Ricordando Federico Garcia Lorca, di Corrado Calabrò

Federico-Garcia-Lorca

Federico Garcia Lorca, Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Viznar, 18 agosto 1936

E’ passata quasi inosservata la ricorrenza, l’anno scorso, dell’ottantesimo anniversario della morte di Federico Garcia Lorca. Eppure la sua uccisione fece registrare nella cultura un trauma che, inacerbito dagli eventi dei nostri tempi, ancora non si rimargina. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare di alcune caratteristiche esemplari – e come tali imperiture – della poesia di Garcia Lorca. E’ caratteristica della poesia l’incompiutezza. La poesia non può e non deve dire tutto. E tuttavia deve parlare al lettore, all’ascoltatore. Deve essere condivisa con lui. Come? Il valore medianico della parola poetica non sta in quello che dice, sta in quello che suscita. La parola poetica è quello che in termini neurobiologici, di funzionamento del cervello, si chiama un precursore (ad esempio, l’elledopa rispetto alla dopamina): non c’impronta di sé ma di quello che induce. La poesia, la musica, la pittura non possono e non devono dire tutto; devono suggerirci qualcosa che noi integriamo nel nostro udito interiore. “L’incompiuto è spesso più efficace della compiutezza. L’incompiuto come mezzo di seduzione artistica…. L’αληθεια resta sempre a metà. Le frasi col punto finale – osserva Musil – non riescono nel loro tentativo di espressione. Poeta è colui per il quale ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero. E’ dal non detto che scaturisce l’evocazione; solo che – è questa la peculiarità – si tratta del non detto indotto da quella particolare espressione da quello specifico detto. Ogni vero poeta lo sa:

Quel giorno più non vi leggemmo avante,
Poscia, più che ‘l dolor, potè ‘l digiuno,
La sventurata rispose.

All’incompiutezza si associa l’indeterminatezza, che non è genericità, impotenza inespressiva, è invece intuizione dell’oltre, di qualcosa che è al di là della nostra esistenza quotidiana, della nostra visione convenzionale; qualcosa che talvolta percepiamo con uno stringimento di cuore:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Sì, perché la condizione espressiva potenzialmente più evocativa, più creativa, è quella aurorale, precorritrice, di preludio. La poesia, la musica arzigogolate e velleitarie non dicono niente perché non hanno niente da dire. Sono non poesia, non musica, come sono non vestiti “I vestiti nuovi dell’imperatore“. La poesia, la musica, quando sono tali, suggeriscono invece, attraverso l’incompiutezza, qualcosa che l’espressione esplicita non potrebbe rendere; nelle modulazioni più felici, nei momenti di grazia, sottintendono qualcosa di immenso. “Odio” – diceva Chopin – ” la musica che non nasconde un pensiero latente”. L’attacco della Quinta (quelle quattro insostituibili note in cinque battute – anziché quattro come le regole avrebbero voluto) sono un accordo di tonica incompleto, nel quale Beethoven stabilisce una tonalità senza darcene i punti chiave, senza cioè le basi Do e Sol. E’ da lì che nasce quel tremolo senso di sospensione.

