Leonardo Sinisgalli e la poetica dell’oggetto (prima parte) di Giovanni Caserta

Leonardo_Sinisgalli

Tre elementi portanti: la formazione scientifica, il paese, l’infanzia
Una lettura di Sinisgalli ruota intorno a tre elementi portanti, che la critica ha da lungo tempo messo a fuoco. Essi sono: la formazione scientifica dell’autore, il suo paese di nascita e la sua infanzia. Gi ultimi due elementi possono tranquillamente unificarsi nel paese, perché finiscono con l’essere l’uno integrazione dell’altro. Restano, dunque, il ruolo del paese e la formazione matematica, che sembrano lontanissimi l’uno dall’altro e, invece, si integrano e si spiegano anch’essi a vicenda.

Il paese, la famiglia, lo strappo
Il paese cui si fa riferimento è, naturalmente, Montemurro, in provincia di Potenza, ove Sinisgalli nacque il 9 marzo 1908. Era, la sua, una famiglia povera, perché, fra l’altro numerosa. Il padre, Vito Sinisgalli, era un sarto di paese, che faceva fatica a nutrire la numerosa famiglia. Nacque di qui, comune a molti altri abitanti del paese, della Lucania Basilicata e del Sud, la decisione di imbarcarsi su un bastimento e cercare fortuna in America, nell’America più povera a dire il vero, cioè la Colombia. Ciò accadeva nel 1911, quando Leonardo aveva solo tre anni. Anzi, aveva qualche mese in meno. Così egli commenta l’evento: “Non avevo tre anni quando mio padre partì, e mentre mi tornano alla memoria tante cose accadute prima di quella età, non ho nessuna immagine che accomuni mio padre e mia madre a letto, a tavola, o sulla porta”.
Praticamente il piccolo Leonardo passò tutta la sua infanzia e fanciullezza senza avere presso di sé la figura paterna, che egli, come capita, mitizzò facendone un uomo alto e forte, capace, appena fosse ritornato, di difenderlo e vendicarlo dei torti subiti. Invece, quando ritornò, dieci anni dopo, al figlio, che aveva ormai tredici anni, apparve calvo, basso e magro, tutt’altro che l’uomo forte che si era immaginato. Era, del resto, passato troppo tempo, perché il ragazzo potesse amare un estraneo, che inutilmente si sforzò di essere gentile e generoso con lui. Dovevano passare altri anni. Intanto nascevano altri due figli, molto più giovani di Leonardo, Vincenzo e Sara, dei quali una Sara, morì ancora bambina.
Quando, nel 1921, Vito Sinisgalli tornava dall’America, Leonardo era in collegio religioso a Benevento; precedentemente era stato a Caserta, presso i Salesiani. Vi era andato, mandato dalla mamma, perché potesse studiare. Era partito all’età di nove anni, nel 1917, finita la scuola elementare. Fu una partenza dolorosa, perché fu come un violento strappo, quasi che per la seconda volta gli troncassero il cordone ombelicale. “Partimmo – si legge in una sua struggente rievocazione, – attraversammo il fiume , ci allontanammo dal confine della provincia. (Io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull’Agri crollò un’ora dopo il nostro transito; mi convinco sempre più che tutto quanto mi è accaduto dopo di allora non mi appartiene, io sento di non aderire che con indifferenza al mio destino, alla spinta del vento, al verde, al rosso. Io so che la morte arriva all’ora prescritta; non è un’ingiuria, non è un sopruso; io so di essere stato tradito per tutta la vita uscendo fuori dalle mie dolci mura, io che non ero innamorato di carte e di stampe, ch’ero nato senza appetiti, senza fiamme nella testa, e volevo semplicemente perire dentro la mia aria. Forse siamo pochi a lamentarci di non saper più trovare una patria fuori dalle nostre colline). Poi non ricordo più “.

