“Il conte di Saracino”di Gianni Marilotti, Arkadia Editore, letto da Dante Maffia

copHo sempre sostenuto, e questo libro me ne dà la conferma, che le denunce vere, quelle che possono avere una possibilità di smuovere le acque e di rinsavire le coscienze, non sono le battaglie politiche, comunque necessarie, ma la letteratura quando sa entrare nelle pieghe autentiche delle problematiche portandole a una dimensione universale. Il Conte di Saracino lo fa, con delicatezza poetica, accompagnando il lettore per mano nella bellezza della Barbagia, nei profumi delle foreste, nella magia di sensazioni antiche capaci di rigenerare l’anima; lo fa fotografando lo svuotamento della civiltà contadina, mettendo l’accento sul depauperamento dei paesi della Sardegna (il fenomeno comunque appartiene all’intero Sud ed è sempre più tristemente vistoso), sulla perduta di identità delle radici. Gianni Marilotti non esibisce indignazione, pacatamente comincia il racconto come un cantastorie che espone i suoi quadri al pubblico e li commenta cantando: “Tutto ebbe inizio all’alba di una fresca giornata di maggio”. Via via le vicende si snodano tra incredulità e complicità e le figure si stagliano in una verità che scrosta le apparenze e mette in rilievo i volti di ognuno con il peso delle loro azioni e dei loro comportamenti. Così Peppe Tolu, arrivato a Nuxenti da un paese vicino, diventa l’emblema convincente di una realtà spesso volutamente ignorata che snoda le omertà del potere locale senza scendere sul campo delle sfide, ma facendo scelte semplici e forse per questo clamorose, spiazzanti. Peppe Tolu, il commerciante, diventa il pazzo e l’eremita che preferisce la montagna coi suoi disagi, i suoi profumi e la sua solitudine, ma diventa anche la coscienza di una popolazione che non fa nulla per fermare l’emorragia dello spopolamento, per trovare una soluzione per evitare che Nuxenti diventi una contrada fantasma. A interpretare, direi magistralmente, la crisi, oltre a Peppe ci sono Manggedda, Felice, la guardia forestale, e Abdullah che escono dal coro delle assuefazioni e cercano una strada per rinverdire il senso della vita. Il conte di Saracino, pur essendo costretto a ripercorrere luoghi e personaggi in qualche modo visti e rivisti nella letteratura della fine dell’Ottocento e del Novecento, non diventano, nella penna di Marilotti, mai maniera, mai stereotipi. Lo scrittore  sa dare al paesaggio e ai protagonisti un’anima viva e palpitante e sa dipanare le sue tesi fuori da ogni fiato di enfasi. Nuxenti così diventa il luogo della perdita e anche la pietra miliare di partenza per rifondare la civiltà accettando il nuovo (l’arrivo dei senegalesi) e indagando nelle ragioni ancestrali del passato. Mangedda, l’emarginata, la strega, si fa veicolo di una missione estremamente necessaria per non perdere il proprio patrimonio genetico e le risorse della propria terra. “Era una bella mattina di sole sul Monte Libertà. Il profumo del lentischio si spandeva per tutto l’altipiano; una giornata di primo autunno, azzurra, fredda e serena”. Siamo alla fine della storia, finalmente  qualcuno si è reso conto che la montagna ha grandi risorse, che può dare da mangiare, può dare sostentamento se la si saprà amare e farla fruttare. Il cerchio si chiude, forse il paese ritornerà a  vivere, è certo che Peppe Tolu è riuscito, prima con lo scandalo dei suoi manifesti che annunciano la sua uscita di scena da Nuxenti e poi col riscattare la derelitta Mangedda, a ridare fiato a un luogo, a impartire una lezione di etica e d’amore. Memena, la detentrice del potere locale è sconfitta e perfino  il figlio di Peppe, ormai quasi torinese, ritorna. E non è un ritorno forzato, ma una scelta dopo avere preso conoscenza delle possibilità offerte dai luoghi: “… i paesi, le città, i villaggi non nascono mai per caso. Se sono lì una ragione ci dev’essere senz’altro. La bellezza del luogo, l’aria, l’acqua abbondante, il mare, la fertilità della terra. Il clima, la posizione geografica, e tanto altro ancora”. Libro denso e palpitante, vivo, i cui protagonisti hanno carattere e fisionomia, libro scritto da una “necessità” interiore che non vuole essere soltanto storia piacevole, ma anche momento di riflessione su quanto sta accadendo nelle periferie, soprattutto del Mezzogiorno; libro fresco e godibile, che non sarà per nessun lettore una sorsata d’acqua frizzante, ma il seme che cerca innesti e fermentazioni, adesioni, impegno.

Dante Maffia

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1 commento
  1. «Ho sempre sostenuto, e questo libro me ne dà la conferma, che le denunce vere, quelle che possono avere una possibilità di smuovere le acque e di rinsavire le coscienze, non sono le battaglie politiche, comunque necessarie, ma la letteratura quando sa entrare nelle pieghe autentiche delle problematiche portandole a una dimensione universale.» (Maffia)

    Ma perché questo pistolotto contro «le battaglie politiche»? Quali poi oggi? E se la letteratura – o questo libro di Gianni Marilotti – « sa entrare nelle pieghe autentiche delle problematiche portandole a una dimensione universale», non fa forse una battaglia politica (con gli strumenti appunto della letteratura)?
    E la politica *vera*, quando c’è stata – ad es. “nelle pieghe” del Risorgimento, della Resistenza, del ‘68’69 – ( oggi purtroppo siamo a d una recita servile dei piazzisti delle patacche politiche)- non ha forse raggiunto la dimensione universale ( quella possibile nella storia e non solo nella mente più o meno audace e geniale)?

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