Antonia Arslan, La strada di Smirne, (Rizzoli – 2009), letta da Dante Maffia

491323-ArslanSTRADASMIRNE300dpi-246x431La scrittura di Antonia Arslan mi ha affascinato già quando leggevo i suoi saggi puntuali e documentatissimi sulla narrativa popolare. Poi ho letto le sue poesie e alcune traduzioni da Daniel Varujan e ho capito le ragioni del mio innamoramento: la sinesi, la limpidezza, l’efficacia sono dati che le appartengono, naturali direi, ecco perché sa arrivare al lettore e coinvolgerlo, non lasciarlo mai indifferente. Alla narrativa è arrivata nel 2004 con La masseria delle allodole, uno dei più bei romanzi degli ultimi cinquanta anni, intenso, vivo, senza concessioni al “romanzesco”, alle alchimie accattivanti degli intrecci e alle suggestioni che smuovono la parte più superficiale della sensibilità. La Arslan ha saputo tessere le sue pagine con fermezza espressiva, con un dettato straordinario difficile da portare avanti con la giusta tensione, anche perché in quel libro si concentravano molti avvenimenti familiari, ricordi, racconti appresi dalla viva voce di alcuni dei protagonisti. L’emozione poteva avere la meglio e spingerla a una passionalità fuori luogo, addirittura all’indignazione. Invece ogni pagina è stata scritta con quell’arte sottile e penetrante di cui parla Henry James che le ha permesso di essere, a un tempo, coinvolta e distaccata, libera di far scorrere gli avvenimenti nell’alveo di una logica che il romanzo stesso richiedeva. La strada di Smirne, pur continuando in qualche modo lo sviluppo dei tristi accadimenti della carneficina organizzata con ferocia e portata a compimento dai turchi nel 1915, ritorna soltanto di tanto in tanto alla Masseria delle allodole, ma si occupa di ciò che avviene in seguito con un affresco ampio che si apre su uno scenario vasto a cominciare dal 1916. L’Anatolia è sconvolta, i turchi hanno perduto la guerra, sembrano essere allo sbando e un mondo popolato di superstiti cerca di ritrovare la via del ritorno ai luoghi di origine. Si tratta di un campionario variegato che si porta appresso paura e terrore, incertezze e progetti mai sopiti, mai abbandonati. Intanto ognuno si dà da fare come può, dall’Italia Yerwant cerca di trovare la maniera di far riappropriare qualcuno della famiglia dei beni ch’erano stati saccheggiati o requisiti. Un susseguirsi di stravolgimenti, di piccole battaglie giornaliere vissute dai vari protagonisti, alcuni dei quali ritrovati sulla strada interrotta al momento della grande tragedia. Ismene, Isacco, Nazim li incontriamo di nuovo pronti a rimettersi in gioco, ad offrire la loro umanità sconfinata. Comunque è un via vai di partenze, di incontri voluti o casuali, un focolaio di preoccupazioni che accendono speranze e le spengono a seconda di come va il vento della politica. Shushanig riesce a imbarcarsi su una nave con i suoi quattro figli, un cugino tornerà alla Masseria delle allodole, dei ragazzi aiuteranno il cugino e il prete a dare qualche rattoppo nelle lacerazioni spudorate e tragiche del disastro che si incontra strada dopo strada, casa dopo casa. Tutto è divelto e sconquassato e la Arslan descrive ciò che i protagonisti vedono senza caricare le tinte, anzi quasi raccontadole con pudore. Ed è proprio questo pudore, forse, che dà alla narrazione una forza scardinatrice, un impatto sconcertante. Molto difficile riassumere gli avvenimenti trattati, che pure sono importanti ai fini storici, molto difficile far intendere la molteplicità delle tematiche che si danno la mano e si scambiano il fiato. La Arslan ha un ritmo apparentemente pacato e disteso, ma in realtà il ritmo è incalzante e crea una sorta di ansia che ci accompagna dalla prima all’ultima pagina. Intanto cominciamo col dire che il fascino del libro non viene soltanto dalla scrittura elegante e forbita e sempre tesa a porre in essere le azioni e i sentimenti con chiarezza, viene soprattutto dalla capacità di saper entrare nei dettagli. Naturalmente questo è potuto avvenire perché la narratrice conosce perfettamente il mondo degli armeni e la storia, la geografia, il costume le tradizioni popolari del Medio Oriente. È un piacere essere presi per mano e seguire Antonia attraverso gli avvenimenti, le città, i comportamenti del popolo armeno. Alcune annotazioni messe qua e là come piccoli fiori, creano atmosfere indimenticabili e ci fanno comprendere l’anima di un popolo intero nello spessore della sua intelligenza, nella forza della loro ricchezza spirituale e umana. Si