“La Stimmatizzazione di San Francesco nella Basilica Superiore di Assisi”, letta da Maria Alicia Trivigno

Giotto
Così il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato

“[…] Eppure il suo ardente desiderio aveva trovato quello di cui aveva sete e che né saggezza, né Chiesa, né piaceri del mondo potevano dargli. Ricordando infatti con dolore che l’uomo non è altro che un pellegrino e un ospite passeggero su questa terra, errante tra vita e morte e mai sicuro di alcun possesso, con rinnovato desiderio d’amore si buttò fra le braccia di Dio e da quel momento in poi cercò di trovare il sentiero per la vita solo con la semplicità e l’ardore dell’anima […] Il tesoro che aveva ricercato per anni ora l’aveva trovato: l’armonia dell’animo con Dio e con il mondo […]”. È il profilo di San Francesco di Assisi (1181-1226) tracciato da uno dei più grandi scrittori tedeschi del Novecento, Hermann Hesse. Nell’ambito di una costante riflessione sul tema del ricongiungimento dell’uomo con il suo io più autentico, dell’uomo pellegrino, viandante alla ricerca della propria interiorità, e di un conseguente interesse verso lo spiritualismo e il misticismo, Hesse ricorda (e incontra) San Francesco; figura iniziatica sulla via della Saggezza, in cui si intrecciano carità, misticismo, fede, misericordia, impegno pubblico e politico.
Nella vita di Francesco – nota attraverso le molteplici fonti del suo tempo – il passaggio che più di ogni altro rivela il compimento della sua missione è il prodigio delle Stimmate, il miracolo attraverso cui saranno impresse le piaghe della Passione di Cristo sul suo corpo. Francesco stigmatizzato vive fisicamente il calvario del figlio di Dio. L’Imitatio Christi, motore centrale nella vita di Francesco, è così completata: la sofferenza umana di Cristo diventa la sua sofferenza. La carne diventa testimone della Fede. Testimone di un fuoco interiore che brucia d’amore per Dio. E’ quanto racconta Giotto nella basilica superiore di Assisi. Il ciclo francescano che si estende lungo la zona inferiore della navata – oggetto di un lungo dibattito circa la paternità giottesca che ormai sembra confermata da buona parte della critica moderna – ospita una preziosa interpretazione del prodigio delle Stimmate. Cosi come l’intero programma narrativo, l’episodio della Stimatizzazione si ispira al racconto descritto nella Legenda Maior di san Bonaventura. L’artista fiorentino interpreta la sua fonte ambientando l’episodio in uno scenario di rocce che rimandano al monte della Verna, luogo dove Francesco si sarebbe recato per pregare in solitudine e, nel giorno della Festa dell’esaltazione della Croce, avrebbe ricevuto le stimmate in seguito alla visione di un Serafino. La natura, insieme alle architetture e ai personaggi rappresentati, domina la scena e partecipa al miracolo diventando un tutt’uno con l’episodio principale al centro. Il digradare della montagna resa attraverso blocchi di rocce prospettiche dipinte con passaggi chiaroscurali, gli alberelli che ornano la sommità della montagna e i due piccoli fiori in primo piano, contribuiscono ad evocare realisticamente la desolazione e l’inaccessibilità del monte dove l’eremita si è ritirato. A destra Frà Leone, compagno e confessore di Francesco, legge il Vangelo seduto all’esterno di una cappella sulla cui sommità si staglia la croce; ai piedi della montagna, un secondo edificio all’interno del quale si intravede un altare. Frate, vangelo e altare sono citazioni necessarie all’artista per collocare l’episodio in una sequenza temporale precisa. Dal testo di Bonaventura si apprende infatti che appena prima del prodigio: “ […] Francesco prese dall’altare il libro sacro dei Vangeli e lo fece aprire, nel nome della Santa Trinità ad un suo compagno. Aperto il libro per tre volte, sempre si imbatté nella passione del Signore: allora l’uomo pieno di Dio comprese che come aveva imitato Cristo nelle azioni della sua vita, così doveva essere a lui conforme nelle sofferenze e nei dolori della passione, prima di passare da questo mondo […]”. Al centro della composizione sono rappresentati i protagonisti del miracolo: la figura solida di Francesco, inginocchiato sulla roccia, si prostra al cospetto dell’abbagliante Serafino che irrompe dall’alto di un cielo definito da diverse sfumature di blu. La visione del Serafino, i cui tratti sono ben riconoscibili nella persona di Cristo in croce, squarcia l’animo di Francesco imprimendo su mani, piedi e costato i segni di un calvario che solo il Figlio di Dio aveva provato: “[…] Mentre pregava sul fianco del monte, vide un Serafino, con sei ali tanto infuocate quanto luminose, discendere dalla sublimità dei cieli e […] apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi in forma di croce e confitti alla croce. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, ma il vederlo confitto alla croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione […] comprese finalmente lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quella di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo crocifisso, non mediante il martirio della carne ma mediante l’incendio dello spirito. Scomparendo la visione gli lasciò nel cuore un ardore mirabile e meravigliosi lasciò impressa nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso […]”. Francesco si interroga, e interroga Dio, sulla sua missione. La prima risposta giunge all’apertura del Vangelo quando si imbatte nei versi della Passione di Cristo. Ma è solo con la visione che egli comprende e abbraccia il suo mandato. L’immagine del Cristo-Serafino accende nel suo cuore un fuoco ardente d’amore e di compassione; un incendio che dallo spirito penetra nelle carni marcandole con le stesse ferite di colui che l’aveva abbagliato. E’ Francesco il creatore delle sue stimmate, è il tormento originato da quella sofferente visione a generarle; la visione non è reale, è una apparizione spirituale che segnerà soltanto l’anima di Francesco; sarà invece il suo amore a segnarne il corpo. La studiosa di arte e letteratura francescana Chiara Frugoni spiega il percorso parallelo dei raggi luminosi che collegano Serafino a Francesco come il tentativo di Giotto di dare forma al concetto espresso da Bonaventura. Gli arti sinistri del Santo sono specularmente collegati agli arti destri del Serafino e viceversa come se Francesco stesse allo specchio e scorgesse il Cristo-Serafino nell’immagine riflessa; come se si trattasse di un colloquio puramente spirituale; come se il Serafino non avesse una fisicità e sia Francesco a specchiarsi nella Passione divina e a consegnarsi le stimmate. Se la traiettoria parallela che unisce mani e piedi indica il ruolo attivo di Francesco nella sua Stimmatizzazione, il chiasma che unisce il costato del Cristo-Serafino a quello di Francesco sancirebbe la divinità di Francesco. Il raggio non indica più un riflesso speculare ma un legame fisico, dal costato destro di Cristo giunge al costato destro di Francesco. Come se i due si fossero toccati realmente e nella carne di Francesco fosse stata impressa la divinità del Salvatore. Alla luce di queste considerazioni, possiamo forse meglio intendere il vero significato delle parole del Bonaventura quando scrive “Così il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato”.

Maria Alicia Trivigno

 

*

Dov’è amore e sapienza,
ivi non è timore
né ignoranza.
Dove è pazienza e umiltà,
ivi non è ira
né turbamento.
Dove è povertà con letizia,
ivi non è cupidigia
né avarizia.
Dove è quiete e meditazione,
ivi non è affanno
né dissipazione.
Dove è il timore del Signore
a custodire la sua casa,
ivi il nemico
non può trovare via d’entrata.
Dove è misericordia e discrezione,
ivi non è superfluità
né durezza.

Francesco d’Assisi

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