Sette poesie di Gabriella Cinti dalla silloge “Madre del respiro”, Moretti & Vitali – 2017

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Colta e letteraria, per formazione, sensibilità e sentimento della vita, si offre questa opera poetica di Gabriella Cinti. Si dimostra collegata con l’esperienza della poesia lirica, per la densità della parola, l’arditezza dell’analogia, la sigillata compiutezza della tradizione lirica italiana. Ma la Cinti riesce a comunicarci con più ricercata aderenza, attraverso sapienti chiaroscuri, suggestioni culturali, paesaggi ed atmosfere sentite, rievocate, e si direbbe composte attraverso le alchimie delle parole che affondano radici in consapevoli spessori di cultura: un monologo sommesso e suggestivo tra il mondo e le emozioni individuali. La vita, nelle variegate esperienze, rifluisce in quel filtro letterario e ne riesce illimpidita, in una rappresentazione assorta e maliosa per suggestive implicazioni:

…Almeno il vento,
almeno l’ultimo soffio,
sia cosa viva e moto di nube terrena.

Liberami l’anima del dire
dalla statuata capsula
di inespresso, riarsa palude.

Almeno il vento,
Tu, Aria della luce,
io, nuova ala del tuo volo.

E’ una poesia che nasce da una dolce sensualità che viene dall’esperienza di vita, dalla sua stessa indole e dai libri. Anche nella constatazione della debolezza prevale la volontà di comprendere, di lottare, con una disposizione alla speranza, con un rifiuto del lamento.

…La ruggine ti impolvera il silenzio,
la tua gola caduta nell’abisso
e l’ultimo gesto sia fuga d’anguilla
dalla forma del tuo vuoto,
irriducibile torsione sgusciando nell’oltre,

perché, nella camera oscura
della voce, bocca a bocca con il nulla,
io vinca la prima notte di luce.

La Cinti fa corrispondere originalità di segno e solido dominio della parola, dell’immagine e del canto, non di rado raccolto dopo i voli della mente e del cuore.

…Tu appari
quando la vita mi esita davanti
e barcollo per segreto schianto,
mio varco di bene,
inatteso strano candore,
nuovo dolce cristallo,
mio mattino del sentire.

Natura e vita filtrano sulle pagine attraverso gli alambicchi d’intelligenza, di gusto di una poetessa dalla straordinaria forza di sentimento. Gli oggetti e i luoghi diventano simboli di una metafora esistenziale, in cui la vicenda di tutti, e la sua individuale, risultano avvinte in un intreccio non separabile.

Luciano Nota

 

SORRISO DI LUNA

La storia del tuo sorriso è scritta
nella sorpresa delle viole, a primavera,
rugiada di stupore, l’emozione
del dono insperato nell’indistinto,
quando la vita non accade.

Ora altro è il vento.
Il cartoccio di foglie gorgoglia in turbine,
dimessa l’intermittenza del tuo dettato.

La strada, con me, accoglie le stelle
del dire, comete spogliate dei suoni,
cadute in fuoco di precipizio
dagli alberi celesti dell’antica gloria.

Emersa al mattino, dopo invisibile
bagno di luna, ora argenteo contorno
dei miei più profondi confini,

vedo lo specchio di Selene raggiarsi
in amorosa rifrangenza di argilla astrale,
piovuta sul mio corpo abbandonato.

Troppo breve la notte degli dèi
perché si stampi nel mio cerchio.
Eppure, lo smeraldo del tuo nome
traluce nel lago notturno dell’ascolto,

ricordo di quella scintilla,
fusa nella maschera di luna
del tuo sguardo:

il mio unico possesso.

 

SCOMMETTO SULL’INAUDITO

Nell’acquario dei giorni,
boccheggio se non giunge
respiro di pensiero,
alga di luce che mi porti
perle di parole,
messaggere del tuo sguardo.

Fuggo l’assedio subdolo
dell’inutile, tra le tue braccia
che parlano di remoti ancoraggi.

Scommetto sull’inaudito
perché tu riempi
l’atlante dell’ascolto
con i suoni cifrati
della lingua azzurra
che non conosco,

ma, talvolta, incendia
d’infinito i miei giorni.