possono citare moltissime cose, ma io mi fermerei a quelle che apparentemente sembrano inezie. Per esempio: “Non misero né segni né croci su quella sepoltura proibita; solo Irini, la donna più vecchia del villaggio, piantò nel luogo della testa un rametto di rosmarino”; “Ascoltano e si scrutano, tutti quegli uomini seduti ai tavoli di Dimitri e, quasi come per un accordo segreto, prima l’uno e poi l’altro, cominciano a dire le frasi antiche della xenìa, dell’accoglienza dell’ospite”, per non parlare della “rosadina” e delle tante ricette sparse, o del presse-papiers con l’immagine del quale si apre il libro o dell’orripilante particolare dei due ragazzi che “avevano catturato un topo bello grosso” e lo stavano cucinando, come vedrà Aris nel momento in cui li incontra. E anche in questo caso la Arslan lascia parlare i fatti, le immagini, non commenta, non impreca. Non lo fa nemmeno davanti alla tragedia vasta e incolmabile della carneficina e delle violenze, delle città distrutte e rese ricettacoli di barbarie inutili. Sono ancora e sempre le cose che devono dire, che devono trasmettere messaggi forti. Ci sono delle pagine da antologia, indimenticabili, come quella riguardante Firmina e Fikrì o quelle che mostrano lo scempio di Smirne, o quella che descrive Isacco mentre si culla “la sua paura”, o quelle che improvvisamente assumono una ieraticità biblica: “Tre giorni dura il fuoco di Smirne. Tre giorni per distruggere una città e la sua memoria, la sua storia e il suo unico carattere, resteranno solo le cartoline illustrate…”.E poi la scena finale, con i due “paesani dell’Ohio”, con le cinquanta bandierine americane nelle mani degli orfanelli pronti a salire sul “ Simpson, il vascello americano che è all’ancora poco distante”. Verissimo, “Questo libro non esisterebbe, se prima non ci fosse stata la Masseria delle allodole”, come scrive l’Autrice nei Ringraziamenti e bisogna aggiungere che con questo libro, però, la Masseria delle allodole assume una luce più tragica e più maestosa, e si lega alla Storia con una forza maggiore di quella che allora era riuscita a fare. La storia familiare, gli inevitabili inserti biografici non erano apparsi neppure prima come fatto privato, ma con queste ulteriori pagine prendono un sapore più funesto, più sporco, mostrano la cecità e gli intrallazzi dei poteri e accendono una rabbia che sempre dovrebbe accendersi quando si viene a sapere di massacri senza giustificazioni, se mai ce ne possono essere per i massacri. L’umanità e la pietas di Antonia Arslan sono fiammelle che vanno a scardinate il silenzio e affrontano disinvoltamente i pregiudizi che per troppo tempo hanno occultato una verità che ancora sanguina. Eppure lei non ha trascurato nemmeno di raccontare che il fratello curdo s’è macchiato di delitti. Impietosa e obiettiva, tesa fino allo spasimo, accurata nel non tralasciare nulla. Poi però ogni racconto volge alla fine e perciò anche La strada di Smirne si conclude: “E così, lettore paziente, finisce la storia di Ismene la greca e del prete Isacco, di Nazim il mendicante, di Hagrop e di Sylvia, gli sposi bambini che ritrovarono il calore della vita nelle braccia l’uno dell’altra: scompariranno tutti insieme nella notte più buia del fuoco di Smirne, e sui loro poveri destini nessuno canterà ballate. Ma ora noi, paziente lettore, li possiamo piangere insieme”. Li piangeremo insieme certamente, non più soltanto come creature, col passare del tempo, anche perché non abbiamo davanti agli occhi le loro sembianze, ma li piangeremo come simboli a cui affidare la nostra anima, creature che sanno guidare al bene al di là dell’appartenenza di razze, di religione e di storia. Questi protagonisti sono l’esempio fulgente che la diversità non esiste se l’amore e la carità sanno trovare la strada per tutte le Smirne sparse per il mondo. Questo è un grande libro anche perché ha saputo dare voce a una civiltà, nonostante il tentativo di azzerarla, e l’ha fatto senza atteggiamenti patetici, senza veli, senza mistificazioni, attraverso uomini e donne semplici mai entrati nel ruolo di eroi. Un libro che dovrebbe essere letto da tutti per rendersi conto che”il canto del pane” e dell’amore trova sempre una strada al di fuori dei lutti, della violenza e della morte, la strada di quella speranza che nessuno mai riuscirà a soffocare nell’animo umano, che non è né cipriota, né italiano, né turco, né armeno, né russo o giapponese.

 

Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...