Il quarantennale di Pier Paolo Pasolini, di Paolo Ruffilli; Nove poesie di autori contemporanei dedicate a Pier Paolo Pasolini

11218925_1113401485344312_34553035757323458_nSono quarant’anni che Pasolini è morto, ma il suo messaggio è ancora vivo. Il fatto è che Pasolini, nella sua precocissima sensibilità, ha anticipato cose di cui solo più tardi abbiamo scoperto l’indicazione profetica: la perdita dei valori della tradizione con l’avvento dell’industrializzazione selvaggia, l’effetto di analfabetismo di ritorno attraverso la televisione, il consumismo sfrenato, l’ingiustizia sociale, la finta democrazia, l’affermarsi di una sottocultura fatta di letteratura di serie B, di televisione becera e di un cinema dell’evasione… Da questo punto di vista, i suoi libri Empirismo eretico e Scritti corsari sono da rileggere oggi, perché risultano di un’attualità calzante. A interessarsi di Pasolini in questi ultimi anni sono soprattutto i giovani, ma per un altro motivo: perché, come è stato detto, Pasolini è l’unico caso di scrittore italiano che costituisca un “mito emotivo”. Si pensi a tutti quei giovani che, anche all’estero (in Francia e in Germania, in particolare) si sentono attratti dall’opera di Pasolini ed è sempre un’attrazione di tipo emotivo sentimentale, nel sentire il coraggio che Pasolini ha sempre avuto nel drammatizzare la sua vita, con estrema sincerità e senza barriere, scavando nell’ambiguità che lo straziava tra avanguardia intellettuale e resistenza alla modernità, tentazione per il sacro e pulsione verso il profano, in un’oscillazione costante tra purezza e peccato. I giovani hanno sempre colto quella capacità di compromettersi con le cose, quella passione ideologica che in Pasolini sono fondamentali. E sempre più, allontanandoci nel tempo da Pasolini, si capisce che la sua era una passione autentica e, le sue indicazioni, segnali importanti per orientarsi nel futuro incalzante.

GLI ITALIANI

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

Pier Paolo Pasolini

Paolo Ruffilli


(sopra un verso di Pier Paolo Pasolini)

“non è di maggio questa impura aria”
se al nostro passare rapida incupa
s’è del millennio la morsa incendiaria
e al gas nervino la mente dirupa
mentre avara vive la terra all’aria
chi per niente spera per niente lotta
se per rinuncia s’adusa al guadagno
o se per alibi ricusa il compagno

(Petrolio, 1975-1995).

ad ogni dubbio ogni gabbia o segreto
nel viale o nel folto, ad ogni idroscalo
la verità è l’occulto costituito
la verità è nel potere di dolo
(nella terra a ferro e fuoco, a taciuto
silenzio per fame e per sete, o solo
in quelle navi, colme, l’immunità
di stive d’armi, e fuoco, l’impunità)

Manuel Cohen

ALLA BANDÌRA RÙOSSE

Pe’ ci caùosce assaliute u chelàure tiue, bandìra rùosse,
tiue ada ésìste réalmìénde, pecchè idde pote ésìste:
ci ère cuvirte da cruoste è arrevegghiòte da chioghe,
u bracciante devìénde méndecànde,
u napuletone calabrèse, u calabrèse afrecone,
u analfabète na bufele o nu cone.
Ci canesciàje appène appène u chelaure tiue, bandìra rùosse,
stè pe’ nan recanuoscete cchjue, manghe cu le sinze:
tiue ca già si stote gloriose cu le bénéstànde e l’opéràje
devinde arrète pìézze, e fatte libérò au vinde da u cchjù pezzìénde.

ALLA BANDIERA ROSSA

Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, 1961

Traduzione di Vincenzo Mastropirro nel dialetto di Ruvo di Puglia (Ba)

A PASOLINI

Amico della polvere
intingi nella memoria dei capelli
un dolente profumo di saggezza.
La luce di smemorati mattini
sfiora il canto della paglia inerme.
Le unghie dell’assenza
si infilano nella rabbia degli alberi.
Ragazzi braccati ti danzano
un altrove maledetto.
Si fa silenzio sul bordo dell’Ostia.
Sospeso, attendi il gonfiore del sole.

Fabrizio Milanese

AROMA

Di pensiero in pensiero
di parola in parola.
E col pensiero
la lucertola di lì a poco
avrebbe stretto il fanello.
Di fatto non c’è luogo
né bersaglio,
nessun affanno
nessuna tomba.
La parola ritorna a mezzogiorno
come l’aroma
sul fronzolo dell’arena.

