“Il poeta alla griglia” saggio di Corrado Calabrò (seconda parte)

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5. Se tale è lo stato delle cose si può capire meglio il nichilismo che ha attraversato la letteratura. Sono state destrutturate sintassi, metrica, significanze tradizionali. Il nichilismo, come l’iconoclastia, nasce da un’esasperata sete di valori non convenzionali che induce alla mortificazione dell’ambizione rappresentativa. Ma il risultato di tante bottiglie rotte è stato una montagna di cocci di vetro: nemmeno un diamante. La poesia ha anche provato – perché no? – a giocare a dadi. Sennonché, mentre sull’indeterminazione quantistica si basano le tecnologia di pace e di guerra, la nostra vita di relazione e il nostro sviluppo economico, non mi risulta che la casualità giocosa giocosa, caleidoscopica, abbia prodotto una sola poesia degna di questo nome(21). Allora i cenacoli sono diventati sempre più esclusivi come certi club inglesi: ci vengono ammessi, settariamente, solo i fondatori e gli iniziati; fuori, dietro la porta dei circospetti guardiani dell’ortodossia, si snoda la lunga fila dei postulanti in attesa della comunione. Sul gruppo imperano i fabbricatori del nulla (fuor che del loro stesso potere); letterati artificiosi, esangui e devitalizzatori della creatività altrui. E –posto assiomaticamente dai dommatici leaders che solo un determinato modo di fare poesia (e quello solo) è accettabile ai tempi nostri– ne consegue che poeti possono dirsi esclusivamente gli appartenenti a quel circolo esoterico e poesia può definirsi solo il prodotto ortodosso di quegli eletti che passi attraverso la griglia della prequalificazione teorica. Ecco, dunque, il poeta alla griglia.

6. Il che implica almeno quattro grossi abbagli.

Primo. Non si può applicare un criterio raziocinante a un fenomeno essenzialmente dionisiaco(22), qual è l’arte, che emerge dal preconscio, «dagli strati più profondi» (Schuster). Il metodo maieutico, deduttivo va bene per i concetti, e con tutti i limiti che il concettualismo comporta(23). Ma in definitiva non ci dice nulla di nuovo rispetto alla premessa maggiore. La scienza ha abbandonato da tempo le aprioristiche sistemazioni teoriche: guidato dal filo di una sfuggente intuizione lo scienziato si avventura sul terreno dell’ignoto. La sistemazione – sempre provvisoria – della sua scoperta in genere viene dopo(24). Il discorso critico è un discorso intorno, non dentro l’espressione artistica, che è – in sé – qualcosa di nuovo. Dice un vecchio proverbio arabo che chi non capisce uno sguardo non capirà mille parole. Nessun musicologo potrà farci gustare la musica, se non la sentiamo dentro. Potrà ampliare le ragioni della nostra comprensione, potrà giustificare con raffronti e inquadrature storiche i motivi per cui è giusto che ci coinvolga; non farcela piacere. Ai primordi del senso artistico si trova innanzitutto la gioia di capire ciò che un altro vuol dire(25). La noia della spiegazione estrinseca uccide quella gioia. E’ vero che la pulsione dionisiaca per comunicare deve passare attraverso i filtri dell’intelligenza. Ma o l’intellezione è universale, solare, apollinea o deve essere un filtro interiore. Non può essere un filtro, una cifra, una griglia imposta aprioristicamente dall’esterno e tanto meno da un gruppo autoreferente. Una grammatica letteraria cerebralmente imposta come griglia fa nascere la poesia morta(26) come l’esperanto: è l’assoluto innaturale, richiama certe convenzioni pittoriche bizantine da cui ci ha liberati Giotto. La poesia contemporanea è come la nouvelle cuisine: è giustificata dalla sovrabbondanza, dalla sazietà, evita l’indigestione. Dà sfogo a una creatività insapore, prevalentemente ornamentale. De gustibus… Ma non è la presentazione (nemmeno se insaporita con gli intingoli: multimedialità, sinestesia) che può donarci quella capacità di meravigliarsi nel profondo senza la quale non c’è (processo di) conoscenza (G.B. Vico).

