“…la bocca mi baciò tutto tremante” (Inferno, canto V, v. 136) di Giovanni Caserta

Inf__06_Giuseppe_Frascheri,_Dante_e_Virgilio_incontrano_Paolo_e_Francesca,_1846Paolo e Francesca appartengono alle famose coppie di innamorati, di cui è piena la letteratura. E fu una coppia adulterina come lo furono Lancillotto e Ginevra, Tristano e Isotta, Elena e Paride… Era convinzione dei teorici dell’amore dei lontani anni medievali. L’amore, quello vero e straordinario – diceva Andrea Cappellano -, non può nascere se non fuori del matrimonio, che è una istituzione fatta di doveri, necessità, interessi, insomma costrizioni. In un’epoca come quella medievale, in cui il matrimonio non nasceva dalla volontà degli sposi e, quindi, non era libero, l’amore, che libero da imposizioni vuol essere, poteva nascere solo fuori del matrimonio. Una simile teoria cozzava, naturalmente, con la invadente e pervadente morale imposta dalla Chiesa, per la quale quegli amori, nati fuori del matrimonio, non solo erano peccaminosi, ma erano esempio e istigazione al peccato. Insomma della letteratura provenzale e cavalleresca si diffidava e da essa ci si guardava, come oggi si tende a fare degli esempi offerti dalla televisione (e, naturalmente, dal cinema e dalla stessa letteratura).
Tutto questo è in un passaggio del canto V dell’’Inferno’, il canto di Paolo e Francesca, là dove, a Dante che chiede come fu che i due amanti cominciarono ad amarsi, ovvero che cosa scatenò il loro peccato e ne rivelò i “dubbiosi desiri”(v.120), Francesca, rispondendo, dice che tutto avvenne durante la lettura del poema di Lancillotto e Ginevra. Il momento cruciale fu quello in cui Lancillotto baciava Ginevra: “Noi – racconta Francesca – leggiavamo un giorno per diletto / di Lanciallotto come amor lo strinse: / soli eravamo e sanza alcun sospetto. // Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso; / ma solo un punto fu quel che ci vinse. // Quando leggemmo il disiato riso / esser baciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, // la bocca mi baciò tutto tremante./ Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” (vv. 121-137

