“Oltraggio all’ipocrisia” di Gabriella Montanari, letto da Marco Onofrio

Gabriella Montanari Oltraggio all'ipocrisia Lepisma di Marco OnofrioQuesto fiammeggiante libro d’esordio di Gabriella Montanari (Lepisma, 2012, pp. 84, Euro 12) mi ha fatto pensare a una riflessione di Hemingway sulla dinamica creativa della scrittura: «Si buttano giù le parole a sangue caldo, come in una lite, e poi si correggono quando si è ritrovata la calma». Gabriella Montanari litiga con se stessa, col mondo e con le parole; però non corregge, e non ritrova nemmeno la calma: cerca la comunicazione poetica più diretta, più vicina all’oralità della vita colta dal vivo, dei discorsi detti (o non detti) sul piano della quotidianità. Intervenire a posteriori significherebbe, per lei, rovinare la poesia, cioè inquinare la purezza e l’originalità dell’espressione, alterando l’impronta dello stile. Lo stile qui non è una formalizzazione letteraria che interviene dall’esterno per imbrigliare la vita, o darle un decoro accettabile e convenzionale; ma è un impulso biologico che si realizza “in fieri”, nella conquista del suo stesso fuoco: come l’onda di una sfolgorante accensione. Per questo lo stile di Gabriella Montanari si percepisce in tutta la sua selvaggia, organica naturalezza. Una carezza ispida. Un miele sulfureo e stellare, che inebria ma può anche avvelenare. La forma di queste poesie è ondivaga, sussultoria, pulsionale, aderente ai movimenti del pensiero. La forma scaturisce di volta in volta dal contenuto: non viene imposta come un “a priori”, un calco, un’impalcatura. È una poesia assolutamente non letteraria: consapevolmente non letteraria. Eppure ha diversi ascendenti indiretti: Rimbaud, Lautréamont, Celine, Boris Vian (“Io non vorrei crepare”), Bukowski, Kerouak. Un passo indietro e un passo oltre ciascuno di loro. E, soprattutto, Dino Campana. Ricordano i contemporanei che la poesia in lui si comunicava come febbre, “scossa elettrica” al di là dei versi. Era dominato da una tensione sublime e onirica: così, nella poesia di Campana le parole sono “deviate” verso l’oltranza, bruciate da un fuoco che le strappa dal peso dell’inutilità. Quelle di Gabriella Montanari non girano mai a vuoto: sono sempre “agganciate” a qualcosa, ingorde e carnali di vita, materiche, impertinenti. Affilate e lucide come lame, pronte a ferire, anche ad uccidere. È una poesia “in movimento”, come Montale scrisse di Campana. Presa da un gorgo centripeto. Protesa all’impossibile centratura del punto di equilibrio. Raccolta nella concentrazione del processo autologico. Catturata da un movimento simbiotico che afferra i margini del rapporto io-mondo (mediato dal sé), per cui interpretare il mondo è arrivare a comprendere se stessi, e viceversa.