Secondo. La frantumazione dell’espressione, per evitare la corrività, ha portato all’enfatizzazione della parola, quella parola «dura come sassi»(27) che sclerotizza la vitalità artistica. Parola (διαλεγεσθαι) significava originariamente insieme «scegliere, selezionare, classificare»(28) e «discutere, parlare, conversare»(29). Concentrarne le potenzialità espressive in un mot la rattrappisce, la sterilizza. Usare la parola per la parola non porta da nessuna parte. Non esiste una password che ci spalanchi, una volta per tutte, la caverna del nostro subliminale, ch’è l’incubatrice della poesia. C’è della magia nella poesia: ma nessuno, nemmeno il grande autore, può predeterminarla. Il poeta nasce e muore ogni volta con la sua creazione, come l’agave; e ogni volta lo fa con l’innocenza di una nuova nascita. Può darsi che l’esperienza si ripeta; ma nessuno –nemmeno il grande poeta- può predire se e quando scaturirà da lui una nuova, autentica poesia(30). Non esistono, in particolare, parole magiche; e se esistono o sono improferibili (come, per gli indigeni, il nome degli animali-totem, per i quali si ricorre a sinonimi) o la seconda volta che vengono pronunciate la loro magia è già smagata. La singola parola (essendo già usata) è, come tale, un pregiudizio(31) e, se non viene rimpastata, rifusa nel crogiolo della riedizione in un nuovo contesto, se non lievita per intervento di un misterico enzima, se non viene rianimata con la stessa indispensabilità con cui il respiro sostiene il battito cardiaco, si oppone alla nuova significanza che vorremmo attribuirle. Non basta una singola nota per trasmetterci un’emozione musicale; ci vuole almeno un accordo(32). E non è un singolo elettrone a generare una corrente percepibile; ci vuole un flusso coerente. Non so se esista davvero un fantomatico punto G del piacere; so che non c’è stimolazione puntuale (o meno) che funzioni senza coinvolgimento. (33) Vana è quindi la sofisticazione esagerata di certi circoli esoterici, nei quali si è passati dal nichilismo poetico alla gravidanza isterica della ricercata parola-verbo. 

Terzo. E’ un’utopia, un fallimento esibito, affermare la perfetta intransitività del segno, spogliato di ogni (sia pur embrionale) significato recepito, e poi pretendere che intendiamo quel segno in seguito a un intero corso universitario dedicato. La poesia è come un tiro in porta: o è dentro o è fuori. Quel segno – se siamo sinceri– continuerà a non dirci nulla, a non rivelarci nulla, come nessun commento potrà fare entrare in rete la palla. E lo stesso vale per il significato deprivato di significanza per irrisione, autoderisione, filastrocca, tautologia, frammentazione, serialità semiologiche, tiptologia, political correctness, alluvionalità, rap, rigurgito, neorachitismo, scarnificazione, strutturalismo, calembours, non-sense(34), affettazione, cruciverba, disarticolazione, arzigogolo, asintatticità, sublimazione, cabalismo, balbuzie, minimalismo, dietrologia, presupposizione, sovraesposizione, indigenofilia, o per qualsivoglia altro precostituito decalogo eticoestetico e/o cifrario – paradigma – filtro di scuola(35). Certo, bisogna preservare la poesia dalla retorica; ma non serve il preservativo quando si è impotenti. La poesia porta a uno spiazzamento del senso dell’ovvio; ma non del senso tout court. «Per Blanchot, scrivere è portare in superficie il senso assente, e, di fatto, il senso si promette alla poesia come la presenza rimandata di un’assenza, che si dispone nella misura secondo cui crediamo o vogliamo possederla, come se la scala di Jacob fosse aumentata sempre più di nuovi gradini, secondo il nostro desiderio di salire». (36) Pindaro sorvolava passaggi logicamente necessari al procedere pedestre, non perprogrammata oscurità, ma perché le sue ali lo portavano d’altura in altura, sorrette dal vento dell’ispirazione. Il vento: mi pare che sia stato lo stesso Heidegger (che pure, in altri passi, sacralizza la parola) a dire che «le parole sono vento che passa». E persino un filosofo cresciuto alla scuola di Socrate, ma con animo di poeta, dichiarava: «Dove il discorso come un vento ci porta, là intendo andare»(37). Da dove spira il vento? E verso dove? Gli uccelli forse lo sanno, inconsciamente; e i poeti. Il vento non sposta le case, le strade, le macchine, le abitudini che ingabbiano, irrigidiscono, rendono ripetitiva, a percorso obbligato, la nostra realtà quotidiana. Non sposta la nostra vita. Ma sposta la nostra attesa di un qualcosa che scaturisce oltre l’orizzonte della nostra vista pratica(38). Nella Primavera di Botticelli la poesia è sospinta dal genio o demone ispiratore: procede con la testa girata indietro verso di lui, senza guardare dove venga sospinta(39). Senza quella spinta, perdendo forza da astrazione in astrazione, l’arte, la poesia si riducono a preghiera cerebrale, invocazione inane, attesa estenuata del segno rivelatore, come nella Cabala(40). Il segno ridotto a simbolo, a emblema, può servire a stimolare un’adesione emotiva individuale e collettiva: i due pezzi di legno messi in croce, il pezzo di stoffa colorato, convenzionalmente assunto a bandiera. Ma quando vuole trascendere troppo l’espressione recepita, il segno ridotto a simbolo o è incomprensibile o è stereotipato. La poesia ha o non ha una sua (propria e necessaria) scansione interiore, ancorché lo stile trovato sia un’offesa per chi persegua lo stile ricercato(41): la ricerca per la ricerca. Non può venirle in soccorso la cifra stilistica di gruppo, a meno di non fare come quel gruppo di pazzi in cui uno, a turno, enunciava un numero cui corrispondeva una barzelletta e gli altri ridevano. «Al contrario bisogna definitivamente spezzare quei cerchi d’identità e d’impermeabilità all’esterno che nutrono bisogni nevrotici, estranei alla conoscenza»(42). Così come è un’utopia quella del significato senza significante. In un suo bel racconto Enzo Mandruzzato(43) immagina un mondo dei significati puri(44), i cui abitanti – afoni e sordi – comunicano mediante gesti simili a quelli dei sordomuti ma infinitamente più eleganti, essenziali, aeriformi. Un mondo in cui l’idea più complessa si esprime mediante un semplice gesto. Una sorta di mondo delle idee, riservato da Platone agli dei. Nel mondo degli umani la funzione della parola, per inadeguata che sia, è insostituibile (e forse gli uomini non possono fare a meno neppure di Platone…)(45). La poesia (al pari della scienza e della stessa religione), per rarefatta che sia, non può restare confinata in un limbo di incomunicabilità, di reciproca inaccettazione. «Holderlin dice a proposito del mistero della vicinanza che il poeta tiene in serbo […]Ma non lo conserva facilmente da solo,/e volentieri si accompagna, perché aiutino/a comprendere, agli altri, un poeta».(46) Perché funzioni, perché sia percepibile relazionalmente (pur con tutte le perturbazioni che l’osservatore arreca) si deve stabilire con gli altri, in qualche modo (convenzionale o anticonvenzionale che sia), in qualche senso (magari oltre i cinque sensoriali), un contatto.(47) No, non c’è trasferimento da un soggetto all’altro di paroleverbo e nemmeno di concetti o di convinzioni impacchettati; quel che può verificarsi, quello che conta, è entrare in sintonia sulla stessa lunghezza d’onda: solo così l’espressione trasmessa può tramutarsi in quell’ondulazione di pensiero del ricevente che genera la comprensione(48). E’ determinante il rapporto che si stabilisce tra trasmittente e ricevente(49), tra il soggetto A e il soggetto B, da sé all’altro da sé; e, anche, da sé a quell’altro da sé che ciascuno di noi è per se stesso (Umberto Galimberti). Ma una trasmissione ci vuole. Era – riferiscono – era un’esperienza incredibile vedere Beethoven, ormai sordo, sfiorare in estasi i tasti senza emettere suono nei pianissimo della sua ultima sonata che presentava agli amici. Gli astanti guardavano con gli occhi lustri: sinestesia, epistéme nel rapporto tra trasmittente e ricevente… Ma se l’autore non avesse fissato le sue note in pentagrammi, il suo messaggio sarebbe rimasto rinchiuso nel suo orecchio interiore.

