta voce che i miei disegni erano molto «speciali» e io ripiombavo nel panico. C’ era un tipo di adulti insensibili che mi indicava continuamente come un originale. I compagni in realtà erano più tolleranti. Non ero popolare, ma neanche preso di mira. Hasse, un ragazzo scuro e alto che era cinque volte più forte di me, aveva l’ abitudine di buttarmi a terra a ogni intervallo, il primo anno di scuola.

All’ inizio opponevo una fiera resistenza, ma non serviva a niente, lui mi atterrava comunque e trionfava. Alla fine trovai il modo di frustrarlo: una totale rilassatezza. Quando si avvicinava, fingevo che il mio io se ne fosse volato via e avesse lasciato soltanto un cadavere, uno straccio senza vita che lui poteva calpestare quanto voleva. Si stufò. Penso a quanto possa avere significato per me, più avanti nella vita, il metodo di trasformarsi in uno straccio senza vita. L’ arte di lasciarsi calpestare senza perdere l’ autostima. Non l’ ho usata troppo spesso? A volte funziona, a volte no. (…) Soltanto un paio di miei compagni delle elementari proseguì nella scuola media. E nessuno oltre a me fece domanda per entrare al Ginnasio Liceo Pubblico Superiore per Ragazzi di Södermalm, cioè il liceo classico di Söder. C’ era un esame di ammissione alla scuola superiore. Delle prove ricordo solo che sbagliai a scrivere la parola «particolarmente». La scrissi con due l. Da allora mi rimase un disturbo legato a quella parola che durò fino agli anni Sessanta.

Ricordo con molta chiarezza il mio primo giorno di scuola alle medie di Söder, nell’ autunno del 1942. L’ immagine che ne ho conservato è questa. Mi trovo in mezzo a ragazzi di undici anni tutti sconosciuti. Ho un nodo allo stomaco per il nervosismo, mi sento insicuro e solo. Alcuni degli altri sembrano conoscersi bene – quelli che vengono dalla scuola Preparatoria di Mariatorget. Cerco invano qualche volto familiare della scuola Katarina Norra. L’ atmosfera è in parte di oscura inquietudine e in parte di attesa e speranza.

(…) Ogni mattina tutti gli scolari si riunivano nell’ aula magna, cantavano salmi e ascoltavano la predica di uno degli insegnanti di religione. Poi si andava nelle rispettive classi. L’ atmosfera collettiva del liceo classico di Söder è immortalata nel film Spasimo (girato nel 1944, era ispirato agli anni dell’ adolescenza di Ingmar Bergman, sceneggiatore della pellicola, N.d.T.) che fu girato nella scuola in quel periodo. (…) Qualche volta accompagnavo a casa Palle. Era Palle in effetti il mio miglior amico il primo anno. Avevamo molte cose in comune: suo padre era molto assente – era marinaio – e lui era figlio unico di una mamma gentile che pareva sempre contenta di vedermi. Come me Palle aveva sviluppato un sacco di manie da figlio unico, viveva per i suoi interessi. Era soprattutto collezionista. Di cosa? Di tutto. Di etichette di birra, scatole di fiammiferi, spade, asce, francobolli, cartoline, conchiglie, oggetti etnografici e ossa.

(…) Di Palle, che è morto quarantacinque anni fa senza diventare adulto, mi sento coetaneo. Ma i miei anziani insegnanti, «i vecchi» come venivano chiamati tutti quanti, rimangono vecchi nella memoria, anche se i più anziani di loro avevano l’ età che ho io adesso mentre scrivo queste righe. Ci si sente sempre più giovani di quanto non si è. Dentro di me porto tutti i miei volti passati come un albero i suoi cerchi. La loro somma sono «io». Lo specchio vede solo il mio ultimo volto, io sento tutti i miei precedenti. Gli insegnanti che occupano più spazio nella memoria sono naturalmente quelli che creavano un’ alta tensione, gli originali più pittoreschi. Non erano la maggioranza, ma comunque molti. In alcuni c’ era un che di tragico che anche noi potevamo intuire. Una situazione di sofferenza che appariva così: io so che non potrò essere amato da queste invidiabili teste di cavolo che ho davanti, ma farò almeno in modo di restare indimenticabile! (…) Ero uno studente discreto, ma non uno dei migliori. Biologia avrebbe potuto essere la mia materia preferita. Ma ebbi un insegnante troppo particolare per la maggior parte della scuola superiore. Una volta aveva commesso qualcosa di irrimediabile, era stato ammonito e ormai era un vulcano spento. Le materie migliori per me erano storia e geografia. Avevo per insegnante non di ruolo Brännman, un giovane rubicondo, energico, con i capelli chiari e lisci che avevano tendenza a drizzarsi quando si arrabbiava, il che avveniva abbastanza spesso. Era pieno di buona volontà, mi piaceva. Scrivevo sempre temi su argomenti presi da storia e geografia. Erano sempre temi lunghi. A questo proposito ebbi modo di sentire molto tempo dopo una storia da Bo Grandien (scrittore e giornalista svedese, N.d.T. ), anche lui studente del liceo classico di Söder.

Bo diventò mio grande amico negli anni del ginnasio, ma alle medie non ci conoscevamo. Bo mi raccontò che aveva sentito parlare di me la prima volta passando vicino a un gruppo di miei compagni di classe durante un intervallo. Ci avevano appena restituito i temi ed erano scontenti dei loro voti. Bo udì l’ irritata replica: “Mica tutti possono scrivere in fretta come Tranan! (soprannome dato dai compagni a Tranströmer, significa “la gru”, N.d.T. )”. Bo aveva dedotto che Tranan fosse un tipo detestabile che bisognava evitare. Per me questa storia è in qualche modo consolatoria.

