“L’abitudine degli occhi” di Monica Martinelli, letto da Marco Onofrio

abitudine

Ne L’abitudine degli occhi (Firenze, Passigli, 2015, pp. 112, Euro 14) Monica Martinelli configura un itinerario poetico-esperienziale di microfisica della conoscenza, votato a penetrare oltre le apparenze, le superfici, i tegumenti opachi della materia, per raggiungere – nelle minute fibre atomiche, fino a evocare il bosone di Higgs, la cosidetta “particella di Dio” – il cuore nascosto dove la “rerum natura” irradia una magia diversa in ogni cosa. La parola poetica viene qui usata come uno strumento acuminato di pensiero grazie a cui riflettere e definire la condizione umana dell’esistenza, sgrommando lo sguardo dal «calcare» delle «sconfitte» e dagli ammassi stratificati delle «abitudini». La poesia dichiara così la sua lotta all’indifferenza: contrasta l’ottundimento indottoci dalla prosa del vivere, affondando nel buio della carne il suo artiglio di luce che traguarda – ab origine – un’idea alta e collettiva, direi comunitaria oltreché universale, di liberazione positiva delle energie e di armonizzazione delle stesse con il cosmo. La parte nascosta di questo iceberg è il sentimento stesso da cui sgorga “La ginestra” di Leopardi: lo sconcerto di esistere, la capacità volitiva di percepire l’essere oltre le illusioni consolatrici, la tensione agonistica di oltrepassare gli impedimenti del male e del dolore fino a raggiungere la coscienza della fraternità che ci compatta in “fronte comune” di resistenza. La terra è, per mandato metafisico, «pronta / a nutrirsi di uomini»; ma gli uomini di oggi vivono sempre più lontani dalla terra, storditi e rinchiusi nel cemento delle megalopoli dove sgranano un’esistenza artificiale, «moltitudini in affanno / sfinite per campare» pur quando ricoperte di agi ed accessori inessenziali.

Monica Martinelli ha una propensione naturale allo scandaglio di questo Dolore di cui è intrisa la sostanza intima di ogni cosa: ne fa l’anamnesi e l’analisi organolettica, saggiandolo al punto di tentarne la “fisiologia”. Attitudine cognitiva generale della poetessa romana è l’impulso a rintracciare l’infinito nell’infinitesimo, cioè la vastità e la potenza della vita nel riflesso vibratile di ogni dettaglio: è proprio lì che si nasconde, e dunque può rivelarsi, la traccia del mistero trascendente. Così è anche nello studio poetico del dolore, che è male aprioristico di vivere, trovandosi “gettati” nel mondo senza sapere cosa eravamo “prima” e cosa saremo “dopo” («lo sgomento di esserci / e non partecipare a ciò / che non comprendo»); ma è soprattutto «pena quotidiana» di equivoci, sconfitte, disfunzioni: fatica immane di attraversare i giorni come sipari inconcludenti fino all’ultimo, silenzioso vuoto. Ecco le parole che Monica Martinelli lungamente, volutamente sceglie per “scarnificare” questo assurdo:

Il crogiuolo del dolore
non è nella sommità
ma nelle radici.
Quel confine sottile tra terra e cielo
tra alberi e espiazioni.

Il dolore è un fatto endogeno, direi consustanziale all’esistenza: «lo sentiamo in ogni singola parte del corpo / in ogni minuscola piega dell’anima». Un modo di resistergli è, appunto, il rovesciamento agonistico indicatoci da Leopardi: abbrancarsi a «quest’arco di dolore» sino a farne «un valore / di cui andare fieri / o una bandiera / in cui riconoscersi». Monica conosce le «simmetrie» che il dolore disegna nella «necessità»; sa che, malgrado tutto, «poi ci si affeziona anche al dolore, / all’ospite sgradito / ignaro di solitudine», e che dunque la mente e il cuore umani sono ambigui per natura, intrisi di complesse ambivalenze, di aporie: ed è provveduta di queste “armi” che esplora le distanze, esterne ed interiori, dello «spazio senza fine / dove tutto scivola / e muore eternamente // dove non si sente che l’eco / sommesso del dolore». Il “tragico quotidiano” non esibisce i paramenti melodrammatici delle grandi “arie” tenorili, ma gli abiti dimessi e consunti dei “recitativi” che borbottano la banalità del male, macerando «vago senso di disperazione / sotto apparenze di quiete». In questo “caos calmo” ci si aggira come pesci rossi in un acquario dove sentire e capire è disperarsi «per ciò che non avremo / per ciò che abbiamo perduto / e relegato altrove»: il vuoto dell’impossibile, o non più possibile. L’esistenza è una mano «inchiodata / a orrori di solitudine», è «un sempre doloroso» trafitto di silenzio irresoluto e continua «attesa sottovuoto»:

