Mariangela Gualtieri e la sostanza del dire, di Narda Fattori

MariangelaGualtieri-640x420Mariangela Gualtieri, poetessa, fondatrice del teatro Valdoca di Cesena, architetto non praticante, attrice, commediografa. Dire di Mariangela non è facile, perché donna dolcissima e umile, ma talmente immensa da non poterla abbracciare tutta. La sua evoluzione poetica è testimoniata da un lento trapasso da una voce conficcata ad una voce colma di tenerezza, per sé , per noi, per il mondo. Le poesie presentate sono un exempla del suo percorso che è andato da quello teatrale a quello più lirico. La prima poesia, piuttosto rappresentativa del suo ultimo fare poetico, rivela come l’armonia della parola abbracci le fragilità delle persone e porga uno sguardo attento, cesellato all’interno del quotidiano, dal quale non rigetta il male e il dolore ma li espugna attraverso la com-passione. Gli dei sono creature non meno fragili degli uomini, sembrano quasi un tentativo non riuscito della creazione, e gli uomini sono di terra, di argilla, e come l’argilla si modellano, contengono e sono contenuti, come l’argilla hanno crepe, gli urti li segnano , a volte li rompono e non si riesce più a ricomporre il puzzle dei pezzi. Eccole qui le contraddizioni e l’umanità, la ritrosia e il bisogno di condivisione. Ma tutta la poesia è giocata su un’individualità collettiva che tiene il cammello e il cammelliere, la sete e il gorgoglio dell’acqua. E’ una poesia costruita su rapidi immagini, realistiche eppure associate dal filo dell’umana con-sistenza ; tutto è vero e niente è lontano quando si guarda con lo sguardo della sensibilità e dell’intelligenza; i versi sono brevi, scanditi da frequenti enjambement . La chiusa è ferma. Le donne sono il futuro, procreano e quindi il loro stare che pure trapassa nel tempo, il tempo vince. Tutta la poesia della Gualtieri è una lunga preghiera affinché l’uomo esca dal suo stato di ferinità e si appropri dell’amore e dello sguardo profetico dell’innamorato.

Narda Fattori  

 

 

Voci tempestate

 

E’ terra la sostanza del mio dire
e terra di quella calpestata
e terra secca spaccata nel suo buco
e terra conquistata da una terra
invisibile che fa impasto d’amore.

Avessi l’ arte di scomparire
avessi l’ arte di sminuirmi fino
allo stuoino sulla porta d’ entrata
avessi quel largo di porta spalancata
avessi quel largo delle pianure
che accolgono il viandante
senza lamentele.

Avessi la pietà, avessi l’ inchino
del palmizio e del fiore.
Ma tutti i santi del paradiso tutte
le fulgide divinità d’ oriente
tutti i trentadue savi
si nascondono nelle mie nicchie
si sfaccendano ammutoliti
nel mio sangue,
si distraggono dal mio bussare spazientito
inciampandomi, annodandomi,
spettinandomi.

Avete silenzi per me,
avete cavità di silenzio cosi spaventose
avete la durata d’un silenzio dispettoso
spaventoso e dispettoso che io
cavalco in lungo e in largo
scolorita da tanto vostro tacere
atterrita e scolorita da tanto vostro tacere.

Eppure girovagate nel mio sangue
spadroneggiate nel mio assopito sangue
col vostro assillo mattiniero
col vostro assillo pomeridiano con le
campane che mi suonate la notte
con le vostre campane di silenzio
che mi perforano.

Dormitemi pure dentro, con le
barbe immense, bastone,
tazza, sandalo impolverato,
vostri nomi scomparsi da tutte
le biblioteche, vostri
abbeveratoi, vostra probabile
luce. Dormitemi. Sognatemi.

E venga il sogno africano
quando le palme
e tutti i cammelli e
le lavandaie sul fiume
sostano.

da “Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006

 

C’è nel riso dell’uomo       
C’è nel riso dell’uomo
la meraviglia
sotto la pelle dei pezzi di pane
da mangiare subito
si vedono le corde vive nei bracci
poi verrà la pioggia
a lavare le schiene
infilare la tosse nei petti

 

La sostanza dove io manco

La sostanza dove io manco è tutta avvolta nella coperta
di lana. Di quelli che più volte ho toccato ricordo le
mani le facce le pance le voci le pettinature. Mi stanno
aiutando.

(Enigma: io sono la mancanza – la mancanza che sono
– sono ciò da cui manco – sono tutta mancanza – e non
c’è nostalgia – neppure lontananza – essendo ciò che
manca – adesso e sempre – io)

da “Antenata

 

 

Io guardo spesso il cielo
Io guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle
ore di luce e tutto il cielo s’attacca agli occhi e viene a
bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale
che si mangia la luce.

da “Fuoco centrale

 

 

Nome che stai al centro    

Nome che stai al centro,
il tuo suono ciocca e s’imperla di voci
ma nessuna ti tiene, nessuna ti osa in
suoni, in lettera e in cifra. Nelle tue solitudini
di mai chiamato. Come tutto è assai strano.

A me sembra. Assai strano.
Ti piantóno, ti indago, mi avvicino in
millimetri. Ti ho nella voce
senza che esca in suono.

da “Nei leoni e nei lupi

 

 

 

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