“Le chant du styrène” di Raymond Queneau: l’inno alla plastica tradotto da Italo Calvino, di Fabrizio Milanese

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Raymond Queneau

Nel 1957 Raymond Queneau scrive Le chant du styrène come commento ad un documentario di Alain Resnais dedicato alla produzione del polistirene (nota materia plastica che ha rivoluzionato nel bene e nel male un po’ la vita di tutti noi). I primi di giugno del 1985 l’editore Vanni Scheiwiller propone a Italo Calvino di tradurre Le chant du styrène per inserirlo in una strenna fuori commercio della Montedison assieme ad un’acquaforte di Fausto Melotti (di cui Calvino è amico ed è forse in omaggio a questa amicizia che le copertine della collana Oscar Mondadori riportano opere di Melotti). Calvino, che amava  molto l’opera di Queneau non seppe dire di no e fu così che in quell’estate del 1985 nella sua casa di Pineta di Roccamare presso Castiglione della Pescaia si dedicò, non senza poche fatiche alla stesura della traduzione con il titolo La canzone del polistirene. In quell’estate lavorerà alacremente anche alla stesura del testo delle conferenze Six Memos for the Next Millennium (poi pubblicate con il titolo di Lezioni americane) che dovrà tenere all’Università Harvard nell’anno accademico 1985-86, conferenze che purtroppo non riuscirà tenere in quanto i primi giorni di settembre sarà colto da ictus e morirà nella notte tra il 18 ed il 19 settembre.

Romanzi-paralleli-Levi-Calvino

Primo Levi e Italo Calvino

Nella stesura di questa traduzione, che si può definire l’ultimo lavoro compiuto che Italo Calvino ci ha lasciato, e nella grande difficoltà del tradurre soprattutto numerosi termini tecnici dal francese, Calvino si avvale dell’amico Primo Levi il quale controlla e suggerisce alcune parole su cui Calvino era incerto. Di questa collaborazione c’è testimonianza anche in una lettera che Calvino invia a Primo Levi dalla sua  residenza di Roccamare:

“Caro Primo, Ti scrivo per chiederti un favore, e anche stavolta si tratta di Queneau, per il quale avrei anche stavolta bisogno del tuo gentile e competente aiuto. L’editore Scheiwiller, per una strenna della Montedison, vuol fare Le chant du Styrène di Quenau con mia traduzione a fronte. Ho accettato e ho provato, per riuscirci dovrei saperne un po’ di più sulla fabbricazione degli oggetti in plastica e soprattutto disporre della terminologia tecnica italiana. C’è tutta una parte di cui non capisco niente: tamis, jonc, filière, boudin. Le chant du Styrène era stato scritto da Q. Nel 1957 come lavoro su commissione della Pechiney, per servire da commento parlato a un documentario di Alain Resnais sulla produzione del polistirene. E’ scritto nella stessa maniera della Petite cosmogonie, di cui può considerarsi un’appendice. Questo che ti mando è un primo tentativo per farmi la mano a trovare delle rime (senza le quali poco rimarrebbe dello spirito di Q.) seguendo il significato con qualche libertà. Ho tentato di mantenere la metrica dell’Alessandrino italiano di 14 sillabe (settenario doppio) che lascia abbastanza libertà di movimento, per cui spero di poter riaggiustare versi e rime dopo le tue osservazioni. Ti sarò dunque grato se potrai dirmi dove ho preso fischi per fiaschi e dove non ho usato i termini giusti. Il bol del primo verso avevo sperato fosse un bolo di materia plastica per poter consentire l’attacco Tempo, sospendi il bolo! (parodia di Lamartine). Invece temo non sia altro che un bol en plastique, una scodella come esempio di prodotto in serie. Ho ripiegato su un gioco d’assonanze salvando solo il ritmo del verso. Ho usato qualche volta polistirolo anziché polistirene fidandomi dei dizionari che li danno come sinonimi. Le formage sous vide sarà anche un termine tecnico o solo un gioco con fromage? Cosa sarà la buse? Ho capito bene il pistone e il cilindro? Cosa vorrà dire Et, rotativement, le produit trèbucha? Penso che sarai in vacanza e non so quando vedrai questa lettera. Io resterò almeno fino alla fine di agosto all’indirizzo qui sopra. Ti ringrazio per tutto quello che potrai dirmi e ti auguro un buon agosto, tuo Italo Calvino”