Quarto e principale. L’interdipendenza degli approcci caratterizza oggi, più che mai, la cultura. La scienza, nella sua ultima proiezione, si sovrappone all’arte e alla filosofia(50). Oggi la fisica ha preso il posto della filosofia (e della teologia) nel tentativo di spiegarci cosmogonicamente l’universo. Può la letteratura, la poesia, rifiutare l’osmosi della scienza senza autocondannarsi all’estinzione come i Catari? Il linguaggio(51) è importante, altroché se è importante(52). I neurobiologi hanno riscontrato che la nostra stessa mente ha una natura linguistica(53)e che il linguaggio addirittura conforma la struttura del cervello; sì, l’apprendimento plasma il cervello(54). Il nostro pensiero dipende dal linguaggio. Al tempo stesso il linguaggio è la condizione dell’inconscio(55). Ma accanirsi letterariamente sul linguaggio ne anemizza la vitalità espressiva. Un linguaggio fine a se stesso, un linguaggio per il linguaggio, avvizzisce sé e con esso le nostre strutture mentali(56). Il linguaggio si alimenta di conoscenza e ne è tramite. La scienza è ormai indissociabile (malgrado la nostra ignoranza) dal nostro modo di vivere, di pensare, di esprimerci, di relazionarci; sarebbe assurdo non tenere conto, escludere la scienza dal nostro linguaggio e dal nostro orizzonte mentale. Rifiutare conoscenze interdisciplinari, chiudere la botola sull’inconscio isolandosi eburneamente in una dimensione di estrema purezza letteraria, devitalizza la funzione espressiva, come un dente cui sia stato necrotizzato il nervo, blocca l’interazione nei circuiti cerebrali e ci fa regredire alla fissità piatta, stereotipata e quasi simbolista dell’icona, alla cultura monotematica e datata dei talebani, per i quali esiste solo quel che disse il profeta. «I versi non nascono gli uni dagli altri. La poesia per poeti non esiste. Non c’è che una poesia per poeti: la vita. I versi nascono dalla vita, non da altri versi»(57). «Il vero poeta sa di terra» diceva giustamente Goethe; di terra, di mare, di voglia d’oceano, d’illimite. I poetanti, i letterati a una dimensione che si riconoscono solo in un certo tipo di letteratura e che coltivano un’impoverita rappresentazione della realtà sono come i Koala che si nutrono esclusivamente di foglie di eucalipto: una specie destinata a debilitarsi e intorpidirsi col depauperamento del valore nutritivo del suo alimento. ΗοιεΦ, ποιησις vogliono dire un’altra cosa; vogliono dire –fra l’altro– fare, fabbricare, creare, produrre, procreare, partorire, e solo secondariamente foggiare, celebrare riti. Ignorarlo, ripiegando letterariamente su una visione della realtà non contaminata dalla scienza, equivale al comportamento degli stiliti che per entrare in relazione esclusivamente con Dio trascorrevano la vita su una colonna.

