“Preservare l’indecifrabile” di Michele Rossitti

8149-creazione-di-adamoLa bellezza urla il soprannaturale: l’uomo apprende perché vede Dio e la scena della Creazione nella volta della Sistina è l’imperativo categorico di questa emblematica visione: Dio Padre, Mistero ricoperto di carne ritratto da Michelangelo nell’attimo in cui dà muscoli e spirito al suo neonato adulto, plasmato a sua immagine e somiglianza. L’Essere, indivisibile e spesso letale cocktail di umanità e trascendenza, il rapporto tra Creatore e creatura assieme alla nudità eroica, costituiscono lo splendore della dignità personale attraverso la perfezione della morfologia greca alla cui tradizione si deve la suggestione assoluta del divino, secondo la nuova etica del Rinascimento. Ciò che però separa Buonarroti dai Greci è la croce di Cristo, alta, per mezzo della quale l’euritmia classica viene valicata e trasfigurata: non più forma sola ma sommata al segno, rappresentazione di quella Verità che si è manifestata e fatta incontrare. Questo strillano le figure di Michelangelo in Sistina, gridano le piaghe rosse del Gesù del Giudizio se osservato veramente da vicino: il torso glorioso e risorto, la testa tozza modellata sui lineamenti dell’Apollo del Belvedere, nel turbine di una bolgia segnata da amore e sacrificio. Così è anche lo splendido profilo dell’Adamo nello scorcio della Creazione quasi attaccato alla terra da cui risale, non fosse altro per la fatica strenua della sua mano che leva per corrispondere al gesto deciso del Padre, ouverture della responsabilità propria dell’uomo e contemporaneamente monito di un’eterna e filiale elemosina misericordiosa. Su questo humus è possibile anche per un non credente riafferrare alcuni fili e agganciare un ragionamento: forse solo agli occhi di un’altra cultura, una cultura si mostra in profondità e completezza ma mai in maniera piena perché altre realtà organizzate si formeranno e la interpreteranno in modo maggiore. I sensi svelano se stessi se entrano in contatto con sensi diversi. Escludiamo il malessere codificato come Sindrome di Stendhal, cioè uno stato mentale confusionario dovuto alle emozioni che l’arte provoca momentaneamente attraverso i meccanismi dell’immedesimazione. La corda a cui ci si sente legati è a quanto l’esperienza e l’educazione ci hanno permesso di acquisire in vita per arricchirci di stimoli e non soltanto emozioni. Bellezza e Arte non sono concetti concomitanti perché esiste una relazione inesauribile tra il “bello” e il “brutto”. L’asincronismo tra “bellezza-arte” da riferire al reale in situazioni e contesti cronologicamente diversi vive di suggestioni reciproche se prendiamo in esame la mitologia, il significato della Bellezza contro il Caos, dal cui sbadiglio è stato partorito l’universo. Dostoevskij ne l’Idiota fa pronunciare la celeberrima frase che testimonia il valore salvifico della medesima, anzi gli domanda conferma di aver sottolineato questa idea, manifestando egli stesso un dubbio che diverrà poi il centro della sua narrazione e perno di un’obiezione che farà dire al diciottenne Ippòlit, tisico e in articulo mortis: “Il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza!” Quale bellezza salverà davvero il mondo allora? Siete un cristiano fervente voi? Kolja dice che voi stesso vi attribuite il titolo di cristiano”. Nei personaggi stereotipi di un’umanità complessa e variegata il principe è colui che controcorrente prova a seminare questo concetto in un contesto di assoluta desolazione spirituale e medita un sentimento altamente stupefacente. Difficile nell’oggi che al bello come ideale, la filocalia, oppone un “idiota” che scorge nella bellezza la facoltà di far serpeggiare armonia nel cosmo, per poi ritrovarsi a consumarne in maniera simultanea il fallimento a tutte le tragedie antropologiche. Il Duemila ha ribadito molte antinomie del concetto, nel paradosso di critiche contraddittorie e nello stesso frangente valide prese a sé stante. In altre parole, quelle di Kant, l’arte ha un inizio nel tempo e nello spazio ed è chiusa dentro confini, ma riesce a superarli. Il rifiuto della storia tra passato e presente porta a eliminare il nesso epifanico di una verità nuda ma pur fatta di simboli e immagini, identificabile nell’intuizione improvvisa e sconvolgente per l’intensa meraviglia, l’esaltazione che genera entusiasmi, il manifestarsi del vero nascosto nella percezione temporale. Di frequente la distinzione a cui anela il contemporaneo è smarrita in un labirinto demiurgico che muta o forma senza creare, asservita all’andazzo e alle esigenze di un mercato d’aste arruffone e persa in sperimentazioni acclarate da una critica astrusa e autoreferenziale. Così l’autodeterminazione cercata diviene dipendenza da quella stessa massa che si esplica in quanto affermava Wharol quando apostrofava coloro che vogliono apparire anticonformisti, affermandone il vero significato: “l’anticonformismo deve essere prodotto per le masse”. Davvero anche l’esperienza del “brutto” del “rifiutato” ricerca il suo linguaggio decifratore e svela il senso più profondo delle cose, ferisce e salva al di fuori di ogni canone benpensante e accettato. Nell’invisibile coglie il visibile scardinando la grammatica estetica tradizionale, con l’attesa di un nuovo mistero individuale che ci permette di custodire persone, esperienze, percorsi di vita che altrimenti ci condurrebbero all’accecamento. Scrigni privati che però ci fanno crescere e maturare ogni giorno liberandoci dalla visione angusta di noi medesimi, dischiudendoci all’estasi. Capita di provare vergogna anche davanti al bello, e quasi di sottrarsi ad esso come l’esperienza di Dante al cospetto di Beatrice o un sonetto di Rilke composto per il torso arcaico di Apollo conservato al museo del Louvre.

Non conoscemmo il suo capo inaudito
e le iridi che vi maturavano. Ma il torso
tuttavia arde come un candelabro dove il suo sguardo,
solo indietro volto,

resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti
a curva del suo petto e lungo rivolgere lieve
dei lombi scorrere un sorriso fino a quel
centro dove l’uomo genera.

E questa pietra sfigurata e tozza
vedesti sotto il diafano architrave delle spalle,
e non scintillerebbe come pelle di belva,

e non eromperebbe da ogni orlo come un astro: perché là non c’è
punto che non veda te, la tua vita. Tu devi mutarla.

Ci è dato cogliere un livello ancor più profondo, ove non è assolutamente rilevante l’aspetto esteriore, la forma che dunque respinge e attrae. Qualunque appaia agli occhi l’Essere è sublime in quanto tale, il versante amabile e la Bellezza ontologica si manifesta proprio laddove l’estetismo è trascurato, conservando una maggiore intensità attrattiva. Quando Francesco d’Assisi baciò il lebbroso non vinse alcuna ripugnanza con slancio di volontà bensì il suo sguardo spirituale superò l’apnea estetica, rinvigorì il rimando all’eterno facendo esperienza di quel Dio che con il suo soffio ha enfatizzato la “statua di fango e anima” con la sua vera icona di Sé, l’uomo appunto. Al di fuori comunque di ogni religione gerarchica e ordinamento laico precostituito si può regalare espressione alla dimensione trascendente, partecipare all’inviolabilità della persona, fondamento di dignità e di considerazione affinché ciascuno possa godere del diritto di realizzare il proprio progetto di vita affettivo e relazionale per arricchire il livello evolutivo, concetti ancora adesso purtroppo negati dalla civiltà a cui apparteniamo, anche per nostra negligenza.

Michele Rossitti

 

Annunci
1 commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...