Attualmente noto per la mia scarsa produttività, ero allora evidentemente conosciuto come scrittore lampo, uno che peccava per troppa produttività, uno stakanovista della parola…

 

Tomas Tranströmer scrive:

La casa assomiglia al disegno di un bambino.
Un’innocenza sostitutiva che si è sviluppata perché troppo presto qualcuno ha rinunciato all’incarico di essere bambino. Apri la porta, entra! Qui dentro c’è inquietudine nel tetto e pace nelle pareti

*
Lontano mi capita di fermarmi davanti a una delle nuove facciate.
Molte finestre che vanno a formare un’unica finestra.
la luce del cielo notturno vi è catturata e il movimento delle chiome degli alberi.
È un luogo riflettente senza onde, innalzato nella notte d’estate.

*
Il risveglio è un salto col paracadute dal sogno.
Libero dal turbine soffocante il viaggiatore
sprofonda verso lo spazio verde del mattino.

*
È doloroso passare attraverso le pareti, ci si ammala
ma è necessario.
Il mondo è uno. Ma le pareti…
E la parete è una parte di te –
uno lo sa o non lo sa ma è così per tutti
tranne che per i bambini piccoli. Per loro niente pareti.

*
Ma non sono maschere ora bensì volti
che emergono attraverso la bianca parete dell’oblio…
emergono attraverso la parete ridipinta dall’oblio
la parete bianca
scompaiono e ricompaiono.

*
Ho trascorso la notte nella casa densa di rumori.
Molti vogliono entrare attraverso le pareti
ma i più non arrivano fin là:
le loro voci sono sopraffatte dal brusio bianco dell’oblio.
Un canto anonimo sprofonda attraverso le pareti.

*
… Qualcosa di oscuro
stava presso la soglia dei nostri cinque
sensi, senza oltrepassarla.
*
Entrammo. Un’unica enorme sala,
silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
come una pista da pattinaggio abbandonata.
Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

*
Più debole del fruscio di una conchiglia
si udivano suoni e voci dalla città
che volteggiavano nella stanza deserta,
sussurrando e cercando un potere.

*
Una musica si sprigionò
e avanzò nella neve vorticante
con lunghi passi.

*
Una musica abbozzata come dalla
forza dell’orchestra prima che lo spettacolo abbia inizio.

*
Quando l’oscurità scese io stavo quieto
ma la mia ombra batteva
sul tamburo dello sconforto.
Quando i colpi cominciarono ad affievolirsi
vidi l’immagine di un’immagine.

*
Spengono la lampada e il suo globo brilla
per un attimo prima di sciogliersi
come una compressa nel bicchiere dell’oscurità.

*
… l’anima /sfregava contro il paesaggio come una barca /sfrega contro il pontile a cui è ormeggiata.

*
Il vento procedeva lentamente come se spingesse davanti a sé/ una carrozzina.

*
Il sogno in cui il dormiente sta disteso
diventa trasparente. Egli si muove, comincia
a cercare a tastoni gli utensili dell’attenzione –
quasi nello spazio.

*
Rivivo un sogno. Che io sto in un cimitero
da solo. Tutt’intorno splende l’erica
a perdita d’occhio. Chi aspetto? un amico. Perché
non viene? È già qui.

*
Due verità si avvicinano l’una all’altra. Una viene da fuori
e là dove si incontrano c’è una possibilità di vedere se stesso.

*
La strada non finisce mai. L’orizzonte corre in avanti.

 

Ecco, da questi pochi esempi abbiamo la riprova e l’esemplificazione di quanta parte hanno l’inconscio e le sue Figure nella ricerca della poesia moderna, anzi, si può dire che la parte prevalente, la più evoluta della poesia moderna europea, ha a che fare con l’inconscio, con le sue inimmaginabili diramazioni, le sue complessità. Il senso di minaccia, il presentimento che «qualcosa» stia per avvenire che non avevamo previsto, ci turba e ci getta nell’angoscia. E l’angoscia produce spaesamento. Il tema della «finestra» quale luogo o zona dalla quale si può passare da una dimensione all’altra è molto presente nella poesia di Tranströmer. Così nella poesia della nuova ontologia estetica ritornano i simboli transtromeriani: la finestra, la porta [chiusa], la parete, la stanza, la soglia, la città, la statua bianca, il simbolo della «grande sala», del «salone». Tutti simboli tematici che ci inoltrano verso la poesia europea più evoluta, verso quelle tematiche esistenziali che altrimenti sarebbe impossibile rappresentare.

Gino Rago

 

rago-ginoGino Rago è nato in Calabria, a Montegiordano (CS), il 2 febbraio 1950. Da anni vive e opera fra la Sibaritide e Roma, dove si è laureato in Chimica Industriale, presso l’Università La Sapienza. Nella capitale, per più di 30 anni è stato docente di Chimica. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa 28 Poeti del Sud (EdiLazio, 2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016) e nel saggio filosofico di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Progetto Cultura, Roma, 2018). È membro della Redazione dell’Ombra delle Parole e collabora con la Rivista Trimestrale «Il Mangiaparole» [Roma, Progetto Cultura].

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11 commenti
  1. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Gino Rago è nato in Calabria, a Montegiordano (CS), il 2 febbraio 1950. Da anni vive e opera fra la Sibaritide e Roma, dove si è laureato in Chimica Industriale, presso l’Università La Sapienza. Nella capitale, per più di 30 anni è stato docente di Chimica. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa 28 Poeti del Sud (EdiLazio, 2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016) e nel saggio filosofico di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Progetto Cultura, Roma, 2018). È membro della Redazione dell’Ombra delle Parole e collabora con la Rivista Trimestrale «Il Mangiaparole» [Roma, Progetto Cultura].

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