Uno dei più felici esempi d’incompiutezza, che fa entrare il lettore in risonanza con un’eco indeterminata eppure perfettamente percepita, è appunto in Federico Garcia Lorca. “Eran las cinco en punto de la tarde“. Erano le cinque in punto della sera. erano le cinque a tutti gli orologi. Venticinque volte Lorca ripete “A las cinco de la tarde“, alle cinque della sera nel suo Llanto por Ignacio Sànchez. Non lo fa certo per dirci l’ora. Ma se avesse detto: “Nel pomeriggio di oggi nella plaza de Toros di Siviglia, il giovane e valente Ignacio Sànchez…” avrebbe fatto solo una cronaca da giornale locale. Lui dice invece “Eran las cinco de la tarde“; e niente come quelle parole che citano semplicemente l’ora segnata dall’orologio in quel momento, potenzialmente da tutti gli orologi in quel momento, ci dà il senso di come, in un istante, la nostra vita ci sfugga, ci sfugga per sempre, irreversibilmente. Sfugge al torero Ignacio Sànchez, sfugge,  prima o poi, a ognuno di noi, in un attimo. Il massimo della significazione con il minimo dell’espressione. Il non detto che scaturisce dal detto, da quello specifico detto; l’evocazione nell’udito interiore generata da un ascolto insostituibile e indeterminato ad un tempo. E’ questo che fa la poesia, la grande poesia. E la poesia di Garcia Lorca è grande. Agli inizi, la sua limitata acculturazione, suscitò dei dubbi sulla profondità di quella poesia. Critici emunctae naris rimasero perplessi di fronte alla sua immediatezza impressionistica, sospettandola di superficialità e accusandola di impurità, in tempi in cui si stavano già affermando, in poesia, tendenze esoteriche e rarefatte. Non capivano che quella immediatezza nasceva da una magica capacità di immedesimazione, da un dono naturale di libertà ed autenticità, che, rifiutando asfittiche prigioni correntizie e speculazioni di nessun esito, non per questo debordava dal territorio eletto dell’arte. “Ginatismo”, si disse; era invece un territorio che con lui appariva rigogliosamente ancora vergine per la prodigiosa capacità di reinvenzione della poesia, quella vera. Sì – osserva ancora Carlo Bo – “sembrava che lo guidasse una vera fame di poesia e che per questa fame non ci fosse un cibo capace di saziarlo”. Con gli anni, Lorca, senza perdere la sua spontaneità, trovò una sua misura, al tempo stesso naturale e vicino alla misura classica. Sopravvenne la sua morte, e con essa la fama di Lorca, s’ingigantì e dilagò per il mondo. Giustamente venne visto nella sua uccisione il tentativo bestiale dell’incultura di sopraffare i valori assoluti dell’uomo. Tentativo in cui vediamo ai nostri giorni rinnovarsi e moltiplicarsi gli esempi con l’Isis e con Boko Haram. Anche questo rende attuale Garcia Lorca e reinvera la sua esperienza umana e poetica, specie se depuriamo dall’inquinamento del successo – che sempre intorbida l’essenzialità – il valore in sé della sua poesia, che è superiore perfino alla testimonianza, pur attualissima, che la sua bestiale uccisione rende all’insopprimibilità della cultura, dell’arte, della poesia. Della poesia tout court, non semplicemente della sua poesia. Quando una poesia è grande – e quella di Lorca lo è – essa è universale. Così come la morte di Ignacio Sànchez è la sorte di ognuno di noi.

Corrado Calabrò

 

ALLE CINQUE DELLA SERA

Alle cinque della sera.
Erano le cinque in punto della sera.
Un ragazzo portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una cesta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e soltanto morte
alle cinque della sera.

Il vento portò via le garze
alle cinque della sera.
E l’ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già lottano la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corvo desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di chitarra
alle cinque della sera.
Le campane d’arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi silenziosi
alle cinque della sera.
E solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.

Quando arrivò il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l’arena si coprì di iodio
alle cinque della sera,
la morte depose uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera,
alle cinque in punto della sera.

Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti risuonano al suo udito
alle cinque della sera.
Il toro già muggiva dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Già viene la cancrena da lontano
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per gli inguini verdi
alle cinque della sera.
Le ferite ardevano come soli
alle cinque della sera,
e la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ahi! terribili cinque della sera!
Erano le cinque a tutti gli orologi!
Erano le cinque nell’ombra della sera!

Federico Garcia Lorca (traduzione di Claudio Rendina)

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4 commenti
  1. Complimenti Corrado! A riprova di quanto magistralmente dici soccorrono anche l’etimologia e la filologia: “L’αληθεια” infatti non è una luce abbagliante, un disvelamento assoluto ma, più modestamente, qualcosa che tende a sottrarsi al nascondimento, che accende piccole luci nel buio, proprio come suggerisce la poesia nella sua “incompiutezza”…

  2. “Il valore medianico della parola poetica non sta in quello che dice, sta in quello che suscita”. Ottimamente. La mia critica operazionale è fondata proprio su questo principio e devo dire che in tal modo, in più di trent’anni d’esercizio, pure applicata a testi di ogni luogo e di ogni tempo, ha dato risultati più che promettenti. Ne ho dato conto in molti libri e in molte riviste, sed nomen, forsitan, luce caret…

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