Dentro non c’è pace,
infinito tendere, straziante attesa.

Attesa: di che? Di una scintilla che sappia accendere la torcia, illuminando i passi dove andiamo. Il muro del nonsenso è grigio, compatto, impenetrabile; ma «posso sempre sperare che una porta / si spalanchi all’improvviso / a sorprendermi dal buio». Siamo fatti in modo tale che a «ciò che è incomprensibile tendiamo», quanto più sublime, anche se fosse «inutile calamita»: siamo condannati a «inseguire una felicità / che sempre sfugge». Da questo slancio inappagabile deriva la «grande malinconia» dell’Essere: una specie di indefinibile nostalgia che proviamo quando immergiamo gli occhi nell’azzurro delle celesti altitudini, o nei giochi di luce delle nuvole in viaggio; oppure quando scoppia il tramonto in riva al mare, e appunto «solo il mare può vedere» la tristezza che nasconde lo scialo sfolgorante e glorioso di quello spettacolo per ciechi, il mare nella sua eterna solitudine, nel suo «esserci sempre e non saperlo». È la tentazione metafisica al “sublime” la via di fuga all’«alternanza» monotona del pendolo esistenziale («dolore-gioia, gioia-dolore») che «consuma la vita»? Forse: a patto di resistere allo struggimento, indotto dal richiamo inafferrabile di ciò che è «oltre l’orizzonte», siccome alla dissolvenza di tutto ciò che esiste e poi svanisce. Il tempo distrugge, spezza, divora, è presenza inconsistente che «non si ferma, non rimane», per cui «le nostre vite ci superano / senza poterle fermare» e noi diventiamo rincorsa incessante alla felicità.

Tra gli “esistenziali” di maggior peso, nella poesia di Monica Martinelli, ci sono il tempo, appunto, e il dolore, la nostalgia, la forma, la ragione. Quest’ultima rappresenta il quadrante che permette la campitura del setting poetico e la messa a fuoco del problema umano. Però a un certo punto la ragione analitica si trasforma in limite: da catapulta per superare il muro, diventa muro essa stessa. C’è bisogno allora di una forma di ragione alternativa, qual è la ragione poetica: una ragione nutrita di sentimento, di slancio fantastico, di anima. Occorre raggiungersi «dove la ragione non ce la fa / e si arresta». Il «mistero della vita» si dipana tra caso e necessità: il nostro disperato bisogno d’ordine deve fare i conti con la «realtà in transito» di cui siamo «fragili custodi»:

nello spazio tra respiro e silenzio
la vita è ciò che capita
magari un intralcio lì a caso.

In questa ridda turbinante di «coincidenze» che un po’ lo sono, e un po’ forse no, le cose si fanno e si disfano come «sentinelle d’eventi indecifrabili»:

Quante cose accadono
di cui non ho chiarezza
imprevedibili e necessarie
come la musica e il dolore.