La poesia di Gabriella Montanari ha un suono “cinematico”: trasporta verso luoghi emozionali, più che fisici, che finiscono per abitarci: in cui, cioè, finiamo per abitare. La sua è una poetica della sincerità crudele, della verità scarnificata. Ogni poesia è come una pistola: lei la carica, la lucida, la accarezza, e in certi casi tira il grilletto, dopo aver puntato la canna contro lo specchio delle convenzioni. Questo è il suo “oltraggio all’ipocrisia”: il suo modo folle e amorale di dire che “il re è nudo”, di resistere alle sirene anestetizzanti della noia, della quieta disperazione, e al “fascino discreto” della borghesia. La rivolta antiborghese si concreta nella visione dei «grossi porci» che camminano addosso a Parigi; nell’esibizione provocatoria della sessualità; nello scardinamento dei mattoni che fondano, in tacita connivenza, l’edificio del sistema e, a sua volta, il sistema dei poteri statuiti (le parole d’ordine “rispetto”, “igiene”, “discrezione”); nell’eversione dal ruolo consolidato di figlia-donna-madre-moglie (la figlia che impigriva, prima di svegliarsi, in una vita «da borghesuccia», piena di alibi quotidiani: – «Mi bastava / non deludere / non deludervi / vomitare la rabbia in silenzio, senza sporcare»); la donna inquadrata ab aeterno in un decalogo di «stronzate» («Come la Bibbia, / come il Corano / devono averci raccontato a tutte le stesse stronzate: / scopa solo con tuo marito / e di preferenza per fare figli (…) non andare nei bar con le amiche che la gente / sparla / se metti la minigonna e i tacchi poi non stupirti se / ti stuprano (…) fai la / moglie e la madre / non lamentarti sempre / non fare troppe domande / sorridi»); la madre che spesso si sente inabile al suo ruolo; la moglie che stira le «camicie da burocrate» al marito, che «barcolla tra la propria salvezza e l’inferno dell’essere devota / e leale e presente e attenta e indispensabile e responsabile e / fottuta / in trappola / sbattuta in gabbia / con un diamante al dito e un cappio al collo». Gabriella Montanari cerca l’essere al di sotto del ruolo, la carne dentro l’ingessatura, il volto che la maschera ricopre. Questo è un libro dinamitardo che fa esplodere le gabbie: è una dichiarazione di guerra contro il perbenismo degli ipocriti che si accontentano, le «esistenze sedate» che obbediscono ai «comandi come reclute ignare». Lei non ha paura di alzare il sasso e scoprire che, sotto, pullula di vermi. Esplora – con il coraggio libero e un po’ incosciente di chi non ha nulla da perdere – gli abissi nascosti sotto lo specchio calmo degli acquitrini, le acque chete dell’esistenza quotidiana. Nella “banalità del male” c’è il confine sottilissimo della follia:

eppure

tra gli sguardi unti e la noia che le paralizza gli arti
s’insinua il germe di quella follia mansueta
monta come gli albumi a neve
demone invisibile e subdolo
che sfiora ogni giorno la deflagrazione
il grande botto
il tracollo
delle certezze e delle banalità.

La rimozione delle energie sistematicamente imposta dalla civilizzazione (che premia l’ipocrisia e la mediocrità per potersi perpetuare in “sistema”, soffocando tutte le eversioni, quanto più creative e originali) procura un enorme “disagio”: una rabbia spaventosa che deve pur trovare qualche sfogo. E qui entra di nuovo in gioco Campana: il Campana teppista e incendiario, più che quello della “tragedia elusa” nei Canti Orfici (secondo la suggestiva lettura di Bàrberi Squarotti), laddove tenta cioè un’impossibile normalizzazione della sua poesia inseguendo le “belle immagini” estetizzanti.

Ecco ad esempio:

Una parola – dinamite fetida
che immelmi lo scarlatto del vostro sangue porcino
e vi stritoli la spina dorsale
e moriate nel viscidume vomitorio melmoso
delle vostre midolla (…)

E ancora:

Oh avere un cielo nuovo, un cielo puro
dal sangue d’angioli ambigui
(…)
Un cielo metallico ardente di vertigine
senza i miasmi putridi dei poeti e delle fanciulle
(…)
Un cielo dove
frati e poeti non abbiano fatto
la tana come i vermi
(…)
Schiacciamo una volta gli infami decrepiti.

Questo è il Campana vero, il disadattato, l’indigesto, l’irriducibile che “non cape”. E si legga Gabriella Montanari, riecheggiando Campana (e, prima di lui, Cecco Angiolieri): «vorrei far scoppiare il mondo»; «Mi dai voglia di far fuori gl’innocenti e liberare Barabba»; «voglia di mettere le mani addosso a qualcuno soprattutto un innocente»; «rabbia di vittime e sangue»; «crepa, uomo / di rabbia, d’invidia e anche d’altro / se puoi»; «far esplodere i fogli d’inchiostro indelebile e sanguinario»; «Scrivo per me, scrivo per me / che vadano tutti in rovina». La rivolta, naturalmente, non può esimersi dall’uccisione metaforica del padre-stronzo (nel senso anzitutto di escremento), con la «tentazione / di alzare il tacco / e tac / un colpo secco / e la testa esplode / in un vuoto di lacrime» senza neppure la deterrenza della sua pietosa vecchiaia («sei inerme / piccolo da far pietà»).

