“Piombo”, poesia inedita di Luciano Nota

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PIOMBO

Non credo che tu esista.
Non esiste neppure quel germe
anche se quel germe resiste.
Non credo che esista Dio.
Non sento che strato tra le mani
anche se lo strato è sformato.
Non vedo le tazze, i tinelli,
non vedo le ardesie.
E non conto gli strappi,
gli abiti. Non vedo le viti.
Nulla è più duro del cuoio
mischiato ai miraggi.
Piombo nell’occhio
rimàrginati.

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7 commenti
  1. Nessuno finora ha azzardato un commento su questa poesia. Io sarei tentato, ma ho paura. Paura di dire castronerie, di rendere noto a tutti che non ho capito niente o molto poco. Spero, con questa confessione, di rompere il ghiaccio. Che qualcuno intervenga che mi aiuti a capire. La poesia di Luciano Nota merita, in ogni caso, grande attenzione.

  2. Hai ragione, Paolo, questa poesia blocca il lettore. L’ho letta ieri sera e mi ha tolto la pace. Il primo verso è un ossimoro filosofico: “Non credo che tu esista” , tu esisti, perché riesco a pensarti, ti parlo ma per dirti che non credo nella tua esistenza, così come non credo che esista Dio, eppure lo nomino. Tocco la realtà ma la metto in dubbio, persino le cose più tangibili vengono messe in discussione, “le tazze, i tinelli, le ardesie”. Credo che tutta la mia esistenza sia un “miraggio” una illusione della quale “tu” fai parte. Poi salva tutto con la chiusa, quel “Rimarginati” che ricuce gli “strappi”.

  3. Pare anche a me che abbia fumato, ma Luciano Nota ha il lasciapassare della bella scrittura, quindi si può leggere. Mi sembra però che l’aiutino arrivi dall’immagine: quel che è concreto dispare, non resta, non c’è. E tutto rimargina. Il mistero non sta in ciò che crediamo, che sembra o potrebbe essere, ma in ciò che è, o che sta nel margine. E lì c’è qualcosa? Secondo me LI’ non ci sono oggetti. Ma senza oggetti si può scrivere? Il silenzio non ha che voci imprestate. Viene in mente la prosa musicale di John Cage.

  4. Grazie di tutto cuore a Maria Grazia e a Lucio Mayoor. Avete aperto spiragli di luce. Ma, cara Maria Grazia, qui “le cose più tangibili” vengono nominate non per essere “messe in discussione” ma per essere negate. Il testo dice questo. L’esatto contrario di tanta poesia contemporanea – confronta per esempio Mario Luzi e l’opera “Per il battesimo dei nostri frammenti” dove appunto le cose solo in quanto nominate e “battezzate” vengono alla luce dell’essere. Il logos, la parola sembra invece qui avere un potere opposto, quello di nominare per negare l’esistenza, per additare il nulla. Ma allora non dovrebbe esserci più alcuno “strappo” e più nulla da “rimarginare”…

  5. Nulla è più duro del drappo/mischiato ai miraggi.
    Grazie Paolo Ottaviani per averci spinto (con che dolcezza!) a commentare, condivido quella paura che nutre la reticenza, io la chiamo umiltà: ma la poesia è tenace nel suo lavoro carsico, ci lavora dentro, spinge a fare i conti non soltanto con lei ma con il nostro stesso sentire. Eccomi Luciano. Per me ha funzionato da chiave il verso che ho riscritto sopra: l’io lirico parla di un dolore, di una profonda ferita che rimargina ma continua a dolere, continuerà a lungo a dolere a dispetto dell’assenza apparente di germi. Il drappo è la crosta, è dura, è fatta di sangue e di sogni, della parte più intima di sé venuta allo scoperto e mischiata al miraggio, a qualcosa che pareva reale e invece non c’è, e ora duole ed è piombo per l’occhio che ancora ricerca l’oggetto del suo desiderio: opacizza, chiude, conclude. “Rimarginati” : dov’è l’accento? E’ un participio o un imperativo? E’ un io che accetta la propria personalissima esperienza della morte di Dio, del crollo di tutte le proprie intime illusioni (il tinello, la tazza, le ardesie, come dire i luoghi interiori degli affetti e delle educazioni) e trae forza e apprendimento dall’esperienza, che sente il valore fondante dello “strato tra le mani” per quanto “informe”, oppure è un io che gioca a fare il duro, che con un’ingiunzione paradossale e un’alzata di spalla comanda un’azione sperando disperatamente di bloccarla? Un gran bel rovello, davvero.
    (e se non sono che castronerie se ne darà la colpa a Paolo Ottaviani…)

  6. Grazie a te, Patrizia, per le tue luminose riflessioni – e per quel “(con che dolcezza)” che mi commuove -. Il poeta, giustamente, non ama autocommentarsi, ma qui un suo aiuto sarebbe decisivo. Intanto io, prendendomi il rischio di dire una castroneria – ma solo delle mie eventuali sciocchezze mi assumo la responsabilità! – dico che “Rimarginati” può essere solo un imperativo. Tutt’altro che “un’ingiunzione paradossale”. La poesia, anche stilisticamente, troverebbe invece qui la sua perfezione, anche formale. Ritornerebbe infatti in chiusura il “tu” del primo verso che era scomparso dal resto della lirica. E stavolta però costretto, dopo tante “paradossali” negazioni, a lenire la sua ancestrale ferita.

  7. Caro Paolo, cari tutti, non amo commentare o spiegare i miei versi. Riporto il commento dell’amico Michele Rossitti pubblicato su facebook, ha un problema con wordpress e non può inserirlo qui. Forse c’è la risposta. Vi abbraccio. “Quel “Rimarginati” è un po’ come lo “Stavo immaginando” della poesia sulla madre. E’ lì racchiuso il senso della lirica e di chi come Luciano Nota non accetti e dia per scontato i drammi dell’anima, le incertezze e scissioni di un cuore, le risposte non date. E’ bello essere figli di un pensiero debole, scienziati ma anche visionari e comunque sempre figli di una stessa coscienza inquieta”.

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