Ricordo di Eduardo, di Paolo Ruffilli

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Che la poesia, per Eduardo De Filippo, non fosse un passatempo occasionale è testimoniato dal fatto che, specialmente negli ultimi anni della sua lunga vita, ha continuato ad occuparsene intensivamente, dedicandovi passione ed energie.Sono poesie quelle di Eduardo nelle quali chi conosce il suo teatro ritrova gli stessi motivi, le stesse situazioni, le stesse atmosfere, incisi nettamente in bianco e nero prima di trasferirle negli sviluppi scenici: le strade di Napoli, la folla di personaggi variamente umili che le anima e le loro contorte psicologie, la costante attenzione per la società con le sue contraddizioni e le sue ingiustizie.Già nei suoi versi, prima ancora che nel teatro, Eduardo si ispira a quell’idea del parlare chiaro che perseguirà poi nei testi delle sue commedie: ” ‘O pparlà nfaccia”. E, in linea con la corrente esistenzialista del suo tempo, ha sempre avvertito fortemente l’impossibilità di una reale comunicazione tra l’io e gli altri. Problema che si pone subito in poesia e che si sviluppa nelle commedie, già in Ditegli sempre di sì (1927), dove Eduardo insiste sulla necessità di ritrovare un linguaggio efficace e vero, spogliato di sottintesi, eufemismi, giri di parole.Per Eduardo la differenza fondamentale è tra parole che ingannano e parole autentiche: questa la dicotomia del linguaggio, il punto di partenza di tanti drammi. L’uomo senza cuore fa fortuna con le parole, ma l’uomo che ha cuore parla davvero. Il dialetto che Eduardo usa in poesia come quello delle commedie, col tempo subisce una trasformazione progressiva: da farsesco e naturalistico, volto cioè a far ridere il pubblico riproducendo la parlata degli ambienti napoletani umili e piccolo-borghesi, attraverso un’intensa sperimentazione, diventa una lingua espressiva, viva, adatta a rendere con immediatezza e autenticità stati d’animo ed emozioni dei personaggi. Un dialetto che non ha niente a che fare con il vernacolo e che tende a farsi lingua (“a lengua nosta”), una geniale miscela che Eduardo utilizza con maestria piegandola alle sue esigenze di autore. Così che le sue poesie vanno via via a dare pronuncia ad emozioni e a ragioni che emergono dal profondo, come parallelamente i suoi personaggi teatrali, parlando, non si limitano più a imitare la realtà ma diventano realtà essi stessi, le tante esperienze di un mondo che, come è stato detto, Eduardo mette in scena senza pietà, ma proprio per questo con grande compassione.
Nella poesia questa metamorfosi da strumento a sostanza di vita trova il suo terreno operativo, ed Eduardo continua a scrivere versi in dialetto, la sua lingua madre, anche dopo il Sessanta, quando ormai nel teatro ha conseguito risultati eccezionali con le sue invenzioni linguistiche. Come se volesse conservare una sorta di area protetta, un luogo privilegiato dove attingere al serbatoio della lingua viscerale, e intanto anche in termini di aderenza al parlato quotidiano e per mantenere un legame profondo con la terra che, in virtù del trasferimento a Roma, ha ormai lasciato. Quella di Eduardo è una lingua che nasce nel momento stesso in cui l’io poetico vive le emozioni e i sentimenti che prova, tanto da sembrare diretta e naturale, ma è frutto di una elaborazione creativa. Non è mai retorica, meno che mai letteraria nel senso deteriore. Al contrario, attraverso la sua vena sorgiva e incandescente fa letteratura nel senso più alto.

Paolo Ruffilli

‘O pparlà nfaccia

Io chesto tengo:
tengo ‘o pparlà nfaccia.
Pure si m’aggia fà nemico ‘ Ddio
e me trovo cu “isso”
faccia a ffaccia,
nfaccia lle dico chello c’aggia dì.
Se scummoglia ‘o fenucchio?
E se scummoglia!
Ccà, pè tenè cupierte st’altarine,
se sò mbrugliate ‘e llengue
e nun se sàpe
chi te fa bene
e chi male te fa.
Si nun se mett’ ‘o dito ncopp’ ‘a piaga
e se pulezza scafutann’ ‘a rinto
fino a che scorre ‘o sango
russo e vivo
cumm’ a chello ‘e Giesù
nostro Signore
‘a piaga puzza!
E siente nu fetore
ca t’abbelena ll’aria
‘a terra , ‘o mare.
E nuie vulimmo ll’aria fresca e pura
celeste e mbarzamata
e chillu viento
ca vulanno
e passànno
a rras’ ‘e mare
se piglia ‘addore
e ‘a mena int’ ‘e balcune
pè dint’ ‘e stanze
e arriva ncopp’ ‘e lloggie
d’ ‘e case noste.

Eduardo De Filippo 1971

[se scummoglia ‘o fenucchio: si sfoglia il finocchio, cioè si mette a nudo ciò che era nascosto; llengue: lingue; pulezza scafutann’ ‘a rinto: pulisce raschiando a fondo; abbelena: avvelena; mbarzamata: balsamica]

I suoi libri di poesia:

Il paese di Pulcinella, Napoli, Casella, 1951
‘O Canisto, Napoli, Teatro San Ferdinando, 1971.
Le poesie di Eduardo, Torino, Einaudi, 1975.
‘O penziero e altre poesie di Eduardo, Torino, Einaudi, 1985.

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3 commenti
  1. Mi tocca “correggere” (per così dire!) il Maestro e amico Paolo Ruffilli. “O pparlà nfaccia” non è soltanto “parlare chiaro” ma anche e soprattutto “parlare contro”. E si parla “contro” proprio perché si nutre una fiducia sconfinata nella parola poetica (e nell’arte in generale) capace non solo di essere capita ma anche di trasformare gli uomini e il mondo al punto che poi “ll’aria fresca e pura” possa arrivare “ncopp’ ‘e lloggie / d’ ‘e case noste”. Altro che “impossibilità di una reale comunicazione tra l’io e gli altri” !!!

  2. Per una strana coincidenza, nel dialetto della mia città natale, Piacenza, esiste l’espressione “parlè in sal mus” (la u francese) in cui “muso” significa evidentemente “faccia”. L’espressione ha lo stesso significato di quella napoletana interpretata da Paolo Ottaviani. La si usa per indicare l’andare a dire in faccia al rivale parole chiarissime e dure (questo è importante), in modo che si accerti la verità dei fatti e si ristabilisca un clima di “aria pura”, senza veleni sparsi volontariamente o involontariamente.
    Un cordiale saluto
    Giorgina Busca Gernetti

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