Luciano Nota

PER PIER PAOLO PASOLINI

CORAGGIO e AMORE
– così ti penso-
e TERRA
e MADRE
MATER-IA
e SPIRITO
acuto
ad aprire spiragli nuovi
su orizzonti noti
e VOCE
che dice
che predice il passato
che canta il lontano
che non tace
mai.

Giovanna Olivari

GEMINO SETTIMO – I –

Derentro ru scuru
scricchiatu de sala
avansa feguru
que scansa ra pala:

de luce sbarzata
que casca a tajone
tragedia farsata
de ‘n puoru Accattone

e doppo Re ceneri
d’Antonio e re rose
pare qu’atri generi
de puisie e prose

se pierdû a ru vientu
de nova structura
scotenno da drentu
l’ardita vintura,

Pier Paolo corvu
tra celli e cellacci
argintinu e torvu
‘nchiòa ri cristacci.

Suoru in cameretta
te penso e resogno
e littera eletta
non scrìo, trasogno

parlenno a ru fuocu
que te Benandante
allumina ‘n puocu
pe’ ra strai stellante:

un gnente separa
da suffìu materia
co’ l’anema clara
fra miezzu l’arteria,
– oh! Quantu dolore
derentro tu’ sangue!
Violensa d’amore
reclama atru sangue,
e lucciole vaghe
de notte silente
tecco ‘n secche plaghe
de buiu fiorente.

GEMINO SETTIMO – II –

Nel buio scricchiolante di un androne
un sottoproletario sullo schermo,
negletto sfruttatore di rione:

dagli strani rilievi della luce
opaca e netta la tragedia ambigua
del povero Accattone già traluce

e dopo quelle Ceneri e la rosa
in forma sghemba d’aperta corolla,
caratteri diversi in densa prosa

e poesia in corsa con il vento
che contamina l’arte nell’essenza
muovono alfieri d’acuto ardimento,

nelle sembianze stridule di un corvo
tra Uccellacci e uccellini Pasolini
i cristi stigmatizza acerbo e torvo.

Nel chiuso della stanza penso e sogno
con la fraternità di chi sta solo
lettera non ti scrivo ma trasogno

parlando al fuoco con lo spiritello
del folletto friulano Benandante
che muove al chiaro, stellato mantello:

nulla separa operosa materia
dal più leggero soffio della vita
che penetra nel cuore dell’arteria,

fin dentro il sangue – Ahi! Quanto dolore!
– S’addensa e scorre in suo divenire,
più forte chiama violenza d’amore!

Lucciole vaghe dai brevi respiri
luci danzanti ancora nelle notti
senza la luna persa nei suoi giri.

Paolo Ottaviani

UN FIGLIO

Un Figlio
Povera
Patria
Piuttosto Incline a un dio che va pregato
sempre e rigorosamente nel dolore
di un dopo che ancora scorre
sulle risate che scrivono la storia
Povera
Patria
Piagnucolona
che a mani tese e testa china chiede
quello che ogni giorno lascia che gli sia rubato
compreso un figlio,
quello che l’ha più amata.

Romeo Raja

NOTIZIA DI PASOLINI TRASCORSI QUARANTA INVERNI

Prego in gergo l’amore per i dannati della terra, la mente
lo acquieta lucertola leopardo tra frasche e arbusti,
con la mia viola sfregata in mento, a pipa, il calice
le allevia l’infamia, pugno il gambo freme “è vita”.

Il furto di un fiore ricaccia ai pungitopi la grinta
spenta della fontana, in siepe novella la pioggia
cova il suo mantra ossesso, forbice, l’infanzia
di una rondine sfolla il campanile.

Fanciullo il male ti umilia dolore contento,
un putto, livido di muschi, depone lo scandalo
toccandosi la natura, si bea infermo a illuderti piovosa
bravata e splende bombe gli affreschi della Versutta.

Spiazza appena  la botta d’acqua nei sifoni, fuori burrone,
lungo sterco di volpe, occhi lisciano petali e neri d’anima
i petali minacciano un geco quasi aborto, budello pelvico
finge perso il muco, fa cucù maculato da carezza fiorita.

Smesso il diluvio, la sera affranca in gola
un salmo feriale, né mondina né fringuello,
apnea satura è placenta rosa fra la viola e il mondo.
Mi urlo: “Pier Paolo!”

