Dodici poesie di Dario Bellezza

Dario_Bellezza05Dario Bellezza nasce nel 1944 a Roma, la città che ha fatto da sfondo a tutta la sua esistenza, personale ed artistica. Poco più che ventenne comincia a scrivere sulla rivista << Nuovi argomenti>>, stringendo legami di stima e di amicizia con autori come Moravia, Pasolini, Elsa Morante e con Sandro Penna. Nel 1970 Moravia scrive la presentazione del suo primo libro Di narrativa (L’innocenza). Pasolini lo lancia come poeta nel 1971 con Invettive e licenze, definendolo “ il miglior poeta della nuova generazione”. Nel 1976 vince il Premio Viareggio con Morte segreta. Le sue tematiche sono spesso intrise della disperazione di una sofferta condizione omosessuale.  Negli anni successivi continua a pubblicare opere sia di poesia ( Libro d’amore, Io, Serpenta, Libro di poesia, Testamento di sangue, L’avversario, Proclama sul fascino…) sia di prosa ( Lettere da sodoma, Il carnefice, Angelo, Morte di Pasolini, Nozze col Diavolo…). Malato di AIDS, muore a Roma nel 1996.

 

da INVETTIVE E LICENZE

 

Ma non saprai giammai perché sorrido.
Perché fui il pedante Amleto
della più consolatrice borghesia.
Perché non ho combattuto il Leviatano
Stato che vuole tutto inghiottire
nella macchinosa congerie
della sua burocrazia inesorabile.

Ora mi nascono le unghie come ai morti.

 

*

 

Dalla storia dei nostri poveri giorni
i malanni solo fanno capolino.

Chi ti tiene oramai più feroce
ti sa e più mansueto e io
mi consolo nella mia sporca

cucina a lavare i piatti, a
sparlare di te che non sai di tutto
questo nulla che possa consolarmi.

 

A PIER PAOLO PASOLINI

M’aggiro fra ricatti e botte e licenzio
la mia anima mezza vuota e peccatrice

e la derelitta crocifissione mia sola
sa chi sono: spia e ricattatore
che odia i suoi simili. e non trovo

pace in questa sordida lotta
contro la mia rovina, il suo sfacelo.

Dio! Non attendo che la morte.
Ignoro il corso della storia. So solo
la bestia che è in me e latra.

 

da MORTE SEGRETA

 

Questo nel dolore è compimento felice.
Chi ama la vita lo conservi e bruci,
ma resti impassibile, di marmo
a contemplare la sventura mia
e il disinganno. Ché solo morte
esiste e a lei m’affido, tranquillo
negatore terrestre delle Stelle.

 

IL PADRE

Isole vidi nel sogno dal mare
uscire inerti e deserte e squallidi
solstizi ed equinozi lavorano
il cielo buio. Dal sonno uscii

ancora ragazzo, beato di tale
sapermi. Qualcuno mi baciava:
un uomo magro, alto, mio

padre perduto amico
delle vecchie età.

Non mi svegliai.
E la speranza seppelliva
quel me stesso che ero stato
e che non sarò mai più. Non

c’era costanza nel bacio
e la mia bocca baciava
una prostrata immagine di morte.

 

da LIBRO D’AMORE

 

La freschezza animale del tuo corpo
che lasci lentamente penetrare;

nel recente ingresso dell’Amore
placido staziono e m’intrigo
nella mia intricata immagine

se ti faccio soffrire. Poi
ti congedo ad un altro, sibilla
di ogni proscrizione:
guardo dal buco della chiave.

 

*

 

Ti leccavo tra le sporche lenzuola.
Esploravo il tuo corpo, sommerso
rifugio al mio sesso rifiutato
era morbido il tuo corpo, tenero
rifugio inquieto, veloce
a penetrare nel mio corpo.

Ora non mi bastano i battuti
lungo il fiume, gracili pescatori,
possibili assassini, infingardi
e mutanti posizione, nel letto;
tu mi manchi in spirito
e dolcezza primitiva,
sesso piegato, fresco
ragazzo come cibo
da mangiare avidamente.

 

da SERPENTA

 

Se è giovanetto il corpo maschile
risplende di luce incerta, ma chiara
guardate la mano con le linee appena
tracciate, e lungi il bisogno
di saperne di più. Informa il sesso
tutto il sotto muliebre ed efebico
in attesa di farsi uomo, maschio
altezza d’usignolo.

 

*

 

Che si spezzi il cuore
affidato ad un corpo
che vuole e non vuole morire;
anzi disvuole volendo la morte
tacita e notturna, in una stanza
nottivaga, libera da storie
magica stanza inquieta nella mano
palpitante e sincera la mano
che calza la mattina, la copre
le coperte sventagliate al sole
che sta lì dinanzi al vento
di albe e mattine.

 

da L’AVVERSARIO

 

E’ avventizio il mio essere reale.
Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato –
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.

Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

 

*

 

Il sonno è una piccola morte
richiede commossa pazienza –
attenderlo è sperare
in una resurrezione antica:

io aspetto la morte
per dormire poche ore
nel caldo di un letto
intrecciato ad un corpo
infelice e sterile, il mio:
non siamo eterni
e questo cadavere intrigante
presto supereremo.

 

*

 

La vedo tutta lì la sorte mia:
unico interesse di giornate
smarrire ormai è dietro di me,
e tanta avanti ne avrei potuto
avere, con dedizione e calma
al quotidiano scorrere del tempo.
Ignoro perché Qualcuno abbia
deciso il contrario!
Poveri, pochi anni
sono rimasti, gelidi, limitati;
li dubito e li annuso sperando
di moltiplicarli e cedo deluso
al rimpianto calunnioso – non so
più poetare, lo so, l’idea lucente
del nulla stasera non aggiunge
allegra compagnia. Oh come è finita
la speranza! Dio non punirci
ancora se siamo vivi.

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5 commenti
  1. Un poeta da “cestinare”. Attenzione, non per la sua “diversità”, ma perché, al di là di questa, non sa cantare. La sua è una poesia priva di ampio respiro e di musicalità, chiusa entro i confini dell’autobiografismo, con qualche piccola eccezione!

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