 

TI SCRIVO

Riuscirò a vederti quando la nuvola
di Inintellegibile che mi attossica,
cadrà davanti al prisma di specchi,

in cui finalmente ti conoscerò,
conoscendo un nuovo volto di me.

Per ora ti scrivo,
con gesti invisibili e segreti sussulti
e per te dipingo parole
nella lingua dei colori,

per leggere negli arcobaleni
un’intenzione parlante,
tra cerchi di luce
come righe segrete.

Fammi essere una retta
che ti incontri
prima dell’infinito.

 

LUNEDÌ NELL’ANIMA

Non lo salto il muro altissimo
di questo lunedì, levigato e ostile,
senza fessure di speranza.

Il girotondo bianco delle ore
sfiocca solo respiri automatici
e non riguarda il mio zero d’attesa.

Mi affatico in uno sguardo senza visione
e, dietro il sipario dell’aria,
sento lo scatto vuoto
dell’epifania che mi neghi.

Sposto nella parola un sorriso di carta,
senza labbra, ma leggero e veloce,
che plani, oltre il mio cielo,

proprio fino ai tuoi piedi.

 

DILUVIO DI LUCE

Ho gettato una rete di luce
sulla tua ombra straniera,
vicina solo in parvenza,

ma hai scosso la chioma
per eccesso di sole,
tornando al folto del bosco
dove pure t’ho incontrato
nel sogno più vero.

Ma i rami sono mani
che mi allontanano.

E allora riprendo il cammino
lasciando il vestito dell’anima
nella tua radura e sopporto
la pazienza del corpo
come atlante di pena.

Ho visto con te
il centro dell’Invisibile
e, come pegno di grazia,
depongo la candida sfera
che ci ha riflesso nel cerchio,

chiamati a coniugare
un diluvio di luce,
da me generata.

Amerai questo incendio.

 

SILLABE DI LUCE

Lo spazio disteso tra il Due e l’Uno
percorre archi di apparenza
dentro sciame di vento
che risale l’estate

verso la foce d’oro, indistinta,
dove i pronomi dell’essere
sono punti riflessi di stelle
nella festa-mistero del Tutto.

Guarda attraverso il vuoto
e vedrai il rosso del nastro
che mi cinge la fronte.

La cometa respira il chiarore
e muta la diagonale in ellisse,
perché fuso nell’argento
sia il nostro benvenuto.

La rotta del sogno si svela
in intermittenze di fuoco.

Ascoltando sillabe di luce,
Albedo muta in filigrana di suoni
la tua visione d’aria.

 

AI PIEDI DEL GHIACCIAIO

Metto il mio sorriso
ai piedi del ghiacciaio
per irrorarmi del tuo spirito acqueo.

Chiome fluenti tra righe di pietra
sollevano vaporoso diaframma
sui miei intimi abissi.

L’occhio disseccato del cardo,
arreso di sole, mi immerge
nello specchio asciutto
di oltre visione.

Oltre l’intendimento terrestre,
il tumulto immoto delle vette
mi imbriglia in cammini leggeri di suoni.

Gabriella Cinti

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3 commenti
  1. Cosa si verifica nel fare poetico quando si accetta di procedere dal paradigma della unicità al paradigma della
    molteplicità? Cosa si ottiene sempre nel fare poesia allorché si va dai luoghi antropologici ai non luoghi?
    Come possono essere pienamente interpretati e fruiti i versi di Gabriella Cinti quando ci si interroga sugli
    ‘oggetti’ e sulle ‘cose’? Come si dispiegano gli stessi versi di Gabriella Cinti quando vengono re-interpretati
    nel linguaglossiano ‘spazio espressivo integrale’?
    Ecco il mio modo di accostarmi ai miei e soprattutto agli altrui versi. Ma mi sto recando alla Isola Tiberina
    per la lettura di alcuni miei lavori recentissimi e inediti, nel corso della rassegna ‘ L’Isola dei poeti’ e non ho
    la serenità dovuta d’accostamento alle sette poesie della Cinti.
    Luciano Nota dice tanto nella sua nota. Ma tanto di più potrebbe ancora dire nella mappa da me penna accennata…
    Gino Rago

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