Canori in gabbia: la modulazione frequente alle sbarre di Ho Chi-Minh, Nazim Hikmet, Hermann Broch e Wyston Hug Auden, di Michele Rossitti

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Ho veduto io stesso un canarino domestico e mansuetissimo, appena presentato a uno specchio, stizzirsi colla propria immagine, ed andarle contro colle ali inarcate e col becco alto.

Succinto nel selfie di Leopardi, fermo al suicidio di un’amica avvenuto mesi fa nella casa circondariale di Belluno, alla faccia delle alternative ‘in carcere e alla prigione’, vista l’assistenza degli ex detenuti, “la partecipazione della comunità esterna”, la condizione in cui vengono stipati coloro che non sanno di avere diritti (e per questo è necessario farsi loro garanti), il suffragio è cappio per l’Italia che si autostima avanguardia. Inadeguata manutenzione di strutture, capienza e igiene disastrose meriterebbero la giustizia in galera causa la mancata riforma penitenziaria del trattamento carcerario oltre a maggiori stanziamenti. Appuntamento disertato dai decreti lavoro resta l’assumere operatori ponte per il reinserimento in recuperi no profit che scongiurino la reiterazione del reato. Ciò viola la legge, è impossibile che precise disposizioni tutelari restino disattese, peggio inattuate. In più, è apparsa aliena la diretta dal Quirinale il trentun dicembre 2015 quando l’elogio per Cristoforetti in pallone ha ripercorso l’ennesimo salto della quaglia al veglione oscurantista. Augurio privo di sollecito al Parlamento che, cestinate le foto su Cucchi, umilia il gesto di Claudia e l’enormità degli atti anticonservativi, d’abusi compiuti nell’evidenza, troppo spesso dalla vigilanza, solo per levarsi di torno Medea e perché, al contrario delle carrellate siderali, il grado evolutivo di un popolo si riconosce non dal culto dei cimiteri, bensì dalla missione rieducativa del carcere. Se una legislatura in accordo conflittuale d’interessi interpreta provvedimenti disciplinari a carico degli Alì Babà licenze perpetue e invece sanziona l’allevatore avicunicolo che non rispetta le superfici delle capponaie, la legge innalzi i poveri cristi alla decenza dei polli. La conversione da trauma penale a progetti d’impresa sociale permarrà utopia? Spunti passati per i ristretti orizzonti degli istituti di reclusione maschili e femminili alla condizione degli immigrati privati della libertà personale s’affidano frammenti cartacei, dissesti d’inverni identitari autenticano le abrasioni a germinarsi primavere. Caustico sopra la vegetazione asiatica, in mezzo all’arcobaleno del Vietnam esuberante di fauna esotica e fiori riflessi su alvei, sorge lo strazio del carcerato nell’isolamento. Qui la poesia vince la politica, il leader che lotta per l’indipendenza indigena non filtra gli angoscianti panorami disgusti bensì li matura orti pro resurrezioni insurrezionali. La sensibilità aperta verso l’esterno e a chi condivide indebito castigo remano mitocondri lungo il cordone ombelicale che trafela pupille su rive e villaggi alternati a pescatori o bestiame. Stesa la tovaglia retinica al timpano sorprende una pastorale infantile: così gorgoglia il chioccolo di Ho Chi-Minh sotto il dominio francese!

Scendo verso Yong Ming per la via delle acque
appeso per i piedi al tetto della giunca
supplizio d’altre età!
Sulle rive, dovunque, sono densi i villaggi
e leggere galleggiano barche di pescatori.
*
Pur con le gambe e i polsi strettamente legati
ovunque sento uccelli e il profumo dei fiori.
Ascoltare, aspirare: chi può togliermi quanto
fa la via meno triste, l’uomo meno isolato?
*
Cinquantatré chilometri di marcia in un sol giorno
cappello, abito zuppo, le calzature a pezzi
e in più senza sapere dove si può dormire.
Sto aspettando l’aurora vicino alle latrine.
*
Al tramonto del sole, terminata la ciotola
si sentono da ogni angolo salire canti e musica.
La prigione di Tsing, oscura e malinconica
si trasforma d’un tratto in nobile accademia.
*
Sulla pietra dei monti, la spada del vento si arrota.
Sulla carne dei rami, passa un freddo pugnale.
Suona lontano una campana. Viandante, affrettati!
Soffiando nel suo flauto, un bimbo ritorna col bufalo.
*
Mi avevi accompagnato sulla riva del fiume.
A presto, ti dicevo, al prossimo raccolto!
Ma l’aratro è passato di nuovo tra le zolle
e io sto carcerato, lontano dai miei campi.
*
La rosa s’apre la rosa
appassisce senza sapere
quello che fa. Basta un profumo
di rosa smarrito in un carcere
perché nel cuore del carcerato
urlino tutte le ingiustizie del mondo.

Il parlato e la subitanea trama horror sposata a cordialità d’affetti puliti, il vincolo coniugale che intende con la sua metà le condanne di un esiliato dona fede nell’avvenire della Turchia per estendere alla geografia umana l’ogni tempo e dove. Carteggi fraterni di prosa lirica dolenti non disperati, soprusi mai taciuti dalle sopraffazioni governano fieri e consapevoli la dignità. Nazim Hikmet mano nella mano con Gramsci, Pertini, i Rosselli, Mandela e il censimento sfreccerebbe indomito, non pettina fronzoli alla sua curva energica durante lo streaming di coscienza sfiatato da bocche di lupo.