Non era difficile, secondo Dante, che un libro d’amore potesse indurre al peccato d’amore. L’amore, infatti, è, nella concezione di Dante, il più delicato sentimento che alberghi nell’animo umano. Nell’intero canto, esso è detto più volte “dolce”. E’ un “nido” in cui l’individuo si rifugia e trova calore; è “desiato riso”; è “sospiro”. Non solo. Esso è sentimento tanto delicato e in sé tanto puro e generoso, che si attacca solo ai cuori gentili, indirizzato verso anime altrettanto gentili, che non possono non rispondere e corrispondere. Basta poco, perciò, perché esso diventi tempesta che travolge i vincoli e le regole della opportunità, della convenienza sociale e della legittimità. Manca poco, insomma, perché il sentimento d’amore si tramuti in lussuria. Non è senza senso il fatto che le anime dei lussuriosi siano dannate e condannate ad essere travolte da una tempesta che le “mena”. E il verbo “menare”, nel canto V, è usato tre volte. Al verbo “menare”, peraltro, si contrappone la parola “pace”.
Questo groviglio di condizioni, per cui un nobile sentimento può diventare ragione di peccato cui è difficile resistere, fa sì che, eccezionalmente, Dante, pur trovandosi di fronte a peccatori e dannati dell’’Inferno’, finisca col provare “pietà”, fino alle lagrime e allo svenimento. Mai Dante si è dimostrato tanto “grazioso e benigno”(v. 88) nei confronti di dannati, rischiando di porsi in contraddizione con il giudizio divino. Il suo è un “affettuoso grido”, rivolto alle due anime, dannate e pur così ”belle” nel loro stare insieme anche dopo la morte, al punto che quelle, volentieri, “come colombe dal disio chiamate”, si accostano a lui (vv.82-87). E Francesca, addirittura, si lascia andare ad un pensiero rivolto a Dio, di cui riconosce la funzione e il senso alto di giustizia, tanto da confessare, implicitamente, la sua colpa, e lasciarsi andare ad una possibilità di preghiera. Infatti, rivolgendosi a Dante, di cui ha capito che sta facendo un viaggio doloroso, dice: ”Se fosse amico il re dell’universo, / noi pregheremmo lui della tua pace, / poi c’hai pietà del nostro mal perverso” (vv.91-93).
A volte è diventato difficile spiegare dove mai consistesse il peccato di Paolo e Francesca, visto che hanno obbedito ad un sentimento il più dolce e il più naturale che alberghi nell’animo umano, e visto che l’amore è proprio delle anime gentili. La risposta, verrebbe da dire, è tutta nell’anagrafe, ovvero nello stato di famiglia di Paolo e Francesca, ambedue sposati l’uno con altra donna, l’altra con altro uomo. E’ facile credere, in altre parole, che, se non ci fossero di mezzo i registri dell’anagrafe, la storia di Paolo e Francesca sarebbe la più bella, la più nobile e la più alta che si possa immaginare, da indicare ad esempio a tutti. Il loro peccato, di fatto, consiste tutto nell’aver violato delle regole sociali, “sommettendo la ragione al talento” (v. 39), ovvero la legge e le convenzioni al desiderio. E’ accaduto, in tal modo, che dall’amore si è passato alla lussuria.
A non pochi lettori, in questo complesso e difficile canto, è parso strano che a parlare sia Francesca, cioè la donna, e non Paolo, che tace e piange. Pare che si siano invertite le parti, nel senso che la donna finisce col rivestire il ruolo dell’uomo, e l’uomo si è ridotto ad un pianto femminile. E’ curioso che sulla questione si siano fatte le ipotesi più strane, anche da parte di illustri critici. Ci fu chi, per esempio, spiegò la cosa con la naturale tendenza della donna ad essere ciarliera (Magalotti); qualche altro attribuì la cosa alla facilità con cui la donna, in genere, si lascia andare alla confessione (Foscolo); qualche altro spiegò la cosa con la natura, propria della donna, che cerca conforto e pietà… In realtà, la ragione è molto più semplice e, nello stesso, la più profonda, perché è la più naturale e logica. E qui è la grandezza e lungimiranza di Dante, intellettuale, finissimo poeta, psicologo, capace di sentire oltre i limiti del suo secolo. Si potrebbe dire che, qui, caso veramente straordinario, egli, parlando di una peccatrice, ha innalzato il più grande monumento che si possa innalzare ad una donna.
Francesca, infatti, confessa tutto il suo candore e la sua colpa, dividendo con Paolo tutte le ragioni del peccato, assolvendolo. Non è stata violentata, perché non è stata presa né con la forza, né con l’inganno, né per danaro. Ha aderito al peccato in piena consonanza e in piena consensualità. Che la donna fosse, allora, in una condizione di debolezza e di subordinazione all’uomo è un dato di fatto, a tutti noto; ma proprio per questo era anche troppo facile far ricadere la colpa, ed ogni colpa, sull’uomo, anche quando lo stesso fosse innocente. Per pregiudizio, in ogni delitto sessuale, oggi, si tende a vedere il rumeno, come ieri l’albanese, anche quando essi non c’entrano per nulla. Francesca mette in guardia. Paolo è stato con lei onesto e leale, quanto lei, donna, verso di lui. E allo stesso modo, come lei, egli è stato peccatore. Del resto, se la storia non fosse cominciata con un “desiato riso”, ma con un atto di forza, i due non starebbero là dove sono, travolti da una tempesta che li “mena”. Uno di loro, probabilmente Paolo, ma forse anche Francesca, come Taidé la puttana (Inferno, XVIII, v. 133), sarebbe tra i seduttori o gli adulatori o i violenti contro il prossimo e le cose del prossimo, nel più profondo dell’Inferno. E non starebbero insieme, né godrebbero della pietà di Dante. Di qui la delicatezza di tratti con cui Francesca indica il “suo” Paolo, non “mostro”, ma, piuttosto, vittima inconsapevole della straordinaria bellezza e gentilezza di lei. ”Amor – dice Francesca – ch’al cor gentil ratto s’apprende, / prese costui della bella persona / che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende” (vv.100-102). E, su un livello di perfetta parità, aggiunge: ”Amor che a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che come vedi ancor non m’abbandona” (vv.103-105). Nemmeno dopo la morte.
Non serve fare come hanno fatto alcuni commentatori, che, per giustificare l’adulterio di Francesca, hanno detto, offendendola, che a lei, al momento del fidanzamento, era stato presentato, come promesso sposo, non Gianciotto, fratello di Paolo, brutto e zoppo, ma Paolo, talché ella pensava di sposare il bel Paolo e non Gianciotto. E’ spiegazione tanto rozza quanto volgare. Se così fosse stato, l’amore di Francesca per Paolo sarebbe stato un atto di cinica vendetta e rabbia. Né Francesca avrebbe goduto della “pietà” di Dante. Paolo, dal canto suo, sarebbe stato uno strumento di rivalsa e non starebbe lì a piangere, pienamente partecipe e coinvolto dal racconto che Francesca fa per sé e per lui nello stesso tempo. Tutto, invece, fu perché, leggendo di una bella storia d’amore, “più fiate si guardarono negli occhi, scolorandosi in viso”. E arrivò il bacio. Ma Paolo, importante particolare, in quell’atto, era “tutto tremante”.

CANTO V

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

3 commenti
  1. “Tutto, invece, fu perché, leggendo di una bella storia d’amore, “più fiate si guardarono negli occhi, scolorandosi in viso”. E arrivò il bacio. Ma Paolo, importante particolare, in quell’atto, era “tutto tremante”.”
    E’ veramente così. Ogni altra ipotesi per giustificare il bacio tra Paolo e Francesca è tortuosa e fuori di ogni logica dell’innamoramento, soprattutto in quell’epoca.
    Dante Alighieri, grandissimo poeta d’Amore, ben sapeva comprendere ed esprimere nei suoi versi tale fenomenologia. La suggestione della lettura proprio di quella pagina (“Quando leggemmo il disiato riso./.
    esser basciato da cotanto amante”), la loro bellezza e la “gentilezza” di entrambi non potevano che portare a quel bacio che io oserei dire innocente.
    Di qui la pietà di Dante, che nel celeberrimo sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare” (Vita Nova, XXXVI) aveva scritto: “ch’ogni lingua devèn tremando muta”.
    Il tremito di Paolo è indice della sua innocenza al pari di quella di Francesca.
    “E caddi come corpo morto cade” scrive Dante. Anche oggi il lettore sensibile non può che emozionarsi di fronte a questa affascinante ma tragica vicenda.
    Giorgina Busca Gernetti

  2. “Nessun maggior dolore
    che ricordarsi del tempo felice
    ne la miseria”.
    Che parole poteva pronunciare la Francesca, di Dante, se non quelle di Enea, di Virgilio?
    Il dolore è ricordato se viene esternato, perchè il trovarsi assieme, con Paolo, rende ogni cosa meno amara.
    Divino.

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