Corrado Calabrò

Note

(21) Eppure il «caso, le hasard dei francesi, può giocare un forte ruolo nel processo inventivo. Valéry ha scritto: Les trouvailles véritables résultent d’une sorte de cristallisation brusque ou semibrusque, c’est un rangement sui generis, issu du hasard». (Corti, Percorsi, […] cit., p. 11). Perché allora il gioco a dadi non funziona nella poesia ? Le sinapsi del nostro cervello sono ordinate secondo una sequenza logica; se un impulso nervoso non obbedisce a una certa sequenza o a una certa frequenza, la stimolazione dà luogo a una depolarizzazione che resta confinata in un potenziale (potenziale eccitatorio postsinaptico), che di per sé è fenomeno locale non propagantesi; la propagazione lungo il neurone è legata al raggiungimento di un valore critico, a una soglia che la dissociazione dispersiva e caotica non supera. «Adesso sono curioso di conoscere le reazioni di Noam Chomsky, perché con il nostro esperimento abbiamo dimostrato cinquant’anni dopo la sua formulazione della teoria della Grammatica universale che aveva ragione lui». Infatti risultato dell’esperimento è stato che «il cervello metteva in funzione l’area capace di ricevere la nuova lingua solo se certe regole grammaticali di fondo venivano correttamente impostate. Questo filtro cerebrale si chiama area di Broca. Quando provavamo a inserire regole grammaticali impossibili […] l’area di Broca non reagiva e il cervello attivava un’altra componente. In sostanza opponeva un rifiuto […]. Il teorema della Grammatica universale si fonda sul principio che ogni lingua conosciuta è un impasto di norme grammaticali che rispettano una serie di principi comuni: un soggetto, un verbo, la concordanza degli articoli. Ora sappiamo che il cervello ci viene in aiuto solo quando le regole di base vengono rispettate. Altrimenti, l’area di Broca resta spenta». (Intervista di Francesco Vernice al linguista
Daniele Moro, in La Repubblica, 23 giugno 2003). Più in generale può dirsi che «l’ordine dei colori e dei suoni è della natura, poggia su una scala cromatica (si pensi all’arcobaleno, alle bolle di sapone dei bimbi) o su una scala musicale: cioè vi è una legge naturale che rifiuta la casualità degli accostamenti, legge che il poeta, o il pittore, il musicista seguono nel loro fare o contrastano» (con la tecnica antilogica). «L’uomo crea seguendo la natura o contrastandola». (Corti, Percorsi, […], cit., p. 11).

(22) F. Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei greci e La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 1999.

(23) «Questa medesima costituzione dei concetti, che li fa simili alla pietruzza della figura musiva, e grazie alla quale l’intuizione rimane sempre la loro asintote, è anche il motivo per cui nell’arte nulla viene fatto di buono con essi […]. Il concetto rimane sempre infruttuoso per l’arte. Esso non può guidare in lei che la tecnica[…]. La ragione nell’arte […] non ha alcun potere sostanziale, ma sorregge l’esecuzione; appunto perché il genio non sta a disposizione in tutti i momenti, mentre l’opera dev’essere compiuta in ogni sua parte e arrotondata in un tutto». (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Roma- Bari 2000, pp. 83-4). Nella stessa filosofia il concettualismo mostra la corda, rivela l’insufficienza della sua capacità rappresentativa. La pretesa hegeliana di catturare il reale nel concetto è stata messa in crisi da diversi movimenti filosofici (tra gli altri dall’evoluzionismo –ma meglio si direbbe l’intuizionismo- di H. L. Bergson) e specialmente da Nietzsche che tratteggia i suoi spunti di pensiero sui bordi spioventi del ragionamento, illuminandoli con dei flashes che sono grumi e barbagli di espressività irrisolta. Ma soprattutto il concettualismo ha perso terreno da quando si è visto che non riesce a tenere il passo col (modo di) progredire della scienza.