Gli studi di matematica e l’ingegnere
Conseguito il diploma di maturità tecnica presso l’Istituto Tecnico di Benevento, il giovane Leonardo, intanto, nel 1927, si trasferiva a Roma, per iscriversi alla facoltà di matematica e proseguire gli studi. Già da ragazzo, infatti, aveva dimostrato una particolare attitudine per il mondo dei numeri, fino strabiliare Mainardi, il professore di matematica di prima media, a Caserta, fissato per i calcoli mnemonici. Gustoso è un episodio raccontato anni dopo circa il modo con cui, con rapidità straordinaria, riuscì trovare la somma dei primi cinquanta numeri (1+2+3+4+5+6+7+8+9+10+11+12+13+14+15+16+17+18+19+20). “Mainardi scende dalla cattedra, gli si avvicina, lo abbraccia: «Come hai fatto?» gli chiede. «Solo due operazioni – rispose il bambino venuto da lontano, spaurito e timido che si chiamava Leonardo Sinisgalli – 50+1=51, 51X25=1.275. Ho messo gli addendi su due file eguali, sono arrivato fino a metà e sono tornato indietro da 1 a 25 e da 26 a 50: un diapason».
Frequentò, in quegli anni, il gruppo di Enrico Fermi e dei giovani di via Panisperna, destinato al mondo della ricerca. Ma urgevano, per lui che proveniva da una famiglia modesta, necessità di lavoro e di guadagno. Infatti, appena laureatosi in ingegneria elettronica nel 1932, fu assunto presso la Pirelli, a Milano e, poi, presso la Finmeccanica. Nel 1953, a quarantacinque anni, trasferitosi a Roma, fondava la rivista “Civiltà delle macchine”, che avrebbe diretto fino al I959.

Tra matematica e poesia: l’incontro con Corazzini (a Montemurro)
Lo straordinario era che, contemporaneamente a questi spiccati studi e interessi scientifici, egli coltivava una uguale passione la poesia e l’arte, facendo vita di cenacolo con poeti e pittori. Il settore del suo lavoro in azienda, del resto, era perfettamente coerente con tale duplicità, perché si occupava prevalentemente di pubblicità e design. Ma era anche vero che la stessa duplicità egli viveva con qualche angustia, soprattutto negli anni della adolescenza e della prima giovinezza, incerto sulla strada da seguire e, quindi, incerto di sé stesso. “Non riuscivo proprio a vederci chiaro nella mia vocazione – scriverà qualche anno più tardi. – Mi pareva di avere due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le pietre”.
Il primo contatto con la poesia lo ebbe attraverso un raccolta di Corazzini (1886-1927), il giovane poeta crepuscolare, morto a poco più di vent’anni. Accadde infatti che a Montemurro, durante l’estate del 1927, era capitato un giovane universitario, proveniente da Roma, che portava con sé una serie di raccolte di poeti crepuscolari (Govoni e Palazzeschi, Martini e Moretti e, soprattutto, il “divino” Corazzini). Fu quel giovane a consigliare a Sinisgalli quale sede universitaria, Roma; e fu a Roma che, appena giunto, Sinisgalli si preoccupò di cercare la tomba di Corazzini, con le date di nascita e di morte: 1886-1907. Prima di quella data, certo, aveva già tentato qualche composizione poetica, ma “le formulette sul moto dei corpi, e le linee che ne discendevano, rette e parabole, lo esaltavano più dei bisticci di rime e assonanze” Invece, dopo, quell’incontro con Corazzini, tutto cambiò, almeno nel senso che lo studio della matematica procedette parallelamente e con pari interesse con gli studi di matematica e fisica.

 

 

 

3 commenti
  1. Scritto molto interessante per l’analitica ricostruzione degli elementi fondanti per una lettura consapevole della poesia sinisgalliana. L’infanzia, con le numerose delusioni, per non dire ferite, che intristirono il suo animo, ha influito notevolmente sulla vita e sulla poesia di Sinisgalli, come spesso accade nei poeti più sensibili.
    Giorgina Busca Gernetti

  2. La forza icastica della poesia di Sinisgalli radica la nostra comune origine geografica. Chissà se un giorno questa foza riuscirà a rendere la nostra terra modello anche per gli altri. Grazie.

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