I MAESTRI: Fernando Pessoa, scelto da Patrizia Sardisco

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CALMA

 

Que cousa é que as ondas contam
e se não pode encontrar
por mais naus que haja no mar?
O que é que as ondas encontram
e nunca se vê surgindo?
Este som de o mar praiar
onde é que está existindo?
Ilha próxima e remota,
que nos ouvidos persiste,
para a vista não existe.
Que nau, que armada, que frota
pode encontrar o caminho
à praia onde o mar insiste,
se à vista o mar é sòzinho?
Haverá rasgões no espaço
que dêem para outro lado,
e que, um d’elles encontrado,
aqui, onde há só sargaço,
surja uma ilha velada,
o paiz afortunado
que guarda o Rei desterrado
em sua vida encantada?

 

 CALMA

 

Quale costa raccontano le onde
che non si può trovare
per quante navi ci siano nel mare?
Che cosa incontrano le onde
e mai si vede affiorare?
Questo suono del mare sulla spiaggia
dov’è che sta esistendo?
Isola prossima e remota
che nell’udito persiste,
per la vista non esiste.
Che nave, che armata, che flotta
può trovare il cammino
per la spiaggia ove il mare insiste,
se alla vista è inabitato il mare?
Ci saranno squarci nello spazio
che diano dall’altro lato,
e che, uno di essi trovato,
qui, dove c’è solo sargasso,
sorga un’isola velata,
il paese fortunato
che veglia il Re esiliato
nella sua vita incantata?

( Traduzione di Giulia Lanciani)

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3 commenti
  1. Si diffonde nei versi una tristezza che è dolore ma anche domanda di soluzione. Una ricerca in senso fisico e umano eppur così appassionata e di attesa che insegue una congiunzione che renda sicura e risolvibile un’utopia di acuta razionalità e profonda emozione.

  2. Ho spesso pensato alle domande di Pessoa come fossero rivolte alla scienza, quasi si trattasse di una sfida. Se è vero che la realtà fisica corrisponde a un dato livello della nostra coscienza percettiva, e ciò che sembra fermo, a livello molecolare e subatomico invece è in continuo movimento, in continua creazione e trasformazione, se è vero che il tempo non è altro che una misura esistenziale, allora è legittimo pensare che la nostra coscienza percettiva sia illusoria. Vale da sempre per i poeti, che stando fermi sono viaggiatori del tempo e dello spazio. Certo che Pessoa pone domande vertiginose, tanto che quel che dice sembra ogni volta possibile. “Questo suono del mare sulla spiaggia / dov’è che sta esistendo?”, un verso che basterebbe per ricavarne un intero trattato scientifico, che poi non basterebbe per dire dell’immensa solitudine.

  3. La proposta di Pessoa come uno dei miei innumerevoli maestri è dettata dalla mia fascinazione per il fluire magmatico e mutevole, per l’inafferrabile metamorfosi dell’esistenza sotto la sua apparente stasi e, parallelamente, per l’impossibilità di “dire” senza per ciò stesso “snaturare”: fissare, cristallizzare l’attimo, implica sempre una scelta, uno strappo, una rinunzia non priva di lacerazione (appunto).
    Nelle note introduttive al testo da cui è tratta la poesia Calma, qui presentata, la traduttrice sottolinea come Pessoa concepisca la propria opera “come potenzialmente aperta a infinite trasformazioni, a continue metamorfosi. Pubblicare per lui significa, pertanto, rinunciare ad altre possibilità, perdere qualcosa di essenziale”: in ciò rintraccio un elemento che mi appartiene e che segna il mio procedere nel mare aperto del significante poetico. E, in particolare in Calma, avverto fortemente le insidie di questo viaggio, la tensione a oltre-passare i limiti della nostra umanità alla ricerca di ciò che i sensi non colgono ma che il cuore sente, vivo, vibrante. La tensione dentro un’apparente calma, con un andamento sonoro di risacca. “Ci saranno squarci nello spazio/che diano dall’altro lato”, si chiede Pessoa. E delle sue traiettorie, delle sue divisive moltiplicazioni attraverso il gioco dell’eteronimia è storia nota. Delle mie, chissà

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