(24) A dirla tutta «è un gioco continuo di azione e controreazione. Tendenzialmente sono i teorici ad indirizzare i fisici sperimentali su cosa andare a cercare per verificare una teoria, ma è anche vero che nuovi e inaspettati dati sperimentali hanno costretto i teorici a rivedere le loro teorie o ad elaborarne di nuove» (Lucia Votano, INFN). Comunque, in fisica, nessuna teoria può inibire aprioristicamente a uno sperimentatore di esplorare l’ignoto se non attenendosi a canoni intellettualisticamente prefissati. La teoria dell’interazione debole (la forza che media il decadimento di alcune particelle determinando i processi di disintegrazione dei nuclei atomici, con la trasformazione di neutroni in protoni e viceversa, una forza che fornisce energia al sole e alle stelle) sviluppata da Enrico Fermi (che pure era, insieme, un fisico teorico e sperimentale) non era fondamentale (e men che mai fondamentalista), bensì fenomenologica. Essa fu intuitivamente escogitata per fornire il corretto andamento delle interazioni, ma non era fondata su una precisa teoria fisica» (cfr. L. Krauss, Il mistero della massa mancante nell’Universo, Cortina, Milano 2000, p. 201). Serendipity: si chiama serendipity (da Serendip, antico nome arabo di Ceylon) una scoperta inattesa e straordinariamente importante che va al di là dell’obiettivo della nostra ricerca e che prescinde dai presupposti teorici dai quali essa muoveva. Così la forza d’interazione debole, che trasforma un elemento in un altro, scoperta da Fermi, così la forza di gravitazione universale scoperta da I. Newton (non ancora venticinquenne) rimasto con una calza in mano per la sorpresa, così la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo che cercava un’altra via per le Indie e trovò un nuovo, enorme continente, tutto da sfruttare; cosa che non gli fu perdonata da chi non aveva avuto una tale fortuna sfacciata ( e l’aveva, magari, ragionevolmente contrastata).

(25) Nietzsche, Umano, troppo umano, par. 119, Adelphi, Milano 1988.

(26) La poesia è morta per asfissia, soffocata dal cerebralismo. E si tratta di un cerebralismo assai più arbitrario e incomprensivo verso l’esprit de finesse di quanto non lo sia il lavorio intellettuale dei teologi, il quale non è mai nichilista (il teologo è un ateo il quale si sforza di trovare ogni giorno una ragione per credere), essendo sorretto da una passione (la fede) rattenuta dalle redini del raziocinio. S’attaglia, corrispondentemente, ben più alla poesia l’affermazione nicciana: «Dio è morto soffocato dalla teologia» (F. Nietzsche, Frammenti postumi, Adelphi). V. pure la nota 39, ultimo periodo.

(27) Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano 1978.

(28) Poincaré osservava: «Inventer c’est discerner, c’est choisir».

(29) Senofonte, Memorabili, libro IV, 12, nota 29 di Anna Santoni, p. 359, Bur, Milano 1989.

(30) «Vivono sì gli dei,/ma sopra il nostro capo, lassù in altro mondo/[…]Perché non sempre può contenerli un debole vaso,/solo di tempo in tempo l’uomo sopporta pienezza divina». (F. Hölderlin, Brod und Wein –Pane e vino-).

(31) Nietzsche, Umano, cit., par. 55.

(32) «Ciò che è puro come ciò che è comune sono in egual misura un qualcosa di detto. La parola come parola non offre perciò mai garanzia immediata di essere una parola essenziale e non un’illusione. Al contrario, una parola essenziale si presenta spesso, nella sua semplicità, come un qualcosa di inessenziale. E per contro ciò che sfoggia una parvenza di essenzialità è solo qualcosa di riferito e ripetuto. Così il linguaggio deve costantemente porsi in una parvenza creata da lui stesso e così mettere a repentaglio ciò che ha di più proprio, il dire genuino». (Heidegger, La poesia […] cit., p. 46).

(33) «Questa voce[…] non è capace, da sé sola, di dire l’autentico, ma ha bisogno di chi l’interpreti» (Heidegger La poesia […] cit., p. 55).

(34) Tuttavia «l’universo del non-sense non è casuale, ma obbedisce a una logica speculare rispetto a quella del mondo reale» (Corti, Percorsi […], cit., p. 15): in questo senso il non-sense obbedisce a una sequenzialità antilogica che ha una sua logicità, come tale non estranea alla tastiera funzionale delle nostre sinapsi.