Mia sola al mondo,
mi dici, nell’ultima lettera:
“La testa mi scoppia, il cuore mi manca:
se t’impiccano,
se ti perdo,
ne morirò”.

Tu vivrai moglie mia,
anche se il mio ricordo andrà disperso
nel vento, come un fumo nero.
O sorella, dai rossi
capelli del mio cuore, tu vivrai:
non dura più di un anno la memoria
di chi muore, in questo nostro secolo.

La morte.
Un uomo che dondola appeso a una corda.
È a questa morte,
che il mio cuore non può rassegnarsi.

Ma rassicurati, amore mio:
se la mano nera e pelosa d’un povero zingaro
finirà per mettermi la corda al collo
invano guarderanno
negli occhi azzurri di Nazim
per leggervi la paura.
Nel crepuscolo dell’ultimo mattino
vedrò i miei amici, e te:
non mi porterà sotterra,
che il rimpianto d’un canto incompiuto.

Moglie mia,
ape dal cuore d’oro,
ape dagli occhi più dolci del miele,
perché, perché mai t’ho scritto
che volevano la mia morte?

Sì, il mio processo sta per iniziare,
ma non si strappa la testa d’un uomo
così come si strappa un rapanello.

Su, non preoccuparti,
sono lontane possibilità,
piuttosto mandami mutande di lana:
ancora la sciatica mi morde la gamba.
E non dimenticare che la moglie
d’uno ch’è prigioniero
non deve nutrire neri pensieri.

Scuote sempre il disagio che sottrae l’individuo costretto ad abbandonare la nazione sebbene la traversata, dietro apparente ventaglio, si snudi dieta sbilanciata: ricca conduce al riscatto, ipocalorica decurta distante un nucleo di abitudini proteiche per la vita. Nel bene, nel male nutre svelta e inesorabile la traiettoria dell’aereo di Hermann Broch mentre abbandona l’Austria per l’Inghilterra.

Ora sono sospeso qui nel battello dell’etere
e posso respirare di nuovo liberamente –
e adesso mi afferra
mi afferra
ancora una volta mi afferra
il travaglio brutale del profugo.

Un cuore che batteva per me nel commiato
indietro è rimasto senza conforto,
sentivo soltanto
sentivo soltanto
sentivo soltanto il laccio
che attorno al collo portavo.

Laggiù ogni cosa si è fatta minuta,
La strada è una riga –
ma d’improvviso ho coscienza del muschio,
del bosco, del suo odore di piante,
e so che laggiù mi trovavo una volta,
mi trovavo nel grembo della patria.
La strada è una riga.
Dritta come una freccia, senza fine è la riga
qui solo un fragore di acciaio,
diritto come una freccia il volo procede.
Laggiù c’è una casa colonica, lo so,
laggiù avanza un aratro in pieno silenzio
e lentezza, abbastanza veloce però
per il pane silenzioso, ogni anno, per anni.
Diritto come una freccia, d’acciaio, il volo procede –

Reclusa e sconcertante si chiude la protesta di W.H. Auden contro la pulizia etnica verso gli ebrei. Presenta l’odissea morale e fisica di una coppia innocente costretta all’autonomia tra estranei con il dilemma risolto che le mosse altrui, dai vicini ai responsabili delle atrocità, gli siano rivolte tanto da scaturirsi desolazione di fuoriusciti. Il dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, s’assume puro automatismo psichico per garantire l’intermittenza cerebrale valicate le cordigliere estetiche e, similmente alla fatica artistica di Lucio Mayoor Tosi, s’adegua a forme associative per eliminare i restanti meccanismi intellettivi e sostituirsi seduzione degl’impellenti quesiti vitali.

Vivono dieci milioni d’anime in questa città,
così si dice, in palazzi o tuguri:
ma per noi non c’è posto, mia cara,
per noi non c’è posto.

Avevamo una patria e ci pareva bella,
se guardi l’atlante la trovi di certo:
ora non possiamo andarci, mia cara,
non possiamo andarci.

Cresce nel cimitero del paese un vecchio tasso,
ad ogni primavera torna nuovo:
ma i vecchi passaporti, no, mia cara,
i vecchi passaporti, no.

“Senza passaporto, siete legalmente morti”,
disse il console e batté il pugno sul tavolo:
eppure siamo ancora vivi, mia cara,
oggi dove andremo.

Mi trovai a una riunione; l’oratore s’alzò e disse:
“Se li lasceremo entrare, ci ruberanno il pane”;
Parlava di te e di me, mia cara, parlava di te e di me.

Mi parve di udire un rombo di tuono nel cielo;
era Hitler su tutta l’Europa che diceva: “devono morire”;
oh, era a noi che pensava, mia cara,
era a noi che pensava.

Vidi un cane in giubbetto fermato da una spilla,
vidi aprirsi una porta perché vi entrasse un gatto:
ma non erano ebrei tedeschi, mia cara,
non erano ebrei tedeschi.

Scesi al porto e mi fermai sul molo,
vidi i pesci nuotare in libertà:
a soli tre metri da noi, mia cara,
a soli tre metri.

Camminai per un bosco, vidi uccelli tra i rami;
ignari di politica, cantavano a piena gola:
non erano (la) razza umana, mia cara,
non erano (la) razza umana.

Vidi in sogno un palazzo di mille piani,
di mille porte e di mille finestre:
neppur una era nostra, mia cara, neppure
una era nostra.

Mi fermai in una grande pianura sotto la neve,
diecimila soldati marciavano avanti e indietro:
cercavano te e me, mia cara, cercavano
te e me.

Michele Rossitti

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