Parigi – dove Gabriella Montanari viveva ai tempi di questo libro – appare come quintessenza dell’ipocrisia borghese, dei muri di gomma, delle forme, delle convenzioni, del patto dei poteri conniventi. Città-prostituta che «ti scruta con gli occhi languidi da cagna in calore», libertina, camaleontica, tentacolare, multietnica, con le sue «sere di velluto» (ancora Campana) e i suoi odori di terre lontane, i suoi retaggi ottocenteschi («làudano e assenzio») da oblio decadente: «città di merda / eppure io ci sto bene». Una Parigi vista con gli occhi di Campana misteriosamente riaffiorati, cento anni dopo, in una donna romagnola (è nata a Lugo). Una Parigi disperatamente letta oltre la statuizione civile del “nome”, che fa pensare alla scandalosa libertà dell’’“ultimo tango” di Bernardo Bertolucci. La Montanari è una poetessa che non ha paura di rovistare nella merda: fango, viscere, brutture, marciume, materia schifa. «Un’altra notte / che trascina nel buio il tanfo di una giornata di merda»; «La puzza sale come l’aria calda»; «quel cielo sporco / continua a sciacquarsi il culo»; «il sangue marcio»; «La morte ha il sapore di un dente cariato / l’odore di un cesso umido»; «Stasera la poesia la scavo nella melma in cui annego»; «Ho i pensieri e la pelle sudici»; «l’inchiostro nelle viscere». E poi, ancora, «acque torbide e basse», «aliti e odori» metropolitani, e «tanfo pestilenziale», e «i tesori sepolti nei sacchi d’immondizia». Anche questa lezione ha tratto delle avanguardie: trovare la “trascendenza” nella spazzatura, perché è in mezzo al rumore e al furore del caos che si avverte lo strano sussurro di un oceano che non ha sponde, ma bagna il cuore di ogni uomo. Lì c’è il continente sommerso, il paese dimenticato a cui fare ritorno. La poesia di Gabriella Montanari nasce dalla “resa dei conti” dei 40 anni compiuti: «ora che il tempo esige / come in uno specchio / la verità / senza trucco». Nasce dal ritrovarsi dentro uno specchio appannato e scoprire «che per la prima volta mi somiglio». È la poetica della sincerità, dello scavo, della stretta ineludibile: alla ricerca di «parole / sempre un po’ più / oneste». Sa che scriverà “meglio” quanto più scriverà “vero”. Non vuole esorcizzare il proprio buco nero, ma tuffarcisi dentro, passarci attraverso, costi quel che costi. «Ora esco e bestemmio un po’ / per sgranchirmi i pensieri» potrebbe essere il suo manifesto creativo. «Uscire a prendere a calci la vita». Da questa poetica viva esce una poesia a mo’ di stella avvelenata, maledizione d’amore, rissa di parole selvatiche. Gabriella Montanari è una lanciatrice di coltelli. «Bambina incazzata», «erba matta», «fiore sconcio»: esclude l’a priori e l’a parte di chi si mette sul piedistallo, di chi ben pensa, di chi ama sentirsi migliore. Lei guarda all’uomo sub specie evolutionis, come a una materia in un mondo di materia in movimento, dove tutto si dissolve e si trasforma. Siamo «creature del buio amniotico» e condividiamo con le bestie provenienza e destinazione del nostro unico, risibile viaggio. Per questo a un certo punto può intendersi – creatura vs. creatura – con un gattaccio di strada, «affamati entrambi di carezze». È una poesia radicalmente eversiva, anarchica, intemperante, tambureggiante, belligerante. Dà il pugno allo stomaco o il brivido alla schiena. Poeti del genere (degenere), quando appaiono, si attirano maledizioni e resistenze di ogni tipo, candidandosi al ruolo di capri espiatori. Che ne siano coscienti: il mondo gli si opporrà nella misura in cui loro si oppongono al mondo. Lei infatti lo sa:

quelli che hanno le palle per re-
citare a cuore aperto si trovano davanti un pub-
blico di quattro gatti di cui due capitati lì per caso
mentre i coglioni alla moda paraculati e piegati ad
angolo retto li trovi su tutti i palchi.

Ma non è dal plauso immediato che si giudica il valore di un poeta: anzi.

Marco Onofrio

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