(35) Una connotazione secondo me intrinseca alla poesia è l’asintoticità: e così ho detto anch’io la mia. V. anche nota 23.

(36) M. T. Liuzzo, La presenza assente della poesia, Le Muse, Reggio Calabria aprile 2003.

(37) Platone, Repubblica, III 394 D 8-9.

(38) Il re Edipo ha forse/un occhio di troppo. «Der König Oedipus hat ein/Auge zuviel vieleicht.» (Hölderlin, In leggiadro azzurro fiorisce).

(39) La Primavera è da sempre considerata il manifesto della rivoluzione umanistica fiorentina promossa da Poliziano. Ferma restando questa valenza storico-culturale, dell’opera viene proposta ora da Giovanni Reale una rilettura referenziata secondo la quale essa raffigurerebbe le Nozze tra Filologia e Mercurio, opera neoplatonica di Marziano Capella, tradotta per Bompiani dallo stesso Reale (cfr. G. Reale, Botticelli, Idealibri, Rimini 2001). Nella Primavera l’ispirazione poetica si nutre di fiori, cioè metaforicamente di metafore, come la conoscenza, e il demone ispiratore trasmette a Poesia il concetto metafisico di divino furore. Giustamente Reale sottolinea che per Platone «senza una passione che lo sorregga, il pensiero umano non può essere se non un pensiero debole»: è questo il lievito che anima il tedesco di Lutero (e di Nietzsche) e l’italiano di Machiavelli.

(40) E nella pittura contemporanea. La metafisica, certo; in certa misura l’arte – ogni forma d’arte – non può fare a meno della lente metafisica. E qualcuno (De Chirico), ancora in tempi recenti, è riuscito ad adattare quella lente al nostro occhio. Ma, a furia di sottrarre, certa pittura (e certa poesia) dei nostri giorni si è assottigliata e fatta grama fino alle aste preinfantili, divenendo al tempo stesso pretenziosa e intollerante.
Perché non possiamo non dirci Talebani: si potrebbe intitolare così un saggio sull’astrattismo nell’arte del XX secolo, un astrattismo che comprime, confina in una sola dimensione le facoltà dell’uomo.

(41) Cfr. Nietzsche, Umano cit., par. 120. «Io non cerco, trovo» affermava Pablo Picasso (con un bel po’ di presunzione). Ma era poi lo stesso Picasso a riconoscere: «Un quadro mi viene da lontano, chissà quanto lontano; l’ho visto, l’ho fatto e tuttavia l’indomani nemmeno io stesso vedo ciò che ho fatto. Come si può penetrare nei miei sogni, nei miei istinti, nei miei desideri, nei miei pensieri, che hanno impiegato tanto tempo per elaborarsi, soprattutto per cogliervi ciò che forse vi ho messo contro la mia volontà? ». In realtà l’arte, come la filosofia (cfr. Kant: Signore, tieni per te la verità e lascia a me la ricerca) e ogni altra forma di crescita su se stesso, è sempre ricerca; ma questa è solo preparatoria, strumentale. Al postutto conta solo la scoperta; se questa (in ultima istanza per un dono degli dei) non arriva, il ricercatore resta come un atleta che, dopo tanti allenamenti, non si è mai misurato nella gara.

(42) P.F. Pieri, Introduzione a Jung, di prossima pubblicazione da Laterza.

(43) In Via Pincherle, Edizioni Croce, Roma 2001, p. 59 sgg.

(44) Quello dei significati puri è l’ultimo stadio della rivelazione, nella visione di Gioacchino da Fiore: «Nel primo stato vennero prima i significanti, nel secondo seguirono significanti e significati, nel terzo, tolti di mezzo i significanti, si daranno soltanto i significati» (Concordia dell’Antico e del Nuovo Testamento).

(45) Cfr., alla nota 3, M. Yourcenar. Ricorda Hans George Gadamer (Discorso per il conferimento della cittadinanza, Napoli, 27.11.1990) che in Platone Diotima paragona l’immortalità dell’anima al continuo rinnovamento dei nostri ricordi. Come una specie animale si perpetua ogni volta nella riproduzione delle nuove generazioni, così la cultura si perpetua nel ricordo. Naturalmente ci sono anche pensieri di grandi greci che hanno fatto il loro tempo: così la frase di Platone «solo i morti hanno visto la fine della guerra» ci suona datata, anacronistica, nel nostro stadio di civiltà nel quale l’evoluzione sociale e tecnologica è tale (specie negli Stati Uniti) che, se non ci fossero i libri di storia, noi oggi non sapremmo più cos’è la guerra…

(46) «Noi siamo un colloquio, il che significa al contempo sempre: noi siamo un (solo) colloquio. Ma l’unità di un colloquio consiste nel fatto che di volta in volta nella parola essenziale è manifesto quell’uno e medesimo su cui ci troviamo uniti, sul fondamento del quale siamo uniti e siamo quindi autenticamente noi stessi. Il colloquio, con la sua unità, sorregge il nostro esserci» (Heidegger, La poesia[…], cit. pp. 37, 47).

