ASCENDIT (poema alpino) di Roberto Taioli, letto da Maria Grazia Ferraris

taioliAscendit (Ed. Ulivo, 2016) è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Roberto Taioli e porta come sottotitolo programmatico: “Poema alpino”, che segna l’ambito metaforico in cui si muove l’autore. Roberto Taioli ci ha abituato con opere precedentemente edite come Natura naturans (2006) a confrontarci con il suo interesse filosofico, congiunto e declinato con quello poetico, raggiungendo nella ricerca infaticabile vertici di profondità che si chiariscono e si addolciscono nella scelta e declinazione del tema della montagna e del salire. Compie così una ricerca che si manifesta nell’interrogare continuo, nell’indagare, dubitare, nel selezionare incontri ed emozioni, paesaggi e sgomenti: un implicito autoritratto spirituale. Ascendit: l’uso della terza eppure impersonale persona – indefinita pertanto – ci conduce alla dimensione fisica dell’andare in montagna, ma soprattutto in un itinerario che prende luce nel silenzio e nel viaggio dentro e fuori di sé. Sapiente l’uso della metafora fine e potente, della scelta del percorso di montagna, mai descrittivo e decorativo, e della natura non solo oggetto, ma mistero disvelante, eppur segnata dal tempo. Rimane non facile la definizione della poesia di Roberto Taioli, che nel viaggio interiore ed esteriore, assume la dimensione della confessione che si muove nei confini dell’autobiografia, di poesia che sfuma nella preghiera, ma che pure è recupero faticoso della propria storia. Il Iinguaggio –innovativo – dice la potenza dell’esperienza vissuta e rimeditata (il clisma che infrangerà la sua crosta, le speridi che non tradiscono-le parole deiecte, la parola fragma, il tedio del peyo…) e i latinismi riconducono ad un’atmosfera liturgica (ascendit, exulltet, finibusterrae, et incarnatus est, kyrie, escathon, compieta …) così come la scelta letteraria del poemetto, ci riportano al canto a voci diverse, unite e legate nello spazio e nel tempo.
Ci sono nondimeno tutti gli elementi di un racconto: la montagna, la val d’Ayas con la sua potente natura: gli alberi che diradano nell’ascensione, l’acqua che sgorga detersa come il vetro, il fiume col suo ritmo che corre e si nasconde, la frana, la ghiaia, l’erba d’alta quota, la poesia della vita del monte, i laghi-pozze alpine, che riflettono quelle nubi ariose … la memoria delle stagioni. C’è nebbia, fumo, nubi, estati e fiori e le cose: l’acqua nell’ acquasantiera, la pietra ollare, il legno del leggio, e le persone: “Laghi che prima d’acqua /stagnano sospesi/ nell’età/ oltre tutte le morti e tutti i vivi/ per sempre,…

Ci sono gli incontri. Tra le persone in primis il padre, memoria presente e pervasiva, che si cancella e si restituisce intera. (“Non sia io a cercarti ma tu che fai del mio viso /un occhio perenne…”) Il viaggio prosegue, un ascendere continuo. La poetica del tempo interiore e dell’attesa irriducibile dell’accordo delle stagioni del mondo e della propria vita diventa respiro cosmico, fine e principio, buio e luce. Poi Compieta che si recita prima del riposo.

Si velano si svelano / dimmi se continua la vita / dove tutto finisce / se qualcosa s’accampa s’inerpica /più in alto del cielo …

Al lettore è richiesto impegno: di lettura e di rilettura, di completa immersione, di immaginazione. Se si insiste a farsi assorbire dalla parola, si scoprono i silenzi,, le tracce che conducono ai luoghi dell’anima e le emozioni apparentemente serene, calme, tranquille, che nondimeno si giocano tra orizzontalità e verticalità, conducendo alla profondità interiore, ma che sono anche tracce di viaggio mentale, di attese epifaniche: si vive la complessità. Emerge una vitalità “geometrica”- che affronta e sfida l’infinito e lo configura in orizzonti variabili di silenzi sconfinanti ed emozionanti. Rimane, a lettura avvenuta, ammirazione e stupore per chi ha intrapreso un così arduo percorso e una sottile nostalgia per le emozioni intellettuali e spirituali che ogni poesia autentica dovrebbe suscitare.

Maria Grazia Ferraris

vv. 1-22

Si velano si svelano
dimmi se continua la vita
dove tutto finisce
se qualcosa s’accampa s’inerpica
più alto del cielo
se gli alberi nel loro diradarsi
schiudono lo spazio occluso
il vuoto sempre aperto la bolla
d’aria e di neve
il segmento di senso senza legame
se non l’eterno niente che si spezza
negli occhi della frana
la frantumaia d’argento
il fuoco taciuto e sedato
il vento amico e nemico
l’acqua che sgorga al parto
e nulla chiede di sé
appare sgorga s’infrange
smuove la terra sotto
fila nella sabbia acre
dove melma ed erba si contendono
il lembo della vita.

Roberto Taioli

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