L’altro volto mio siamese, velano di polline ai temporali
si riscatta sembianza da foglie umane e flauta
preludio col suo sogno, vergogna d’ingenua purezza droga
la pastorale innocente che coglie nel ventaglio tosco l’india

Michele Rossitti

HEIMAT

La Ginestra
il cognome
dimenticò
il fiore.
VOTATE LIOY
Passato
indelebile
sulla colonna
di un nobile
palazzo borbonico.
Vincenzo Cuoco
non gli impedì
di finire impiccato
al suo albero
di sughero.
Materiale
per dipartimenti
di quisquiglie
e per conferenze
curiali
fra discendenti
di Ruffo
o per enciclopediche
monografie
da dopo-lavoro.
VOTATE LIOY
Incancellato
graffito partenopeo,
come gli oggetti
di casa ereditati
da una storia
Senza eredità:
il monocolo,
le cartoline da Napoli,
il soprabito-da-teatro,
un pennino
e una medaglietta.
De Napoli
fuggì dalla capitale
per il terrore
dei giacobini
e tornò in provincia,
in questa terra senza luogo
fra Napoli e Palermo.
VOTATE DE NAPOLI
Starebbe bene
scritto
sulle colonne corinzie
del grande tempio
per vecchiette
che scavò la fossa
alla Domusecclesia
della nostra memoria.
Neppure reliquie,
ma trofei,
prede
o pezzi di capro,
il magico bestiario
ad abbellire
come tristi bomboniere
di porcellana
i balconi crispini.
Il palazzo
De Gemmis
ignorò
la cospirazione
del suo padrone,
quando
i fregi di alloro
stancamente,
immobili
come sempre,
adornarono
il podestà.
Nessuno
ricorda
il suo nome,
oppure questo
si confuse
sui palchi elettorali
della democrazia
infantile
tra i nomi
dei nuovi cospiratori,
garriti
dalle coppole
dei contadini;
le stesse
dei vescovi
e dei viceré.
Le porte
lasciate-sempre-aperte
furono
l’unico lascito
della memoria.
Quel nome
neppure mio nonno
lo ricordava.
Le unghie di mio nonno
erano sporche di terra.
Mio nonno
che non fece le guerre,
che servì il padrone
e non gliene venne nulla;
che fece lavorare
due prigionieri tedeschi
e per questo
non divenne antifascista.
Mio nonno
era alto
e pareva muto.
La città di mia nonna
fu la pietra bianca di Trani.
Mia nonna
che non conobbe città;
che sconosciuto
conobbe solo il rosario
e nenie campane.
Mia nonna,
che si credeva una signora
perché suo padre era beccaio;
che fu sepolta
col suo abito da signorina,
in eterno ritoccato.
In quale paese vissero
non lo so dire:
stampe da calendario
rimangono,
senza alcun ricordo.
Recupero pubblicitario
di radici fragili e fredde,
come di vetro.
Il mondo antico
masticato
a fatica
si ingolfò
nell’occhio
potente e misericordioso
di un bracere acceso.
Così sgorgò via
e la faccia
dura ed evangelica
di mio padre
si bruciò.
In cambio
gli dettero
una ceroplastica.
La periferia romana
perse così
un attore non-protagonista;
e un altro posto
fu occupato
al museo interattivo
del 3 x 2.
La faccia contadina
fu sfigurata,
mentre noi
inizializzati
per rinnovate figure
di vecchie forme di vita.
Non c’è
HEIMAT
perché
non c’è mai stata
una terra.
Invano
invocata
da una
poesia civile
inascoltata
perché estranea,
isolata
perché solitaria,
irreale
perché non si incarnò
in un bisogno
barbarico
di terra
ma finì
anch’essa
per volteggiare
nell’aria
di un luogo
che fu
e non è più,
di un ninnolo
che si ereditò
da un tempo
che fu di altri
sulla stessa terra
di oggi.
non i campanili,
non le Sezioni,
non gli ipermercati
ci appartennero,
come ci appartiene
il nostro luogo geografico:
scenario.
principi,
papi,
vati,
cospiratori e balordi,
da seppellire tutti
in terra sconsacrata.
Appartenemmo
tutti a noi stessi
e perciò
tutti a nessuno
o al proprio impresario.
Eppure
una terra
deve esserci
se esistono
paesi
a cui qualcuno
dette un nome
così sacro:
DELLA DELIZIA
Dove
sempre plumbea
una pietra
riaccolse
madre e figlio
che a quella terra
appartennero.
ma il figlio
non morì lì,
alla ricerca
di un luogo
che non c’era più,
se c’era mai stato.
Così lo ricorda
un posto d’altri :
squallido,
ostile,
alieno e triste
come
una sala d’attesa,
un parlatorio,
una sagrestia,
un viale di periferia,
una stanza umida
o una reggia blindata,
dove
andarono a morire
orfani o prodighi
i figli
di questo Paese
senza terra,
neppure
per i nuovi
unicamente
orfani
che ne vanno cercando una.

Pasquale Vitagliano

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