Briciole – Storia di un’anoressia di Alessandra Arachi, letto da Dante Maffia

52_9788807812552gALESSANDRA ARACHI, Briciole – Storia di un’anoressia, Milano, Feltrinelli, 1994

Sono passati venti anni dalla pubblicazione di questo libro eppure a rileggerlo trovo che sia ancora fresco e attuale, scritto con la tensione giusta, senza compiacenze nel farci percorrere la vita disgraziata di Elena Dilmori e senza trionfalismo finale nel momento in cui una “briciola” di emozione autentica si accende nell’anima della protagonista.
L’affresco è così densamente veritiero nella scansione degli eventi che si ha l’impressione di avere Elena come vicina di casa. Il lettore viene preso addirittura da una certa apprensione nel seguire la caduta a picco di questa ragazza nell’anoressia. L’incipit è formidabile: “Comincia con tre polpette al sugo questa storia. Tre polpette di carne di vitello vomitate nel bagno di casa con la porta spalancata”. Il dramma è approntato in tutta la sua ampiezza, e sappiamo subito che lo scenario diventerà via via un risucchio di vita, uno scivolamento nella follia senza la possibilità di uno spiraglio.
Alessandra Arachi non accenna comunque neppure a cercare colpe e colpevoli in quell’irragionevole gioco che spesso i narratori pongono in essere per “giustificare” i comportamenti. Ci fa prendere atto del “fatto” e lo pone con tutto il suo scomodo peso all’interno della famiglia e della società, facendoci toccare con mano lo sfaldamento sottile che investe quotidianamente i rapporti umani e mostrandoci, anche in questo caso con molta naturalezza, i luoghi comuni in cui è impaniata la famiglia di Elena.
I sintomi sono specificati con molta precisione, direi con scientificità, e la scuola, le amicizie della ragazza, balzano in chi legge nella loro realtà pesante e ipocrita. Siamo alla fine degli anni settanta e la società italiana e romana ha qualcosa di turbolento e di preoccupante a causa della situazione politica che sta andando verso una perdita di valori assolutamente vertiginosa. Elena non sa sottrarsi a ciò che le si muove attorno e diventa vittima di un qualcosa che abbuia la sua psiche, che la rende succube di una malattia che forse ha origini in un guasto dei rapporti umani. Attorno a lei i compagni e gli amici si muovono come manichini di una condizione vissuta dentro le regole del perbenismo, dello studio, degli obiettivi da raggiungere con la laurea. L’anoressia butta all’aria tutto, scompone e divarica, scompiglia e uccide perfino i sogni, tanto è vero che Elena fa l’amore senza sentire amore (“Feci l’amore con Pietro con l’indifferenza che si impone ad una ragazza di diciotto anni”), si sposa senza essere innamorata, obbedisce senza esserne convinta. Un andirivieni di sensazioni che la condizionano e la rendono una pagliuzza in balia dell’anoressia mentale, strattonata da quella che con una felicissima espressione viene chiamata “follia surreale”.
Non anticipo il finale per non togliere piacere alla lettura di questo romanzo fitto di vomiti, di scorpacciate di dolci e perfino di salse e di cetrioli, di aceto e di qualsiasi cosa che si può ingurgitare, dico soltanto che un libro così è davvero emblematico per il tema trattato che all’epoca era ancora più scottante di adesso, emblematico anche per la forza espressiva della scrittrice, perfino per la grazia con cui raffinatamente vengono affrontati i momenti della femminilità adolescenziale. La Arachi ha una scrittura assolutamente lontana dalla letterarietà, non cincischia con i problemi, li racconta con accenti convincenti e senza stare a preoccuparsi di fare colpo affidandosi al fattore esclusivamente formale. Intendiamoci, il linguaggio è preciso e attento, ma mai esornativo o appiccicoso, limpido e chiaro nel saper delineare gli avvenimenti. Che non sono per nulla facili nella loro complessità perché accanto alla malattia, che già di per sé presenta rischi narrativi di non facile soluzione, c’è il rapporto genitori e figli, scuola e giovani, società e malessere generale, gusto musicale e abitudini comportamentali.
Eppure la narratrice riesce a non eccedere mai, a non sbilanciarsi mai oltre il dovuto mantenendo una “serenità” di espressione che porta a esiti davvero rilevanti e direi accattivanti, fino alla “lezione” finale che ha, mi viene da dire convintamente, un accenno di esoterismo.
Del resto come altrimenti intervenire nella psiche per uscire dalle ramaglie intricate dell’irrazionalità? Come vedere al mattino guardando fuori dalla finestra che c’è la luce?
Libri come questo andrebbero proposti e riproposti, fatti leggere e discutere, perché non tergiversano e non fingono riuscendo comunque a restare narrativa calda, vera, proficua. E una volta tanto non disturbino aggettivi così impegnativi.

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1 commento
  1. Nella disperazione e nella condizione di questa malattia a lungo sottovalutata e mai compresa fino in fondo anche da chi vive queste situazioni in famiglia come in società emerge anche il ruolo della donna spesso accantonato quando si parla di malattia fisica o disagio psicologico in una cultura che impone “lo star bene” come il quinto vangelo da seguire. Non c’è mai un approccio di ascolto verso l’età dell’adolescenza e della prima maturità ma anche più avanti nel corso degli ani su certi temi come l’anoressia. Ovvero se ne parla ma non con delicatezza scordandoci che è una delle prime cause di suicidio tra i giovani. Valgono davvero anche qui le parole di Primo Levi sulla memoria perché anche nella nostra quotidianità continuano a compiersi questi olocausti silenziosi. Condividerò e pubblicherò sulla mia bacheca l’articolo per aver sempre presente questo lato del soffrire. Parlarne diventa l’arma migliore per sconfiggere l’indifferenza e curare la malattia, non quella di una Elena d’oggi, ma di chi le sta intorno e non vuole accorgersene.

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