(47) «Nella poesia intitolata Corral, dedicata allo scrittore Carlos Fuentes, Hoffmann paragona la vita di Sor Juana Inés de la Cruz alle membrane della cellula eucariota. Al pari della religiosa, che nel 1655 si rinchiuse in convento per scrivere versi, le membrane permettono alla cellula di isolarsi per fare quel che deve fare». «Tutta l’esperienza della poesia esige sempre una radicale solitudine e al tempo stesso un irresistibile desiderio di comunicazione». (Liuzzo, La presenza […], cit.).

(48) Viene da tempo sottolineata la differenza tra testo e ipertesto. «Se il testo a stampa è paragonabile a un blocco di ghiaccio, l’ipertesto è simile all’acqua di un ruscello che scorre liberamente»: (M. Baldini, Prolusione, cit). «Nell’ipertesto la centralità, come la bellezza e l’importanza, risiede nella mente dell’osservatore» (G. P. Landow, Ipertesto, Il futuro della scrittura, Baskerville, Bologna 1993). Nell’ipertesto, però, c’è molto di arbitrario in quello che pretende di leggervi il percettore. Nella poesia, nell’arte, è molto più profonda l’induzione (voluta o meno) dell’autore sulla psiche del percettore e al tempo stesso più carismatica l’interazione che ne nasce. La poesia non si limita a stimolarti; la poesia vuole prenderti l’anima.

(49) V. note 90 e 93.

(50) Cfr. C. Calabrò, Per la sopravvivenza della poesia uccidiamo i poeti, in «Poesia», Crocetti, n. 143, ottobre 2000, p. 60, par. 4.

(51) «Il linguaggio serve per intendersi[…] Ma l’essenza del linguaggio non si esaurisce nel suo essere mezzo per intendersi». «E’ proprio soltanto il linguaggio a concedere la possibilità di stare in mezzo all’apertura dell’ente». «L’essenza della poesia deve[…] venir compresa a partire dall’essenza del linguaggio[…] Ma […] la poesia non prende mai il linguaggio come un materiale già presente […] è invece solo la poesia stessa a rendere possibile il linguaggio» (Heidegger, La poesia[…], cit. pp. 46, 52).

(52) Il linguaggio ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione. Quel minuscolo tassello di Dna che ha conformato la nostra bocca e la nostra laringe in modo da poter articolare i suoni e quindi il linguaggio, ha segnato il bivio evolutivo tra la scimmia e l’uomo.

(53) Non solo il linguaggio ha una base biologica ma, reciprocamente, lo sviluppo dei circuiti cerebrali è determinato in parte dal linguaggio e dalle sue regole grammaticali (cfr. nota 21) che ne gerarchizzano l’espressione e la relativa comprensione: una serie di interruttori prefissati nei geni privilegerebbe un certo circuito cerebrale e con esso una certa sequenza espressiva riconoscibile in una regola linguistica. E tuttavia il funzionamento della nostra mente non sembra obbedire alle leggi fisiche tradizionali: «Ci sono buone ragioni per credere che la coscienza sia al di fuori della fisica che conosciamo» (Roger Penrose, Intervista di Giovanni Maria Pace, in «La Repubblica» 12 marzo 2002. «Sulla parola» –scriveva Goethè– «si reggono gli archi dell’esistenza». E Aristotele (nella Politica), anticipando Cesare Lombroso, riteneva che ci sia una schiavitù predisposta dalla natura facendo nascere alcuni uomini con soltanto una parte d’anima, quella che consente di agire ma non si sviluppa nel λόγος. Recentemente si è cercato d’interpretare il linguaggio di cetacei che, come i delfini e le balene, emettono certamente dei messaggi, dei quali (come di certa poesia dei nostri giorni) possiamo captare la modulazione, il contenuto quantitativo, mentre ci sfugge quello semantico. Forse, tenendo i poeti sott’acqua, si potrebbe stabilire con loro un rapporto epistemico come con i delfini.

