Goliarda Sapienza, scrittrice da riscoprire, di Paolo Ruffilli. Tre poesie da “Ancestrale”, La Vita Felice – 2013

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Ho conosciuto Goliarda Sapienza negli anni Settanta come poetessa. Delle sue poesie mi aveva parlato con entusiasmo Attilio Bertolucci. Anche se lei si sentiva votata soprattutto alla narrazione. Ma Goliarda aveva una naturale disposizione alla scrittura lirica indipendentemente dal fatto che si trattasse di poesia, anzi di più proprio nella sua prosa. Pensava che scrivere fosse il modo per rubare le parole al vuoto, sottrarle all’indistinto e impronunciato… e ogni parola per lei aveva un valore assoluto, proprio come in poesia. La simpatia fu reciproca, nell’occasione degli argomenti di cui continuammo a parlare tra un caffè e l’altro (io), tra una sigaretta e l’altra (lei). Non avevamo in comune soltanto il piacere della parola, considerata come entità “sacra”: la parola che salva, la parola che uccide, la parola che illumina, la parola che spegne, la parola che fonde e salda, la parola che divide e allontana. Scoprimmo di avere in comune un interesse particolare per le donne, intese come universi sconosciuti, territori da esplorare e scoprire, veri unici poli di attrazione e fari nella notte dei tempi e dei mondi. E scoprimmo di avere in comune un interesse trainante per il carcere e i carcerati, per il mistero della prigionia (avendo lei fatto un’esperienza carceraria ed essendomene io sempre occupato dietro all’ossessione della perdita della libertà). Avevamo in comune, Goliarda e io, anche un’altra cosa: la convinzione profonda di non piegarsi alle pretese degli editori che ti chiedono sempre di ridurre e mortificare quello che scrivi per farne un “raccontino commerciale”, piegandoti alla superficialità, alle notazioni sommarie e generiche, alle finte atmosfere, al già letto e sentito… solo per vendere qualche copia in più. Sì, la pensavamo allo stesso modo sui nostri editori miopi e incompetenti, ostili alla letteratura di qualità in nome di una scrittura dozzinale, giornalistica, inconsistente. E del resto, allora come oggi, le nostre case editrici pubblicavano e pubblicano quasi esclusivamente letteratura di serie B e C. Quel po’ di serie A viene dall’estero, in traduzione. E, non a caso, dall’estero è venuto – purtroppo, postumo – il riconoscimento della qualità somma della scrittura di Goliarda, dai tedeschi (gli unici, ancora oggi in Europa insieme con gli inglesi, a cercare e promuovere la letteratura più significativa) e, di rimbalzo, dai francesi che comunque sono sempre pronti a seguire. L’arte della gioia è uno dei libri capitali della grande letteratura non solo italiana ma europea del Novecento, un unicum sia pure dentro l’eccezionale palestra stilistica dell’opera di Goliarda: uno di quei capolavori (come La recherche, L’uomo senza qualità, Il fu Mattia Pascal, La coscienza di Zeno, Gita al faro, Il gattopardo, Menzogna e sortilegio, Il mare non bagna più Napoli…) in cui la parola che esonda trascina lo scrittore e il suo racconto dentro il labirinto della vita ad altezze straordinarie. Il mondo di Goliarda è complesso eppure semplicissimo e, per orientarsi dentro i suoi molteplici percorsi – vorticosi da togliere il respiro –, il modo migliore è abbandonarsi al flusso delle sue pagine. Nel mio caso, la soluzione vincente e capace di sciogliere tutti gli enigmi che fanno capo a Goliarda è stata immergermi dentro il mondo della sua scrittura attraverso la grandiosa architettura de L’arte della gioia, sulle tracce della protagonista Modesta, questo concentrato di tutti i suoi personaggi femminili. E particolarmente trainanti sono state subito per me le pagine sulla strategia della malattia di cui Modesta si serve nella sua vita per conquistare via via spazi sempre più ampi, le pagine sullo studio delle parole che Modesta auspica al pari di quello delle piante e degli animali o sulle emozioni che gli altri suscitano in noi che andrebbero studiate come si studiano la grammatica e la musica, e ancora le pagine sulla conoscenza che per Modesta passa attraverso la metafora dei capelli. Bisogna scegliere la sensibilità giusta, magari l’occhio poetico o il senso vitale tutto femminile, per aprire gli spiragli e trovare le angolazioni in grado di portarci dentro la storia di Modesta: questo personaggio universale votato all’arte della gioia, che Goliarda ha voluto e saputo costruire a rappresentare il complesso universo della donna, suo interesse portante e fortissimamente coinvolgente nella riflessione come nella scrittura. La vera donna, secondo Goliarda appunto, quella anarchica e scomoda, nel groviglio delle sue contraddizioni di carnalità e di testa, di delicatezza e di forza, di saggezza e di follia, di dolcezza e di crudeltà, con i suoi più recenti impulsi intellettuali e con l’antico suo resto selvaggio.

Paolo Ruffilli

 

Un’altra fiaba

I corpi disseccati dei defunti
s’aggirano intorno a noi. Nelle sere
ci camminano a fianco per la strada
si piegano su noi quando leggiamo
ci guardano da lontano se parliamo
con l’amica, sedute fuori dall’uscio.
Hai paura del loro
sguardo d’un tempo?
Anch’io ho paura ma temo
anche di respirare nel sonno
per non disperdere
all’aria la carta velina dei loro
visi intenti al nostro sostare
fra l’alba e il giorno di questa
ora carnale.

 

Messaggio

All’alba sono entrati
in due dalle imposte socchiuse
hanno posato sul tavolo una pietra
una scatola chiusa un pezzo di pane

Oggetti d’ombra le tue occhiaie
brinate dalla sera in agguato
le tue mani dal lutto della notte agitate

Dalla cima del tuo grido
ora dovrai discendere in quest’albore
di vetri vagare

Chi segui? Chi ti chiama? Non ascoltare
il grido del tramonto sfracellato
nell’ombra del cortile
il cerchio del tuo gesto
nella sabbia devi tracciare

Nell’ombra del tuo petto accartocciato
il verme scava fra i tendini le vene
si nutre del tuo sangue
della saliva si abbevera

Innestato allo scheletro quel pianto
scordato
ramifica fra i tendini, le vene
raggelando il tuo gesto il tuo calore.

 

Non scherzare di notte fuori dall’uscio

Non scherzare di notte fuori dall’uscio
il vento di scirocco porta profumo
di zagara e di mosto, fa cadere
le ragazze ferendole alle cosce.
E il sentore di mosto spiaccicato
sulle carni richiama cento cani
Cento cani ti mordono se cadi
e una cagna sarai sola additata.

Goliarda Sapienza

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