Poesie di Maria Grazia Di Biagio dalla silloge “Nella disarmonia dell’inatteso”, Bel-Ami Edizioni

maria graziaSento il corpo vibrare, i piedi hanno bisogno di dondolare, cerco un tavolo, possibilmente bianco, sul quale muovere le mani. E’ questo che avverto leggendo le poesie di Maria Grazia Di Biagio; sensazioni di movimento, di aperture e passaggi, volteggi di oggetti-soggetti. La Di Biagio crea con velocità, fermento, eccitazione, e il suo lettore non ha alcuna possibilità di restare immobile, stabile; partecipa a quella emotività in modo così intenso da non trovare spazio per se stesso. Voglio dire: la sua poesia convince così tanto che non c’è modo di farsela propria, di indossarla, ma è lei che ti accolla e t’indossa. Giunge così, lampante, vera, col fuoco vivo dei suoi occhi e delle sue storie. E’ un campo a volte reale, minato, a volte misterioso, interiore, rafforzato dal  mistero e dalla chiarezza. Nessun gioco verbale ( se non qualche rima interna), parafrasismi, regole reggono la sua poesia, ma naturismo, principio e interezza. E’ un dispiacere rientrare in se stessi dopo un sogno-reale così vibrante.

Luciano Nota

 

L’OMBRA DEL VOLO

C’è un falco lassù dove non vado.
L’ombra del volo che seguo
misura la lentezza del mio passo
e m’interroga su chi
o cosa io fossi prima di me.
Se queste scapole siano traccia
di abortita gemmazione d’ali
o di una involuzione inesorabile
sotto il crescente peso del pensiero.
Castigo o premio o solamente caso
che sia toccato a me di non volare
e a lui la sua sublime indifferenza
a questa pena.

 

IMPERFETTA

Non vedo l’ora che arrivi domani
perché ogni giorno divento più bella
come la Terra nella nostalgia dell’astronauta,
la filigrana nel pensiero dell’orefice.

Sono imperfetta e sono anche futura
nell’idea pura, un’intenzione
prima che si tocchi la materia.

Se mi terrai così, presente e vaga
quando morirò sarò stupenda
e resterò immortale tuttavia
come un’utopia lasciata al tempo.

 

CORRISPONDENZE 

E’ un anno di parole che non scrivo
e non c’è incuria o disamore, credi,
se ho lavato la matassa dei pensieri
e l’ho stesa al silenzio ad asciugare.
Non è cambiato molto, da quel giorno.
Cado ancora e come allora
mi sbuccio le ginocchia
ma non piango più, purtroppo
e questo è male, perché il pianto cura,
è pioggia che consola, il pianto.
Io lo sapevo fare e mi piaceva
il sale a fior di labbra
e il respiro che risale da un singhiozzo.
C’è ancora il segno delle tue mani
che mi fanno da bracciali
di quando giravamo forte in tondo
e il rumore sempre uguale della moneta
in fondo al pozzo dei desideri e del disincanto
di un ritorneremo, un giorno.

 

IN ASSENZA 

Per questi luoghi cui appartengo
in modo irrevocabile, mi muovo
e mi ritrovo nell’irrilevanza delle cose
che stanno, cariche d’abitudine
e di una mancanza che ingombra
e se non fosse questo piccolo dolore,
questo spillo sapiente
che mi appunta per un osso alla vita
direi che sono un post- it note
di incombenze evase
lasciato sul frigo da una distrazione.

(E’ quasi utopia nella memoria
il tuo volto così puro, inconciliabile
con la prosa delle umane occupazioni).

Così – come accade talvolta
nel più disarmante dei sogni –
vivo i fatti dal di fuori
quale immagine muta di specchio.
Vivo dell’esigua rendita di un bene
nel quale mi convenne credere
e dei tanti miserere preventivi
che recitò mia nonna in lascito
alla sua smarrita discendenza.

 

TANGO

Ne hanno fatta di strada, queste gambe,
di salite controvento e discese frenate
sono stanche. Hanno corso, qualche volta
sulla sabbia verso inganni di miraggio
e subìto l’oltraggio delle ortiche
per seguire le promesse di una fragola di bosco.
Queste gambe quasi antiche di storie trascorse
e polvere di vite attraversate,
fra le tue gambe tornano bambine
un po’ per gioco, un po’ perché ci credo.
Fammi una cavigliera di cocci di bottiglia
e chiamali smeraldi, e anelli di menzogne
lucide come diamanti da mettere alle dita
dei miei piedi per il ballo di fine stagione.
Regalami un falso d’amore
e un tango per queste gambe stanche
che accanto alle tue gambe ancora vanno.

 

MAGNIFICAT

Magnifica è la nostra incompiutezza
nella infinità dei suoi possibili
percorsi verso un mai di perfezione
tragicamente libera di farsi
come la pelle del camaleonte.

Magnifico il tuo corpo di ragazzo
opera di un artista che mi ama
se mi concede di posare gli occhi,
il naso, queste mani sui sentieri
acuti del tuo ventre caldo e dolce.

Mi faccio in te, assumo i tuoi colori
attraversando la tua geografia
forma circostanziale del divino.
Annegherò nel magma dei tuoi sensi
prima che l’uragano ci separi.

Maria Grazia Di Biagio

 

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