Narda Fattori legge Renato Greco , poeta da sempre, bandiera di Adriano Olivetti.

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UN FIGLIO DEL CIELO

I timidi. I pensosi. Gli introversi.
Gli incapaci di osare e di pretendere.
Quelli che non camminino sfidando
e non sfidino altri che se stessi
perdendo in ogni caso senza voce
nel confronto con le imprese pili semplici
per pura inettitudine all’azione.

Gli innamorati d’ombre e di chimere
irraggiungibili e sempre smarriti
sulla strada pili breve e conosciuta
anche dai bambini e perciò mal visti
da chi mastichi terra e d’essa viva.

Quelli che hanno un certo sogno dentro
e una nebbia che limiti la vista
e tenga indietro il pazzo desiderio.
Gli inadatti a competere e a lottare
per procacciarsi a profusione cose
che continuamente si negheranno
alle loro mani così innocenti.

Il loro disagio è un figlio del cielo
che ha sbagliato a scendere sulla terra
e ora vuole solo fuggirne via.

Ricevo due volumi da Renato Greco; ormai ho perduto il conto dei libri suoi dati alle stampe in un numero superiore al 20, tutti pensati e dedicati all’umanità, al comportamento sociale, alla stigmatizzazione dell’arroganza e dell’ingiustizia sociale, alla deprivazione di dignità per gli ultimi, mentre spesso sono i primi a praticare ogni genere di nefandezze. Renato ed io ci siamo conosciuti molti anni fa, entrambi neofiti di ars poetica, ma non digiuni di idee, letture, obiettivi, fiduciosi che le parole fossero come sassi lanciati nello stagno che sollevano onde concentriche e smuovono un’acqua che rischia di stagnare. Accompagnato sempre dalla compagna di una vita, Renato portava la chiarezza del pensiero anche là dove i temi erano fumosi e controversi. Lui stesso si definisce poeta di frontiera, fuori da conventicole di ogni genere. Questo atteggiamento non ha niente del sprezzo superbo, al contrario è un tenersi fuori per evitare di farsi contaminare. E’ una clausura voluta e ricercata dove va a incontrare l’altro in umanità, non il poeta del reading. La sua formazione olivettiana aveva inciso profondamente sulla sua visione del mondo; era rimasto , a fabbrica chiusa, l’uomo che operava a Ivrea dove si sperimentava, lui laureato in giurisprudenza, un tentativo di coesistenza fra profitto e solidarietà sociale, nell’ottica di una felicità collettiva che generava efficienza e contemporaneamente generava cultura per tutti. Adriano Olivetti riuscì a creare nel dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo . Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni e agevolazioni . Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era acculturato: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, e altri operatori culturali in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti. L’ accoglienza di artisti, scrittori, disegnatori e poeti era stimolata dalla consapevolezza di Adriano Olivetti che riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità. Adriano Olivetti credeva nell’idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L’idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo. Il socialismo umanista di Olivetti si impresse nelle coscienze di coloro che ebbero la ventura e la fortuna di lavorare per lui e con lui insieme ad un team di intellettuali che condividevano la ricerca e le soluzioni più efficaci. Sappiamo, purtroppo, che le utopie sono destinate a fallire perché branchi di lupi affamati di guadagni e di potere, vedono solo la merce e il profitto, l’uomo, qualunque ruolo ricopra è un mezzo mai un fine. Sono i temi che ritroviamo nelle poesie di Renato Greco, poeta appartato, che oltre alle sue pubblicazioni dona le sue lezioni agli studenti delle Università della Terza Età. Olivetti non è morto, dunque; non so come faremo a scuoterci di dosso la piazza merceologica che ci sottrae il respiro, ma finché qualcuno agirà con lo spirito umanitario di Greco, nessuna speranza va perduta. La sua umanità abbraccia il misero ma anche l’animale ormai invecchiato viene considerato inutile . Il suo sguardo curioso e pietoso ha abbracciato le piccole miserie di strada indicandoci che prima di risponderci agli eterni interrogativi senza risposta, dobbiamo cercare dalla minuteria a sentirci affratellati e pronti alla condivisione. Non ho mai fatto cenno ai suoi cinque volumi “ La lunga via, da ieri fino a dove”, sottotitolo Epopea Umana dove ripercorre la storia dalle origini , o meglio dalle ipotesi sulle origini, fino all’età classica greca . Incontriamo i pilastri del nostro pensiero, da Eraclito a Filippide, alla stagione dei profeti: Buddha e Siddharta, e ancora Temistocle e Serse solo per citare alcuni dei protagonisti che ci invitano a rileggere la storia sia a partire dai grandi ma senza sottovalutare gli umili. Renato Greco è molto di più di quanto ho scritto ma ci chiama indomito alla riflessione sui destini umani fuggitivi.

