Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi, letto da Narda Fattori

260px-Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr__A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_LeopardiGiacomo Leopardi ( Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) può essere considerato fra i più grandi poeti italiani, sebbene abbia scritto un numero esiguo di poesie ( con il nome di Canti, 34 poesie ripubblicate , ogni volta aggiungendo la tappa delle sua ricerca individualistica ed esistenzialista) ; si è dilettato a mettere in prosa la sua vocazione di saggista e filosofo scrivendo capolavori come lo Zibaldone. Nato a cavallo fra due concezioni, quella illuminista e quella – nascente- romantica – la profondità della sua riflessione sull’esistenza e sulla condizione umana – di ispirazione sensista e materialista – traduce la sua inesausta ricerca in una filosofia non compatta e consequenziale, piuttosto sequenziale, simile a quelle , più tardive, di Nietzsche e Schopenhauer . La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale, attuale sempre seppure distante dalla sua epoca. Noto per la sua precocità e per la sua vastissima cultura, fu inizialmente sostenitore del classicismo, quindi approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateubriand, Foscolo. Di questa corrente divenne un esponente significativo, pur rifiutandosi di definirsi romantico. Le sue posizioni materialiste – derivate dall’illuminismo – lo portarono ad una personale visione dell’uomo terreno che non ha strumenti per contrastare un destino cinico e doloroso. La solitudine è la fedele compagna dell’uomo, così come le delusioni e le morte speranze. Nessuno riesce ad uscire da questa “selva oscura” che ha la dannazione nella sua sola esistenza. La poesia presentata, celeberrima , spesso studiata solo in parte perché lunga e non scevra di rifrazioni personali e sociali può dirsi un sunto della sua teoria filosofica. Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell’unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua. ( I primi canti sono dedicati a queste attese per un miglioramento esistenziale e popolare.) La luna , elemento spesso ricorrente nei versi leopardiani, per questo suo andare su rotte note e ripetitive, senza dolersi, senza aspettative , è un partner muto. Non si commuove , non si lamenta, non prova felicità alcuna. La sua vita scorre come quella del pastore, che si leva all’alba e percorre col gregge i sentieri noti e null’altro attende o spera. A cosa dunque tende la vita di noi umani e la tua stessa, immortale? La sofferenza è la compagna dell’uomo che solo la morte oblia. Poi nella serie di interrogativi che pone alla muta, lontana interlocutrice, la rende conoscitrice del destino , dei singoli eventi; forse la luna ha conoscenze e le sono noti fini nascosti agli umani destini: “che dell’esser mio frale,/qualche bene o contento / avrá fors’altri;/ a me la vita è male.” ”Quall’”a me” non è riferito al singolo Giacomo L., ma alla stirpe intera se appena ha consapevolezza del vivere. Sono i semplici, i fanciulli e gli animali che non avvertono il desiderio per un oltre inarrivabile. Il gregge può sostare e riposare quieto, all’uomo resta l’inquietudine di cui è incapace di liberarsi e che rende la natura “matrigna”, anaffettiva, lontana, imperscrutabile. La poesia cessa con i memorabili versi che ogni adolescente ha fatto propri ma anche l’adulto avvertito li riconosce e vi si riconosce.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colá dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio piú grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sí pensosa sei, tu forse intendi
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir della terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
star cosí muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
— A che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono? —
Cosí meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre lá donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrá fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma piú perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente; ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so giá dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
— Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? —

Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.

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5 commenti
  1. leopardi ha scritto (e pubblicato, per giunta!) i “dialoghi con leucò”?
    leopardi ha dato alle stampe lo “zibaldone?
    leopardi si è formato sui testi della cultura positivistica?
    (tralasciando il resto…)

    complimenti ai “like”, che hanno subito espresso il loro apprezzamento di fronte a queste rivelazioni epocali…

  2. Gentile Calibano, lei ha mai sentito parlare della conversione filosofica di Leopardi? La base da cui parte è il concetto illuministico di un universo governato da immutabili leggi meccaniche, delle quali la ragione può trovare e conoscere le formule.Questo concetto è un’amara verità per Leopardi, poichè egli sente che questo immutabile universo meccanico non può tener conto degli ideali e dei sogni di felicità e di infinito che l’uomo fornito di sensibilità e fantasia nutre nel suo animo. Quanto ai ” Dialoghi con Leucò” di Pavese, le assicuro che è stato un lapsus della collega dovuto ad un momento non buono della propria esistenza.

    • gentile Nota, i refusi si segnalano, come io da lettore attento ho fatto, e si correggono, come lei da gestore sollecito ha fatto
      magari si possono evitare, rileggendo l’articolo in questione prima di pubblicarlo – e in questo modo, tra l’altro, si evita pure che passi l’idea, erronea nel vostro caso, di uno scarso rigore e controllo nella trasmissione dei contenuti culturali che proponete

      quanto alla sua domanda, retorica al pari delle mie: sì, “probabilmente” ne ho sentito parlare, ma la ringrazio di avermi richiamato il tema e la sua pregnanza: me ne ricorderò nei prossimi giorni, quando inizierò il programma di letteratura italiana in una quinta liceo proprio con Leopardi…

      eppure, veda, io non ho mai parlato di “illuminismo”, semmai ho richiamato l’incongruenza di quella “concezione positivistica” (cfr. testo della sig.ra Fattori) entro la quale Leopardi si sarebbe formato: lei mi insegna che c’è una bella differenza tra il materialismo meccanicistico di un D’Holbach, un La Mettrie, un Condillac, un Helvetius (tra i punti di riferimento teorico-filosofici del nostro) e idee – quelle positivistiche – che sarebbero maturate in una temperie storica, sociale e culturale di due o tre generazioni successive
      sì, certe affinità ci sono, ma Leopardi, per “ovvi” motivi, non avrebbe mai potuto né rilevarle né sperimentarle

      la saluto e le auguro buon lavoro

  3. Chiedo venia per il grave errore di attribuzione di un libro che amo moltissimo. Non so in base a quali ragionamenti mentali ciò mi sia successo ; Lo Zibaldone mi ha condotto ai Dialoghi con Leucò di Pavese? Non so, ma nuovamente mi scuso. Quanto alla formazione illuminista di Leopardi è acclarata in tanti documenti e costituisce uno dei substrati del suo pessimismo ( natura matrigna). Mi pare che Nota abbia ben chiarito il concetto.
    Non me ne voglia. cordialmente,
    Narda Fattori.

    • gentile signora Fattori, non c’è niente di cui scusarsi, può capitare a chiunque
      piuttosto, si tenga i miei migliori auguri per qualcosa di sicuramente più importante di un articolo su un blog

      cordiali saluti

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