Antonio Machado e Federico García Lorca: gli scorci autoctoni trasfigurati per esorcizzare l’ossessione, di Michele Rossitti

MACHADO--644x650Sentimenti semplici e cordiali quali il legame alla terra materna, l’infanzia passata, l’aspirazione alle conquiste individuali, sono sottili e sostenuti da non semplici coinvolgimenti interni che lasciano inalterate le loro suggestioni, se vengono espressi con delicate analisi. Si immagini, per esempio, un vecchio canto popolare ereditato dalle saghe orali in cui la pena d’amore è paragonata a una spina piantata nel cuore. Nel pus compresente sul petto millenario delle genti, Machado si medica per vagliare la propria singolare tragedia, maggiormente desolante. Il male d’amore iberna la sua carica vitale che fa patire ed esalta, causa dolori e contentezze, rende giovinezze e affanni ma di sicuro non riflette l’emarginazione di chi è stato sradicato dai luoghi natali ed è costretto al vuoto o all’assenza delle passioni più vere. Per tale motivo Io sto sognando le strade grava su di sé la pena simile a una canzone, dove la piaga d’amore può trasformarsi sì in una condizione bramata ma anche nel dolore intimo, privilegiato dal rapporto con un soffrire diverso. Davvero le querce polverose perfezionano le migrazioni degli anni e impregnano il panorama primitivo condito dal sapore latino sebbene già il turbamento endemico sia troppo affine al dramma del poeta, estraniato dalla patria e dalla gioventù. Il tema del raccoglimento sulle bellezze lasciate è l’apice dell’angoscia. Attraverso una trasposizione, viene affidato alla campagna mentre in effetti è tesoro esclusivo e geloso di Machado. Con l’imbrunire pure l’anima avverte i raggi fievoli di una sagoma che innanzi le scompare, si oscura e perde definizione: i contorni che mantenevano fin a poco prima guglie tangibili, mutano in vane, irrintracciabili tinte oniriche. E nell’Acuta spina l’anelito della tradizione orale twitta la smania che vorrebbe possedere, soffocare a sé la pena pur di non percepirne una molto più amara: non sentire più il cuore.

Io sto sognando le strade
della sera. Le colline
dorate, i verdi pini,
le querce polverose!
La strada, dove andrà?
E vo cantando, viandante
lungo il sentiero…

La sera cadendo va.
“Fitta nel cuore io avevo
la spina di una passione,
un giorno me la strappai:
ma non mi sento più il cuore”.

E la campagna, un momento
rimane muta ed oscura
a meditare. Suona il vento
tra i pioppi lungo il fiume.

La sera più e più si oscura
e la strada che serpeggia
e debolmente biancheggia
si confonde e poi scompare.

Torna il mio canto a dolersi:
“Acuta spina dorata,
ti potessi risentire
nel mio cuore conficcata”.

garlor-620x420La medesima tensione, salvata fino allo spasimo dal cuore di poco fa che nacchera improvvisa percuote le costole e aderisce all’imminente contatto con il decesso, mescola i suoi colori caldi ai balli gitani: nella fantasia un García Lorca contempla appassionato ma distante Cordova, culla della baldoria illibata a cui aspira l’anima piena durante il suo perenne vagabondare. Si presenta patria impossibile dove l’allegria non sarà permessa, allo stesso modo in cui il gaudio non è consentito alla persona che supera l’infanzia per addentrarsi nell’esperienza matura: gli zoccoli coraggiosi della “cavallina nera” nonostante il loro impegno non raggiungeranno quel luogo favoloso. Il viaggio si trascinerà ininterrotto nella regione apprensiva della notte, per un tragitto implacabile di astri violenti che cesserà soltanto nell’istante del trapasso. Remota e appartata rimarrà allora Cordova, intatta nella magica visione non sarà mai recupero bensì continue e riformulate lacrime della coscienza. Nel ritornello che apre e chiude Canzone di cavaliere e il suo aroma epico, la città andalusa con i contorni artistici di origine iberico-araba è impalpabile, inumata nel ritiro proprio quando il “nero” equino, rapportato alla fase della luna immensa e cremisi, aumenta la visione fiabesca della luttuosa peregrinazione in un cenno alle olive, viatico frugale di un’umile condizione. Non appena il paese ameno è indovinato nelle sue torri, García Lorca ci mette subito in guardia. Su quei merli al posto della felicità c’è la morte incarnata in un losco personaggio, il cecchino che mira dalle feritoie per uccidere. Rintronano gli “Ahi”, estesi allagano inesausti il cordoglio, fino a coprire con la loro meteora una scia rimasta di firmamento e spirito.

Michele Rossitti

Cordova.
Lontana e sola.

Cavallina nera, grande luna,
e olive nella mia bisaccia.
Pur conoscendo le strade
mai più arriverò a Cordova.

Nel piano, nel vento
cavallina nera, luna rossa.
La morte mi sta guardando
dalle torri di Cordova.

Ahi che strada lunga!
Ahi la mia brava cavalla!
Ahi che la morte mi attende
prima di giungere a Cordova.

Cordova.
Lontana e sola.

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