Un inedito poemetto ottocentesco per un martire del Risorgimento: il Visione. A conforto della Madre, di Angelo Poma (1852), nota di Furio Durando

IMG-20170901-WA0000Un prezioso volumetto curato da Marida Brignani e pubblicato alla fine del 2016 a cura dell’Istituto Mantovano di Storia Contemporanea in occasione del 150° dell’unione di Mantova all’Italia permette di conoscere l’inedito poema scritto dal medico Angelo Poma per confortare la madre del fratellastro Carlo Poma, anch’egli medico, impiccato dagli Austriaci all’alba del 7 dicembre 1852 nella valletta di Belfiore, sulla sponda meridionale del Lago Superiore, poco lontano dal centro storico della città lombarda: grottescamente il destino volle che quel giorno il giovane martire del Risorgimento italiano compisse 29 anni.
Si deve al denso saggio della Brignani, che ha rintracciato il manoscritto originale nell’archivio privato di una storica famiglia di Ostiano, nel Cremonese, la presentazione del profilo intellettuale e morale del patriota, condannato a morte con altri otto membri della cellula insurrezionale del Comitato Nazionale Italiano facente capo a Giuseppe Mazzini: nessuna pietà fu riservata al gruppo individuato dalla polizia come il più radicale e compromesso nel progetto di rapire nientemeno che l’imperatore Francesco Giuseppe per ottenere l’allentamento del durissimo regime imposto al Lombardo-Veneto dopo la I Guerra d’Indipendenza. Di esso facevano parte anche due sacerdoti: due dei tanti che, dispiacendo a pontefici e poteri religiosi e laici, nutrirono sentimenti patriottici e risorgimentali. La condanna a morte – è bene ricordarlo – fu comminata da Josef Radetzky in persona.
La Brignani mette in luce anche la personalità di Angelo Poma, l’autore dell’inedito poemetto, costituito da 58 stanze di otto endecasillabi ciascuna con rime nello schema ABABABCC, alla cui analisi si è invece dedicato con passione e competenza Giancorrado Barozzi, che vi ravvisa un’opera certo estemporanea, frutto del commosso impeto affettivo di una sola notte, quella seguente al martirio di Carlo Poma, ma nella quale si condensa un intero patrimonio di poetica nazionale e soprattutto di quella – tipicamente ottocentesca – “a braccio” (e che il saggista non manca di comparare acutamente alla moderna tecnica compositiva dei rappers). A questo genere – che ci riporta a un’epica orale, pensata per declamazioni e in un certo senso improvvisata, facile a penetrare nel sentimento popolare – si erano rifatti anche poeti straordinari come George Gordon of Byron; e ad esso si sarebbero attenuti – aggiungiamo noi – i librettisti d’opera di tutto il secolo, e specialmente quelli verdiani; e gli autori delle canzoni socialiste e anarchiche della seconda metà del XIX secolo e di primo Novecento (si pensi alla Ballata di Sante Caserio scritta da Pietro Gori), di cui un’eco chiarissima è nel Francesco Guccini de La locomotiva.
E in termini strettamente letterari, aggiungiamo che si tratta di una consolatio ad matrem in versi, dunque di una trasposizione di un genere filosofico morale classico (il che costringe ancora una volta a riflettere quanto di classico persistesse perfino nella cultura di un giovane autore dilettante, anche nel pieno della “maniera romantica” italiana) in una veste poetica che unisce al cordoglio una fede in grado di conciliare valori cristiani e risorgimentali; e ai sentimenti l’orgoglio per il martire.
Il testo è pieno di riferimenti contenutistici e formali alle discese agl’Inferi di Virgilio (peraltro carissimo alla memoria dei Mantovani) e Dante, con frequenti calchi espressivi; altrove combina con gusto qualche atmosfera visionaria tra l’ariostesco e l’ossianico, toni del Monti e del Pindemonte, perfino qualche eco foscoliana e del Canto degli Italiani scritto nel 1847 da Goffredo Mameli. Angelo Poma elabora un testo poetico fluente, tragico e lirico insieme, assolutamente non disprezzabile, testimone di una stagione non ancora pronta a far scaturire la sulfurea, ghignante, sensuale rivoluzione degli Scapigliati.
In fondo al volume, Costanza e Maurizio Bertolotti hanno curato una biografia assai puntuale, corredata di una ricostruzione dell’attività cospiratoria e delle vicende processuali, che restituisce integra l’immagine di un giovane di ottima famiglia, colto e nutrito di letture non solo scientifiche, sinceramente e profondamente convinto della necessità di un riscatto dell’identità nazionale dall’oppressione straniera, al quale fu inflitto un regime carcerario durissimo che comprese anche la tortura.
Proponiamo qui il nucleo più significativo del poemetto, nel quale Angelo Poma immaginò d’incontrare nell’Aldilà l’anima del fratello appena morto, dipanando sentimenti intimi e privati, il desiderio di consolare la madre del patriota evocandone le virtù, “la condanna dei carnefici, sino all’esortazione a combattere armi in pugno contro i nemici”: sono le stanze in cui il defunto esprime il proprio sentimento patriottico e la speranza del riscatto del popolo italiano.