È per questo che i «meccanismi» delle opere umane non sempre vanno «lisci», e non è facile riparare ai danni del tempo, spesso irreversibili. La ragione, dunque, è uno strumento fondamentale per chiedersi e capire qual è il posto che ci è dato nel mondo; ma, d’altro canto, è stolto chi si illude che la potenza della vita si possa controllare e dominare, sopravvalutando la nostra capacità predittiva e ordinatrice delle cose. Il percorso umano instaura un dominio cognitivo che in realtà è il «percorso più breve / tra l’esserci e il riconoscersi»; ma i tralicci di questo ponte che noi, con una certa dose di presunzione, gettiamo sugli spazi sconosciuti dell’esistere non bastano a strapparci dalla condizione periclitante di caducità nella quale e della quale siamo impastati: il buio può rapirci da un momento all’altro!

Quando il respiro affonda
tremo e vacillo come quel sasso
che scivola dietro me.

Come salvarsi allora dall’angoscia permanente dell’“agguato”? Forse smettendo di resistere alla vita, di irrigidirsi dinanzi all’offerta dei suoi doni. Forse, sì, scegliendo di «arrendersi alla dinamica degli eventi». Come è impossibile nuotare se non ci si abbandona e affida alla forza dell’acqua, così è impossibile vivere appieno senza questa resa alla vita e alla natura della nostra condizione. Non tutto è possibile e giusto capire: niente e nessuno può spiegarci, infine, «perché siamo così». Da un lato la ragione, che vuole programmare e controllare; dall’altro la «spinta alla vita», che ci invita a lasciarsi andare. Ecco allora spalancarsi allo sguardo la via dello «smarrimento» da cui torna ad emergere l’incanto primordiale, dolce di freschezza e meraviglia, per cui vivere torna ad essere una bellissima scommessa da lanciare al caso:

È come seguire la danza
di una foglia nel vento
e indovinare da quale parte cadrà.

Accettandone l’esito, senza recriminazioni. Che cosa ci sottrae a questo sguardo da “primo mattino del mondo”? L’abitudine: degli occhi, dei sensi, dei pensieri, dei gesti. L’abitudine, ovvero «l’unità di misura dei viventi». La corazza che indossiamo per difenderci dall’ignoto, per non dover rimettere in gioco ogni cosa e ogni volta daccapo. Ma è l’abitudine degli occhi quella che, soprattutto, ci impedisce di vedere persone e cose «per quello che sono». Attraverso le vie dell’incanto si giunge, invece, a sciogliere le incrostazioni dello sguardo abitudinario per accedere infine a quello «circolare / che comprende tutto». Questa nuova visione stereoscopica fa del poeta un occhio-mondo che vede al di fuori degli schemi e deraglia dai binari della conoscenza: ci si rende conto, così, che «fuori dai nostri occhi» c’è l’inconcepibile. Un esempio di sguardo “straniato” è nei versi in cui Monica considera il pesce che sta per mangiare al di fuori del suo valore strumentale di cibo:

Guardo nel piatto
il pesce che mi guarda
nella sua anonima fissità
senza dolore
senza il guizzo insensato della vita.

Portarsi a monte delle abitudini significa de-automatizzare gli schemi, depurando le emozioni dai filtri che le inquinano come veleni sciolti in acque pure. La poesia diventa uno schermo cosmico dove si riflette non solo la molteplicità eterogenea e teoricamente infinita dell’esistente, ma la cartografia astratta dell’invisibile che emerge in filigrana – quasi come un mondo parallelo – dalle forme stesse di quello che si vede abitualmente. Questa tensione fortissima all’essenza («Con gli occhi nella mano / afferro l’essenziale / scarnifico le forme / per togliere il superfluo») si riverbera anche nei diversi titoli delle sezioni del libro, come ad esempio Chimica dei sentimenti, Meccanica dei passi e delle foglie, Fisica del quanto e del come, Geologia delle case e delle cose, etc. L’attrazione topologica per il punto in rapporto alla linea, e il senso marcato del confine di quest’ultima rispetto al vuoto degli spazi interminati, nonché il piacere tattile e fabrìle della concretezza (che le rende occhiuta la mano, lo si è letto poco su, e le fa adorare il falegname-prestigiatore per la sua abilità di «riempire i vuoti» plasmando e incidendo la materia), sono il rovescio dialettico delle geometrie non euclidee che si aprono agli occhi “disabituati” dalla percezione poetica del mondo. Monica attraversa dunque le concrezioni e le stratificazioni della cosiddetta “realtà” – infilzata a «polpa e nervature» − sviscerandone gli strati paralleli (fatti di «ricordi e tessuti intrecciati») e mostrandone il carattere pluridimensionale, l’ingenita complessità, fino a portarsi al punto dove appaiono le radici profonde dell’apparenza, gli sciami di molecole, il «vorticare di atomi», e l’universo appare come un teatro di galassie in movimento e un «precipizio d’anime» che pulsano, brillano, si scontrano, mutano percorsi. La poesia è un “fuoristrada” che ci consente di scartare dai terreni battuti e dai tracciati convenzionali, per essere “altro”: non solo diventarlo (pioggia, vento, terra, e rinascere albero, fiore, foglia, etc.) ma riconoscere che già lo si è, in quanto corpo palpitante e organismo di funzioni autonome:

