I Canti di Catullo letti da Dante Maffia

Catull_SirmioneVi sono poeti che vengono citati a ogni pie’ sospinto ma che sono letti pochissimo, forse per una sorta di mitizzazione che si è venuta a creare di alcuni loro versi diventati proverbiali  e che quindi limitano l’accesso all’intera opera.

E’ il caso, in genere, dei classici, di Omero, di Dante, di Tasso, di Foscolo, di Leopardi e, naturalmente di Gaio Valerio Catullo, amato come raramente succede a un poeta, ma, ahimé!, per i soliti arciconosciuti canti (2, 5, 16, 85, per fare qualche esempio) e non per tutta la sua produzione poetica che pure è di grande attualità e si presta ad essere “gustata” con particolare piacere, perché Catullo è un miracoloso esempio di psicologo e di sociologo “ante litteram”, il cantore che quasi scherzosamente ha saputo cogliere le penetranti lacerazioni dell’animo umano sottolineandone le incrinature e le debolezze, le accensioni e le vibrazioni. Nel 1982 esce  per Bur.Rizzoli “Gaio Valerio Catullo, I Canti”, testo latino a fronte.

Alfonso Traina ha curato le note e ha scritto l’introduzione evitando di narrare “il romanzo di Catullo” e ha messo in rilievo la modernità di un poeta che è spesso soggetto a fraintendimenti addirittura grossolani. Le note, naturalmente, sono scientificamente perfette e chiariscono e precisano senza disperdere le indicazioni in inutili pretesti o in apparati eccessivamente accademici.

La traduzione di Enzo Mandruzzato, studioso e traduttore, tra l’altro, di Pindaro, di Orazio, di Holderlin, ha reso finalmente un Catullo a portata dei lettori comuni, senza travisamenti, comunque, restando fedele al testo.

Il problema delle traduzioni è sempre un tantino scottante perché le implicazioni sono di diverso genere e le difficoltà di vario ordine (non soltanto linguistico), tuttavia Mandruzzato ha saputo infondere all’endecasillabo una forza così delicata e un timbro così deciso e musicalmente denso che, credo, Catullo non sarebbe davvero scontento di ascoltarsi in “care itale note”.

“Come vivere, come conoscere, tradurre è una responsabilità”, per questo Mandruzzato prima di tutto accerta l’accezione in rapporto al tempo in cui è nata la scrittura e soltanto dopo interviene poeticamente. E’ sempre un’approssimazione? Ebbene, io penso che non può che essere così, perché la poesia è sempre una sorta di approssimazione alla verità e si regge su regole impossibile da prestabilire (si confronti ciò che scrive in proposito Mario Fubini), impossibile da codificare, se non dopo, a cose fatte.

Ma questo è un discorso che porta fuori dal semplice suggerimento che voglio dare al lettore a proposito della nuova traduzione dei Canti di Catullo. Da notare (ci sono lunghe diatribe in proposito) che qualche volta la prova del fuoco per accertare la grandezza di un poeta è data anche dalle traduzioni che a volte fanno scaturire inutili trattati di filologia, di linguistica e di grammatica. Mandruzzato evita tutto ciò, segue il cuore di Catullo e anche il suo cuore e così le sfumature, le recondite accensioni, la passione e l’incanto trovano una loro misura espressiva e arrivano a dettare il senso antico di una civiltà letteraria e poetica che non perde mai smalto.

Alchimie non facili per un traduttore che è anche poeta in proprio e che appartiene a un secolo con una sensibilità diversissima da quella di cui si occupa. Ma chi conosce il “candore” della poesia, la sua forza che sa rigenerarsi anche nei travasi linguistici, sa come farci entrare nella “intimità” della parola originaria scardinando le percezioni semantiche di Catullo e portandole quasi intatte a noi.

Non riesce sempre; non riesce quasi mai ai traduttori di maniera, agli impiegati delle traduzioni.

Naturalmente io credo che il miracolo della non  dispersione poetica avviene comunque soprattutto perché Catullo ha pienezza di canto e lievito potente nelle sue parole latine. Diceva Fedor Dostoievskij che se un’opera, di poesia o di narrativa, nasce con parole che hanno saputo racchiudere il calore del cuore, anche poi malmenate in altre lingue, mutilate e offese conservano sempre il loro nitore di canto, il loro messaggio divino.

Catullo scrisse con parole che racchiudono odori e sapori, sentimenti ed emozioni, idee e immagini e perciò arriva intatto e fresco a noi nelle parole italiane di Mandruzzato a cui comunque va il merito di essere stato attento e partecipe, vigile e fratello di elezione.

 
 

 

 

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