Furio Durando

 

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Da
Visione
A conforto della Madre
8 Dicembre, Notte, 1852

25.
“Io piango sì, ma l’animo sdegnoso
freme pensando all’orrido destino
di lei che mi fu patria, ed amoroso
s’ebbe culto da me, quasi divino:
che pur colpiva in vita dell’odioso
tiranno l’ira, in tempo ancor vicino;
e sparsi con coraggio il sangue mio,
per servire all’Italia e al Sommo Iddio.

26.
Ma Religion non v’ha senza martíri,
né l’oro senza foco si depura:
chi geme in schiavitù convien sospiri,
finché di libertade il dì matura.
Doni la vita e senza lagno spiri
chi per la patria affronta la tortura:
il sangue de’ martiri fa più bella
e più brillante in ciel l’Itala stella.”

27.
Così parlò quel forte, e sulla fronte
corrugata dall’ira e dall’affanno
posò la man; e le passioni pronte
svegliarsi al rammentar d’Italia al danno:
d’Italia, cui tuttor bruttano l’onte,
che la rabbia v’impresse del tiranno.
E stette in atto triste e pensieroso;
né io quel suo tacer turbar fui oso.

28.
Poi scosso d’improvviso, le serene
pupille in me fissò, e “Te beato!…
cui l’Attila fuggir dato è vedere!…”
gridommi – “che il tornar non t’è vietato.
S’appressa il giorno alfin che le straniere
genti paghino il fio del gran peccato:
la vendetta di Dio non è lontana,
che la baldanza lor renderà vana.

29.
D’Italia al grido, scossa fia la terra,
e stretti ad un sol patto i figli sui:
come lion, che tra le zanne serra
vil lupo, e orrendo strazio fa di lui:
od aquila potente si disserra
sul gufo paüroso e lo fa in due:
rinnoveran le stragi di Legnano,
col forte lor voler, e colla mano.

30.
Né fia che alcun si mostri in cuor temente
nel giorno della prova e dell’ardire:
donne, fanciulli, e vecchi con fremente
coraggio, mostreran quanto pon l’ire
di popol che si desta e in petto sente
desio di viver libero o morire:
che l’arco troppo teso al fin si spezza,
e reca morte a chi superbo il sprezza.

31.
Era l’occhio mio aperto all’avvenire:
misurai con orgoglio l’alte prove
d’indomito valor, e par che mire
le imprese di color, cui patria move;
l’assalir rovesciando, e in cor ferire
l’abborrito nemico ovunque il trove:
fulmin di guerra è l’Italo guerriero,
dolce co’ suoi, tremendo allo straniero.

32.
Ma qui la mente stanca mi s’oscura,
e sul futuro cade un fitto velo:
ché in noi, come nell’uom, vision non dura
oltre i confin prefissivi dal cielo.
Or dunque se ti punge ancor la cura
d’abbracciar il fratel, cui patrio zelo
privò di vita, seguimi: che Iddio
ti concede appagar l’alto desio.”

Angelo Poma

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