Cinque poesie di Lorenzo Foltran da “In tasca la paura di volare”, Oèdipus Edizioni – 2018, nota di Dario Pisano

copertina

Un sonetto può esprimere una modernità artistica più profonda di un testo scritto in un metro desueto e / o secondo stimoli espressivi di gusto avanguardistico. Il libro di Lorenzo Foltran è l’ulteriore dimostrazione di questo teorema che ci si scorda troppo spesso. La sua musa abita le rive dell’antica tradizione poetica italiana, e riscrive, con una dose di umorismo e ironia, celebri pagine della tradizione stilnovistica e petrarchesca.Questo massivo recupero della tradizione poetica antica posiziona la raccolta su un binario molto preciso della poesia moderna e contemporanea, che ha nella produzione di Giovanni Giudici (si pensi a Salutz) una delle principali stazioni di sosta; un binario orientato verso la reimissione, nel tessuto espressivo e culturale moderno, di stilemi e temi ispirativi tipici delle origini della lirica d’arte europea.

Dario Pisano

 

Perché canto poemi
e sacrifico carmi
sognando donne sparse,
stanco di quelle vere?
Meduse tra erba e terra,
bruciano le parole
con succosi veleni.
Figure evanescenti
sdraiate su più versi,
ninfe, dee, sirene
che seppure non muse,
ispirano il volere.
Dal rituale non nasce
vino, profumo, miele,
ma fumo dalle carni.

*

Lo sguardo di una donna quando s’alza,
si libra dalle pagine, vola alto,
è puro, va oltre, non vede nessuno.
Si posa mollemente su qualcosa,
galleggia su fosfeni immaginari.
Dentro puoi leggerci quello che ha letto
e non importa il colore o il riflesso.
Ma appesantito dalla vera vista,
si lascia lentamente sprofondare
e ignara, lo toglie al mondo e a se stessa.

*

Col tacco sulla pietra, sul basalto,
sempre rosso e rossetto,
lo smalto, sulla neve anche leggera
mantiene l’eleganza.
Certo, talvolta cerca un braccio fermo
(per i peggiori geli),
s’appoggia e non ride, l’occhio intravede
possibili sentieri.
Nelle sue stanze meno altera, accende
con il pigiama verde
complementari colori e riflessi
artificio d’artista.
Risata, inconfondibile visione,
effimera certezza.

*

Tra le dita una pergamena,
un foglio bianco riempito a matita.
A tratti solo accennati, leggeri,
un’idea, il contorno di una vita,
di romanzo, di poesia.
Un intreccio, un canto, un disegno,
a ciascuno il suo racconto.
Omeriche ambizioni.
Lo spazio manca e la carta si piega
al peso delle correzioni,
alla metà del tempo,
per far posto a un falso inizio.
Qualche riga, commenti, note, bozzetti,
macchie, strappi, impronte.
Piegato su se stesso
si riduce a striscia il foglio.
Del progetto non resta che una firma
epigrafe di tomba.

*

Bevendo l’infuso dei tuoi profumi,
un continuo futuro,
un presente passato tra il vapore
e l’abisso aromatico
riemerge come relitto orientale
su rotte abbandonate.
I tuoi silenzi sono frutti rossi
e bacche velenose,
una spezia che non ha più sapore:
ostinato la mastico
mentre mi uccide, mi asciuga la bocca
(male che non si vede).
Nostalgia della tua lontananza,
esotica bellezza.

Lorenzo Foltran

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