Da una pianta di “Myricae” è spuntato il ‘900, di Paolo Ruffilli

md18233499577Sono passati poco più di 120 anni dalla pubblicazione di Myricae, la prima raccolta di Giovanni Pascoli, che vide la luce nel 1891 e fu poi rimpolpata a più riprese, nel 1892, nel 1894, 1897 e fino al 1911, passando da ventidue liriche alla bellezza di centocinquantadue, per giungere infine alle attuali centocinquantasei. Parallelamente all’incremento quantitativo, le Myricae sono state sottoposte a una progressiva rielaborazione formale che ha portato Pascoli a modificare talvolta anche profondamente il testo delle sue poesie e in qualche caso a riscriverle ex novo. Gli scritti critici contemporanei o immediatamente posteriori all’uscita di Myricae erano stati, come è noto, assai liquidatori a proposito della qualità. È merito della critica successiva l’aver individuato in questa prima raccolta le radici dell’intero discorso poetico di Pascoli. E, pur alla luce di successivi aggiustamenti e di una vera e propria maturazione formale del poeta consolidatasi nei Canti di Castelvecchio (pubblicati nel 1903), il giudizio della critica è rimasto limitativo per lungo tempo. La rivalutazione critica di Pascoli è recente. I critici vociani, sulla scia dell’odi et amo pronunciato da Croce, nonostante avessero dichiarato la loro buona disposizione nei confronti della poesia di Pascoli, avevano finito poi col ridimensionarne l’importanza. La critica marxista ha sempre preso le distanze dall’esperienza pascoliana, indicandola come espressione del mondo piccolo borghese e conservatore dell’Italia umbertina.
È innegabile l’influenza che Pascoli ha esercitato, anche attraverso la mediazione di Guido Gozzano e dei così detti crepuscolari, sulla poesia del Novecento e su alcuni dei più importanti autori italiani contemporanei come Eugenio Montale. Né può essere trascurata la ripresa dell’ambiguità e dell’invenzione analogica pascoliana nella poesia di Giuseppe Ungaretti. Ma l’elenco potrebbe continuare arricchendosi anche del nome di Umberto Saba, nella sua originale riproposizione del rapporto soggetto/mondo, e arrivando fino a Carlo Betocchi, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini… In una costruzione simbolica e metaforica della poesia che comincia, in Italia, appunto con le Myricae di Pascoli. Eppure continua ad esserci un punto morto nell’esperienza di Pascoli, poeta dalla profonda educazione umanistica che fa anche, in parallelo, “esercizio letterario”, per esempio tentando una rappresentazione moderna della classicità nei Poemi conviviali (che vengono pubblicati nel 1904, composti però via via negli anni precedenti, così come i testi raccolti più avanti in Odi e inni). Ma può darsi che sia stato proprio questo esercizio a instillare in Pascoli l’insoddisfazione per la staticità del suo linguaggio poetico di ascendenza colta. E la critica infatti individua una sorta di lotta continua, nella poesia pascoliana, tra due opposte tendenze a contrasto: la fissità letteraria e lo sforzo di rinnovamento. Per combattere le inamidature della tradizione, il poeta sceglie la semplicità ritmata: “La nube nel giorno più nera / fu quella che vedo più rosa / nell’ultima sera” (da La mia sera). In ogni caso, è proprio questa slabbratura il segno evidente che Pascoli non appartiene più all’Ottocento: nel suo sentire, a differenza di Carducci, la crisi della tradizione e nel tentare, di conseguenza, un adeguamento dei suoi strumenti linguistici. Perché il poeta avverte la calibratissima scrittura uscita dallo stampo della tradizione letteraria italiana profondamente inadatta allo spaesamento di un io frantumato, senza più orizzonti certi, incapace ormai di cogliersi e di mettere a fuoco la realtà intorno a lui (“E l’uomo non vedo io: lo sento, / invisibile, là, come il pensiero…” da Il libro). Insomma, la condizione indistinta di soggetto-oggetto (che Pascoli vive, appunto, da nostro contemporaneo) non appare al poeta più pronunciabile con gli apollinei calchi della tradizione. Ed ecco la frantumazione del linguaggio fino al balbettio, ecco l’assunzione di modi e di espressioni del parlato, ecco il ricorso alla trascrizione dei suoni con l’onomatopea, ecco la messa in opera dei processi analogici. Il tutto, apparentemente, in obbedienza alle regole della sintassi e della prosodia tradizionali. Ma, in realtà, scardinandole, da una parte con un ritmo che si è fatto sincopato e dall’altra con una tendenza (che si va accentuando nella sua scrittura poetica) a sostituire alla subordinazione una coordinazione fatta di frasi brevi paratattiche.

Paolo Ruffilli

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