Rispolverare i classici: la poesia bucolica di Calpurnio Siculo, VII egloga

Roma004_Romolo_remoSappiamo ben poco della biografia di Calpurnio Siculo, vissuto sicuramente all’epoca di Nerone da quanto si può ricavare dalla sua opera. Sulla scia di Teocrito e Virgilio compose sette egloghe, tra il 54 e 63 , in cui, sotto le sembianze del pastore Coridone, celebra il principato neroniano come una nuova età dell’oro. Le egloghe appartengono all’età neroniana anche per un certo gusto coloristico e per una spiccata propensione al patetico, che si unisce ad una eccessiva raffinatezza del verso. A Calpurnio Siculo si attribuisce anche la Laus Pisonis, un carme celebrativo dedicato all’autore della famosa congiura contro Nerone. Studi più recenti inoltre tenderebbero ad ascrivere  a Calpurnio  anche i Carmina Einsiedlensia (dalla biblioteca di Einsiedeln dove è conservato il manoscritto).

Licota

Lento torni dalla città, Coridone, è già la ventesima notte
che i nostri boschi desiderano di rivederti,
che i tori tristi aspettano i tuoi incitamenti.

Coridone

Pigro Licota, più duro del duro asse,
che preferisci vedere i vecchi faggi ai nuovi spettacoli
che il giovane dio ha offerto sulla vasta spiaggia.

Licota

Mi stupivo qual era la causa del tuo ritardo,
perché la tua zampogna taceva nei boschi taciti
e il solo Stimicone cantava, cinto di pallida edera,
senza di te; tristemente gli abbiamo donato un capretto.
Mentre tu tardi, Tirsi ha purificato gli ovili
e ha fatto gareggiare i ragazzi sulla canna acuta.

Coridone

Sia invitto Stimicone e si arricchisca coi premi,
non goda soltanto di quel capretto,
ma di tutti gli ovili che Tirsi purifica,
non eguaglierà la mia gioia, e se mi dessero
tutte le mandrie della selva Lucana,
non mi piacerebbero più di quello che ho visto a Roma.

Licota

Di’ dunque, Coridone, non disprezzare le mie orecchie:
certo mi parlerai con la stessa dolcezza
che usi cantare tutte le volte che si invocano nei riti
la feconda Pale o Apollo dio pastorale.

Coridone

Abbiamo visto un teatro sorgere verso il cielo
e guardare dall’alto la cima Tarpea
percorrendo i gradini e i dolci pendii,
arrivammo ai posti dove la folla plebea
assisteva allo spettacolo fra i banchi delle donne.
Tutte le parti all’aperto erano già affollate
dai cavalieri e dai tribuni vestiti di bianco.
Come la valle si apre in un vasto cerchio
e piegata a lato e tutta coperta di ibischi
si curva, concava, in mezzo ai monti ininterrotti,
così la curva dell’anfiteatro seconda il terreno
e l’ovale al centro si connette alle due moli.
Ma come riferirti quando a fatica io stesso potevo
guardare per dettagli? Da tutte le parti il fulgore
mi colpì: stavo attonito a bocca aperta
e guardavo tutte le meraviglie senza capirle ad una ad una,
quando un vecchio che per caso mi stava accanto
alla mia sinistra mi disse: “Non è da stupire
che tu ammiri tante ricchezze, tu zotico che non conosci
l’oro, ma solo i sordidi tuguri e le capanne?
Io che tremo, ho i capelli bianchi e sono invecchiato
in questa città, stupisco a tutto: certo quello che abbiamo
visto negli anni passati ormai vale poco;
è insignificante tutto ciò che vedemmo un tempo».
Ecco un balteo gemmato e un portico decorato d’oro:
brillano a gara e dove finisce l’arena
e ci sono i posti vicini al muro di marmo,
meraviglioso avorio è steso sui tronchi connessi
e forma un cilindro che, girando sull’asse,
inganna col movimento imprevisto gli artigli
e tiene fuori le belve1. Rifulgono reti intessute
d’oro che poggiano nell’arena su denti –
denti pareggiati e il nostro dente era, credi, Licota
se hai fede in me, più lungo del nostro aratro.
Perché dire tutto in ordine? Ho visto ogni specie di belve,
di qua bianche lepri e cinghiali cornuti,
e l’alce che è rara anche nelle sue foreste.
Ho visto i tori, quelli che hanno sull’alta cervice
un nodo deforme o quelli che hanno sul collo
un’ispida criniera e sul mento un’aspra barba
e setole vibranti sulla loro fronte.
Né mi è toccato solo vedere i mostri
delle foreste, ho visto anche i vitelli di mare
lottare con gli orsi e la mandria di cosiddetti cavalli –
ma deformi, nati nel fiume che irriga con le acque
a primavera i raccolti oltre le rive.
Come tremammo a vedere il suolo
dell’arena dividersi e dal crepaccio emergere
le fiere – e più volte in quelle stesse caverne
crebbero arbusti dorati con subito getto.

Licota

Felice Coridone, che non ti lasci impedire dalla tremebonda
Vecchiaia! felice, che il dio benigno ti ha concesso di vivere
fin dai primi anni in quest’epoca! Adesso
se la sorte ti ha dato di vedere da presso
il dio venerando, e hai notato il suo volto e i gesti,
dimmi Coridone, ti prego, come è l’aspetto divino.

Coridone

Magari non avessi indossato rustiche vesti!
Avrei visto più vicino i miei dei. L’abito sordido,
la povertà e la fibbia col rostro curvo
me l’hanno impedito, ma da lontano almeno l’ho visto,
e se la vista non mi ha ingannato, ho pensato
di vedere in uno solo il volto di Apollo e di Marte.

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