(54) La scrittura ha spiegato poi una sua influenza specifica in questa trasformazione (sulla rivoluzione della scrittura cfr. M. Baldini, La storia della comunicazione, Newton Compton, Roma 1995). «Poiché è in sostanza una passeggiata casuale nello spazio di tutte le possibilità genetiche, l’evoluzione biologica è stata molto lenta. La complessità, o numero di bit d’informazione, codificata nel Dna è pari all’incirca al numero di basi nella molecola. Per i primi due miliardi di anni l’aumento della complessità fu probabilmente dell’ordine di un singolo bit d’informazione ogni cento anni. Negli ultimi tre o quattro milioni di anni il ritmo aumentò gradualmente, diventando di un bit all’anno; poi però, tra sei e ottomila anni fa, si registrò una nuova, grande rivoluzione: sviluppammo il linguaggio scritto. Così le informazioni cominciarono a essere trasmesse da una generazione all’altra senza bisogno che il lentissimo processo di mutazioni casuali e selezione naturale le codificasse nella sequenza del Dna. La complessità aumentò vertiginosamente. Un singolo romanzo potrebbe contenere il numero di informazioni equivalente alla differenza tra il Dna delle scimmie e quello degli esseri umani, e un’enciclopedia in trenta volumi potrebbe
contenere quelle equivalenti all’intero genoma umano. Per di più, i dati dei libri si aggiornano in fretta. Il Dna umano viene aggiornato dall’evoluzione biologica di circa un bit all’anno, mentre ogni anno si pubblicano duecentomila nuovi libri, il che equivale a un ritmo di oltre un milione di bit al secondo. Certo, la maggior parte di tali dati è spazzatura, ma se anche uno solo su un milione fosse utile, il ritmo di aggiornamento resterebbe centomila volte più veloce dell’evoluzione biologica». (Stephen Hawking, L’universo in un guscio di noce, Mondadori, Milano 2002, pp. 165-167).

(55) J. Lacan, Il seminario, libro XVII, Einaudi, Torino 2001, p. 44. (56) Se il rapporto letterario col linguaggio porta alla sterilità, il rapporto letteralista col testo rivelato porta all’integralismo, al settarismo, all’intolleranza religiosi: è questo il rapporto che hanno gli ebrei ortodossi con la Bibbia, i talebani col Corano, i testimoni di Geova col Vangelo (contra, com’è ben noto, Paolo: Littera occidit, spiritus autem vivificat (Corinzi, II, 3, 6).

(56) Se il rapporto letterario col linguaggio porta alla sterilità, il rapporto letteralista col testo rivelato porta all’integralismo, al settarismo, all’intolleranza religiosi: è questo il rapporto che hanno gli ebrei ortodossi con la Bibbia, i talebani col Corano, i testimoni di Geova col Vangelo (contra, com’è ben noto, Paolo: Littera occidit, spiritus autem vivificat (Corinzi, II, 3, 6).

(57) V. Shalàmov, Quaderni inediti, 1960-1970.

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5 commenti
  1. Devo confessare di non aver avuto la perseveranza nè la pazienza necessarie per leggere questo “saggio” fino in fondo. Non manca nulla. Tutto è stato scritto sulla produzione poetica, sul linguaggio, sui poeti chiusi nella loro torre d,avorio…Tutto sull’arte del presente e del passato, corroborato da considerazioni di illustri personaggi storici della cultura. Sono un lettore dilettante e non riuscivo a cogliere il nocciolo del pensiero del saggista né la logica di un discorso coerente. Una ricchezza di espressioni, di citazioni, di concetti che mi sono apparsi aggrovigliati e contraddittori, che hanno disorientato le mie limitate capacità di comprensione. In conclusione mi è parsa una bella dissertazione letteraria ripiegata eslusivamente su se stesso. Un documento da conservare come esemplare di critica da non imitare nella forma, nel contenuto, nelle pretese.

  2. Condivido dalla prima parola all’ultima i contenuti del saggio di Corrado Calabrò. L’uomo è uno dei maggiori poeti contemporanei e la sua credibilità è stata conquistata sul campo attraverso i modi e i temi della sua poesia e il suo riconosciuto rigore di critico letterario, testimone di tanti Premi Letterari di prestigio; per citarne solo uno, il purtroppo sospeso Rhegium Julii. Le considerazioni di Calabrò sono di grande lucidità e coerenza e consentono di penetrare e di capire le tensioni evidenti o sommerse di tanta poesia attuale, di interpretare i meccanismi nascosti che regolano, sostengono, propongono tante forme espressive a danno di altre forme secondo la logica perversa delle appartenenze a differenti chiese. Queste logiche sono in realtà una delle ragioni della diffusa insignificanza della poesia nella cultura di oggi. La chiusura programmatica entro circuiti autoreferenziali che si condannano alla fine al voto di scambio non giova in alcun modo alla poesia che perde strada facendo il possibile pubblico. Quel pubblico che davanti al già piccolo scaffale della poesia all’interno delle grandi librerie, apre a caso una raccolta e subito dopo la ripone per non aver trovato una plausibile chiave di accesso. L’abbandono di tanti valori porta fatalmente all’insignificanza e all’irrilevanza della poesia che ha bisogno invece di grandi aperture e di condivisione. Grazie a Corrado un Maestro con la passione per la Poesia vera.

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