Il giorno dell’amore: cinque poeti contemporanei

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Anche tu mi hai lasciato
che d’essermi legata come l’ombra
dicevi. Ora non ho
di te che la memoria in queste sere
d’ultima estate e solitario vado
per i campi che un tempo seguivamo
in cerca d’un rifugio.

E qui mi torna
della tua voce il brivido
se le coppie mi sfiorano furtive
nel loro fiato assorte
e dove ieri ci amavamo indugio.

Qui abbandonata contemplavi il lento
volgere delle nubi sulla luna.
Ma ora attendo invano che le nubi
passino e accenda i prati desolati
la luna: il tuo pallore
io non misuro più nella sua luce.

Porto una spiaggia in me
deserta al primo scroscio dell’autunno,
dove l’estate poco fa era in festa,
una languente spiaggia d’ombrelloni
chiusi.

E senza te
la mia vita divisa inaridisce
come un limone stento
nell’ombra d’un balcone.

Luciano Luisi

*

La Liliana di Corbetta fu la mia
prima vera fidanzata, sgraziata ricordo una volta
che per baciarmi scivolò sbatté
la testa sulla tavola –
pensi che meglio di me lo dice
il narratore lombardo l’ultimo grande
scrittore del Novecento, penso
che sei vicino ma che ti manca
la decisione –
se è solo questo io vorrei
portarla in India Liliana
nei monasteri tibetani, ricordo un film
che raccontava di una valle dove si vive il doppio,
e dirle: “Ecco Liliana staremo qui
per il resto dei nostri giorni”.

Cesare Viviani

*

Ormai dovrei avere imparato
le piazze i semafori i divieti
i parcheggi le svolte
i viali alberati e quelli troppo assolati,
dovrei avere chiara la mappa
della tua nudità,
possederla in ogni particolare.
Invece scopro nuove strade, nuovi spazi,
nuove svolte, cattedrali mai visitate,
musei, radure,
angeli che mi benedicono,
m’invitano al loro banchetto,
mi prestano le loro finestre private.

Dante Maffia

*

Non era amore già perfettissimo
il sonno lungo nutrito dalla pioggia,
il risveglio stordito, la memoria sospesa,
il tempo fermo, chiuso tra i cuscini,
tutte rotondità, immense braccia,
dove galleggiavo radiosa e calma?
No, volevo anche altre braccia, altre
ad accogliermi alla mia quieta uscita;
come una pupa, sempre tra le braccia.

Patrizia Cavalli

*

Volevo che il mio amore non finisse
che resistesse intero – in disaccordo
perfino col ricordo e ignorasse il corpo
che da me si scostava
che ne ignorasse distanza e indifferenza
e fosse cosa mia doppiamente intrecciata
cesta di giunco e aria, cesta per acqua
forma che la mano conosce
e che la storia medita quando – così di rado
per questo raramente sacra – salva un bambino dal suo Nilo.
Così a volte fanno canestri i pazzi
per il silenzio – credo – che sale dagli spazi
per quella paglia
che le dita oscurano
per quel nodo terreno di aria e di materia.

Antonella Anedda

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