Sono il sangue, marionetta osmotica,
fluido viscoso
ascensore di metabolismi
che scorre nel carosello della chimica.

Cioè a dire: non occorrono voli pindarici per capire il mistero che siamo; basta pensare a come siamo dentro, macchine di vita, «chicchi macinati / da implacabili ingranaggi». Il modello noetico sotteso a queste riflessioni trasfiguranti è una forma aggiornata di sensismo e materialismo, che di nuovo rievoca Leopardi, per cui auscultando le «orecchiette» e i «ventricoli» del mondo si capisce che la sorgente coincide con la foce, e dunque «da dove tutto viene tutto torna». La circolarità del flusso cosmico è il “vasaio” invisibile che plasma la creta dei destini: aderendo alla continua evoluzione della realtà, cioè ricreandosi – grazie alla poesia – nel gorgo della sua creazione ininterrotta, Monica Martinelli arriva a sentire «ciò che fa muovere le cose», raggiungendo il motore immobile del grande meccanismo, ovvero la “causa prima” dell’ubiquo divenire. E questo impulso sterminato e profondissimo le dà la forza per resistere alla vertigine del pensiero dinanzi allo spazio e al tempo senza fine («noi, infinitamente piccoli»), da cui nasce – per converso – un maggiore attaccamento al relativo che ci inchioda in uno spazio e in un tempo volta a volta determinati («Anni luce in ritardo / mi trovo addosso un’ansia di vivere / nel sapere che lassù c’è tutto quello / che non sapremo mai»), e la spinta decisiva per coincidere – trasfuso l’io nel cielo e ritrovato il cielo dentro l’io – con tutto l’universo immaginabile:

Apparenze di stelle si affacciano
su distese di galassie.
Mi specchio in loro,
infinitamente lontane
e in me, senza immensità.

E il percorso conoscitivo trova infine il suo vertice di trasfigurazione nello sprofondamento della materia opaca fino allo «specchio senza immagine» dove potrà apparire, come l’ombra di un velo appannato, il «riflesso / della nostalgia» di cui può dirsi fatta l’esistenza: è forse lì l’assoluto poetico che Monica Martinelli mette in opera attraverso questo suo libro ambizioso, potente e incisivo, nel momento in cui – abbandonato finalmente l’impaccio della carne e quasi divenuta spazio del suo stesso pensiero – si immagina «disegnata in fogli d’aria», ricondotta all’anima e alla luce. Proprio per questo L’abitudine degli occhi, pur mettendo in gioco l’infinito e l’infinitesimo dell’esperienza umana, soprattutto sul versante dell’eterno problema esistenziale, è in realtà un itinerarium mentis che rivendica l’importanza dello sguardo come fonte primaria non solo della poesia, ma di tutto ciò che rappresenta per noi “significato”.

Dire che una sedia
è solo una sedia è falso.
È vero che bisogna guardarla con gli occhi
giusti ma diversi.
Allora, come le viscere della terra,
vive e palpita.

Non è solo un oggetto
Dove posare corpi o cose.
Diventa alveo dell’universo,
alimento per i vivi.

Marco Onofrio

Annunci
1 commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...