 

La canzone del polistirene

Tempo, ferma la forma! Canta il tuo carme, plastica!
Chi sei? Di te rivelami Lari, penati, fasti!
Di che sei fatta? Spiegami le rare tue virtù!
Dal prodotto finito risaliamo su su
Ai primordi remoti, rivivendo in un lampo
Le tue gesta gloriose! In principio, lo stampo.
Vi sta racchiusa l’anima; del lor grembo in balìa
Nascerà il recipiente, o altro oggetto che sia.
Ma lo stampo a sua volta lo racchiude una pressa
Da cui viene la pasta iniettata e compressa,
Metodo che su ogn’altro ha il vantaggio innegabile
Di produrre l’oggetto finito e commerciabile.
Lo stampo costa caro; questo è un inconveniente,
Ma lo si può affittare, anche da un concorrente.
Altro sistema in uso permette di formare
Oggetti sotto vuoto, per cui basta aspirare.
Già prima il materiale, tiepido, pronto all’uso
Viene compresso contro una filiera: “estruso”,
Ossia spinto all’ugello per forza di pistone;
Lo scalderà il cilindro al punto di fusione.
E’ lì che fa il suo ingresso nel bollente crogiolo
Il rapido, il vivace, il bel polistirolo.
Lo sciame granuloso sul setaccio si spinge,
Formicola felice del color che lo tinge.
Prima di farsi granulo, somigliava a un vibrante
Spaghetto variopinto: chiaro, scuro, cangiante.
Una filiera trae, dall’estruso finito,
Gli spaghi che una vite senza fine aggomitola.
E l’agglutinazione come si fa ad averla?
Con perle variopinte: un colore ogni perla.
Ma colorate come? Diventerà uno solo
Il pigmento omogeneo dentro il polistirolo.
Prima certo bisogna asciugarlo per bene
il rotante prodotto, dico il polistirene,
il nostro neonato, il giovane polimero
Del sempilice stirene, ma nient’affatto effimero.
“Polimerizzazione” designa, già lo sai,
il modo d’ottenere più elevati che mai
Pesi molecolari; non hai che far girare
Un reattore idoneo: mi sembra elementare
Come perle on collana, legate l’una in cima
All’altra, tu incateni le molecole…E prima?
Lo stirene non era che un liquido incolore
Coi suoi scatti esplosivi e un sensibile odore
Oseervatelo bene: non perdete le rare
Occasioni che s’offrono di vedere e imparare.
E’ dall’etilbenzene, se lo surriscaldate
Che stirene otterrete, anche in più tonnellate.
Lo si estraeva un tempo dal benzoino, strano
Figlio dello storace, arbuso indonesiano.
Così, di arte in arte, pian piano si risale
Dai canali dell’arido deserto inospitale
Verso i prodotti primi, la materia assoluta
Che scorreva infinita, segreta, sconosciuta.
Lavando e distillando quella materia prima,
-Esercizi di stile meglio in prosa che in rima-
L’etilibenzene scoppia per sua virtù esplosiva
Se la temperatura a un certo grado arriva.
L’etilibenzene il quale, com’è noto, proviene
Dall’incontro d’un liquido che sarebbe il benzene
Mischiato all’etilene che è un semplice vapore.
Etilene e benzene hanno per genitore
O carbone o petrolio oppure entrambi insieme.
Per fare l’uno e l’altro, l’altro e l’uno van bene.
Potremmo ripartire su questa nuova pista
Cercando come e quando l’uno e l’altro esistano.
Dimmi, petrolio, è vero che provieni dai pesci?
E’ da buie foreste, carbone, che tu esci?
E’ il plancton la matrice dei nostri idrocarburi?
Questioni controverse…Natali arcani e oscuri…
Comunque è sempre in fumo che la storia finisce.
Finchè non viene il chimico, ci pensa su e capisce
Il metodo per rendere solide e malleabili
Le nubi e farne oggetti resistenti e lavabili.
In materiali nuovi quegli oscuri residui
Eccoli trasformati. Non v’è chi non li invidii
Tra le ignote risorse che attendono un destino
Di riciclaggio, impiego e prezzo di listino.

Raymond Queneau (traduzione di Italo Calvino)

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