 

NON TI SAPPIAMO CIELO 

Non ti sappiamo cielo 
senza ali. 
Istante dopo istante ti soffriamo. 
Nuvola dopo nuvola.
Azzurro dopo azzurro.
Siamo ciechi e oscilliamo
disperando alle tue brezze.

Non ci umiliare con l’immensità.

Qui siamo trattenuti dalla terra
e terra respiriamo ogni momento.

La nostra madre e il sangue che ci scorre
sono anima nelle anime del mondo.

Dove sappiamo correre e migrare.
Tendere agli orizzonti più elusivi
purché il moto continui nello spazio 
sul cerchio che invisibile ci avvolga.

E
dopo 
ritornare
nella 
creta.

 

AMO E INVIDIO

Nelle mie mani hai posto il dolce emblema
dei seni tuoi: due pomi tenerelli,
delicati, da trattare con cura.

Me li desti con complice sorriso
un baleno degli occhi, o mia Ciprigna,
un battito di ciglia su riposte
promesse e fui rapito nel tuo cielo.

Mi dicesti: “Per ora questi accetta”.
Tu sai che so, amabile Talia,
giovine divinità dell’amore.
Per questo mi sorridi e mi regali
solo due simboli della tua natura
più vera e più segreta, ma negando.

Tu sai che so, amabile fanciulla,
così giovane e bella e sì crudele
che non ti curi dei sospiri miei,
sapendo che sono tuo per sempre,
quando incedi regina, in trasparenze
mostrando e non mostrando, o mia Ciprigna.

Tu sai che so, signora del mio cuore,
quando nascondi Clizio a tuo marito
e quando con un bacio lo licenzi
sul fare della sera, dopo i giochi
che divertono l’ozio del tuo giorno.

Tu sai che so, ma solo mi sorridi.
A me dai il fumo ed il tuo arrosto a un altro.
Ma a tuo marito: a lui che cosa dai?

 

Da “ La lunga via da ieri fino a dove”    

Renato Greco, campano di Ariano Irpino, risiede da tempo a Modugno, in provincia di Bari.
Ex quadro di marketing nella grande industria privata, oggi in pensione, è vissuto per oltre venti anni a Milano e per alcuni anni anche a Napoli e a Firenze.
È laureato in legge e si occupa soltanto di poesia e episodicamente di critica di testi poetici. Redattore di alcune riviste, fra le quali La Vallisa di Bari.
In poesia ha pubblicato: La chiave cadde in mare, 1989; Canti sull’imbrunire, 1991; Civile sdegno e consumato cuore, 1992; Parole sottovoce, 1994; Minuzie e altri casi di oggigiorno, 1995; Cammino tra le stelle, 1995; Una dolce stagione, 1997; Le ragioni ulteriori, 1997; Opera nona, 1997; Più luce d’ombra, 1998; Elegie, 1998; Il pittore del cielo, 1998; L’evidenza dei vivi, 1998; Stanze per voce sola, 1999; Echi dall’entroterra, 2000; Le occasioni terrestri, 2000; Da luoghi anteriori, 2000; Il pianeta sommerso, 2002; I paesaggi sensibili, 2003; La terra attraversata, 2003; Dai golfi del 2000, 2004; Rose dall’ultimo paese, 2004; Prove del nostro teatro, 2004; Barlumi e altro, 2005; Memoria dell’acqua, 2006; Fermenti immagini parole, 2006; In controcanto, 2007; Autoantologia, Poesie scelte 1955-2000, 2002; Biografia d’amore, Poesie scelte 1950-2005, 2005 e La lunga via, da ieri fino a dove – Epopea umana – (Dall’oscurità al V secolo a. C.), opera di poesia epica in 146 sequenze e in 5 voll., 1996, 1997, 1998, 1999, 2000.

    

 

      

        

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