Cinque poesie di Paolo Ottaviani

num015ottavianiIl ricordo, il sogno, il vento che vince la morte. La potenza dell’aura coi suoi portieri e prelati. La massa poetica di Ottaviani è entità osservata al penultimo stadio, non si piega, non mostra la fine; è contenuto di rara freschezza. Indica gli avori delle possibili soluzioni. L’immaginazione , (o come affermava Baudelaire, la fantasia) è la regina che domina i suoi versi. Va oltre per vedere, conoscere, sapere, rendersi conto che non esiste né riduzione né perfezione. Tutto si attraversa coi colori freddi della vita; coi colori caldi, ma sempre lontani, del sogno. Sottigliezza, finezza, premura sono le basi del suo Eden colmo di simboli, oggetti, nomi; giardino trasparente dai sapori e dagli odori incontaminati.

Luciano Nota

 

GLI SPARTITI DI PIERO
(A Piero Dominici, in memoria)

 

«C’è scritto, basta leggere». E dal foglio
tormentato di chiose – a Montedoro
è già scesa la sera, (ci ha sorpreso
come ogni sera) – quel vento di rabbia
si alza e si placa tra le tue mani
e la chitarra, laggiù in Palestina.
Chissà quale mistero mi portò
dentro la tua leggerezza antica,
in quel confuso fiume di parole
senza miraggio di foce nel mare…
…già eri nel mare e nel vento a seguire
quelle faibles nuances della voce:
«ascolta com’è puro questo suono!»
quasi gridavi da quell’altra stanza
nel tuo eterno vagare plongé
sempre un poco al di là dell’immediato
contatto, quasi fossi sollevato
da terra, come smarrito in quel cielo
che ti sfiorava la fronte e brillava
negli occhi, non scendeva mai la sera
sul tuo volto chiaro, ti prendeva
alle spalle, infedele come un gatto,
ma non portavi rancore alla sera,
alla vita che fugge, a tutto ciò
che finisce, ingannavi il tuo tempo
perché già eri oltre il tempo, già sapevi
che non c’è morte, ma gioia nel vento.

 

WALTER, GIOVANNA…

 

Giovanna, Walter… ascoltate il suono
che dentro i vostri nomi si ripete
e sempre in quarta sillaba risuona:
Walter, Giovanna… come un lento andare,
un’affondare il passo nella neve,
valvan… variar di nuvole nel cielo,
un batter d’ali che rimane aperto,
van val… un vento calmo che ritorna
a prendersi, a donare ogni dolore,
un sogno che si schiude dentro un sogno….

 

BALESTRUCCI

 

Toccano le foglie e la memoria
azzurra dell’ellissi
planano sugli ossidi tra cimase
sgretolate i balestrucci
inquieti sulla smarrita via.
Non chiedono che il nido sfidi l’eterno.
È l’uggia passeggera dello stentato volo
la tegola divelta
i platani bruciati del viale
il crollo subitaneo di quest’ora
a ridere sui tetti tra le antenne.

 

ALLA PORTA DI CASA

 

Due sconosciuti bussano
alla porta di casa
(sto aspettando – è un sogno? – una madre). Bussano
con violenza e ogni stanza è invasa
dal vuoto, dai mantelli
neri che occultano lunghi coltelli.
Non vedo i loro volti
e quegli occhi insepolti
restano muti. Con pari violenza
allontano la mia chiaroveggenza.

 

IN UNA SCUOLA DI LINGUA STRANIERA

 

In una scuola di lingua straniera
più di cento ragazzi intervistati
sul perché studiassero fino a sera

tarda e di che fossero interessati
hanno risposto che no, non per quella
lingua un po’ americana dei mercati

(ai quali più nessuno si ribella)
ma per un gioco – se vai dall’Italia
più lontano che puoi, prendi una stella!

Ho forse pianto. (Ma non per l’Italia).

 

Paolo Ottaviani è nato a Norcia nel 1948 e vive a Perugia. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, ha pubblicato negli Annali dell’Università per Stranieri di Perugia saggi sul naturalismo filosofico italiano. È stato direttore della Biblioteca della medesima Università e fondato la rivista Lettera dalla Biblioteca. In poesia ha pubblicato le raccolte Funambolo (Edizioni del Leone, Spinea, 1992) con prefazione di Maria Luisa Spaziani, Geminario (Edizioni del Leone, Spinea, 2007), Il felice giogo delle trecce (LietoColle, Faloppio, 2010), il quaderno d’arte diretto da Eugenio De Signoribus Trecce sparse (Fioroni, Fermo, 2012) e, unitamente a Walter Cremonte, Piccolo epistolario in versi (LietoColle, Faloppio, 2013).

 

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2 commenti
  1. Cos’altro aggiungere alla nota sapiente di Nota se non l’immersione in questi versi pervasi da sonorità che conducono a un’atmosfera fra il vero e il sognato, dove il ricordo dell’amico musicista è tutt’uno con il suo spartito e anche i nomi di due che si amano fanno un’armonia naturale.

  2. Liriche dell’oltre protratte al di là di una semplice elencazione di persone e fatti che emergono dalla memoria senza gli incubi del quotidiano; sono esigenze interpreti di un vivere che continua la sua ricerca priva di approdi definitivi, una forza che resiste ma non è sogno concluso di presunzione dogmatica.

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