Rileggendo Orazio, CARPE DIEM! di Giovanni Caserta

giovanni-caserta_479x300CARPE DIEM!
Odi, I,11
(ma in che senso?)

Parlare di Orazio risulta estremamente difficile, essendo autore da duemila anni visitato e rivisitato in tutti i suoi aspetti. Pensare di scoprire qualcosa di nuovo, perciò, è forse presunzione. Ma è anche vero che ogni poeta, quando lo è veramente, presenta sempre suggestioni nuove. Come scriveva Pavese, la critica è il tentativo di passare dal mito della poesia al logos della razionalità. Ed è un processo che può andare all’infinito. Di qui l’immortalità dell’opera d’arte.
Un luogo comune e ripetuto, a proposito di Orazio, è che egli fu il maestro del “carpe diem”, che, pur tradotto in modo diverso, ha sempre fatto perno intorno al concetto di invito a godersi la vita attimo dietro attimo. Un film famoso ha quasi consacrato la traduzione con “cogli l’attimo fuggente”. Tutto si è banalizzato, facendo torto al poeta e all’uomo Orazio, che, dotato di grande senso del concreto, ma anche di forte senso morale, cominciò la sua vicenda letteraria come aspro critico dei costumi negli Epodi e, in politica, collocandosi all’opposizione. Fu infatti con Bruto e Cassio contro Augusto. Quindi, con Bruto e Cassio, ponendosi a difesa della repubblica, della democrazia e della libertà, combatté a Filippi, sia pure senza molto onore. La quale collocazione, come è noto, era difficile e pericolosa, tanto che i due promotori della rivolta, Bruto e Cassio, preferirono morire piuttosto che cadere nelle mani di Augusto vincitore.
Orazio, certo, si rappacificò con Augusto e, grazie a Virgilio, entrò nel giro della corte. E’ anche vero, però, che non si lasciò condizionare al punto da rinunziare alla sua libertà e autonomia. Del resto, era facile esser tirati in inganno da Augusto, che, abile politico, fece generalmente accettare il passaggio dalla repubblica alla monarchia imperiale, mantenendo tutte le antiche istituzioni, sia pure svuotandole. Sta di fatto che il suo impero ebbe larghissimo consenso presso la nobilitas, presso gli equites e presso i populares. Uomini buoni e casti come Virgilio, perciò, lo celebrarono come dio in terra, talché la sua aetas fu, e non solo dai contemporanei, considerata una sorta di età dell’oro in tutti i campi, compreso quello, molto avvertito, della Pax garantita.
Orazio, in verità, non cessò mai di farsi attento osservatore dei costumi dominanti, che vedevano superbia, clientelismo, arrivismo, amore del denaro e del successo diffusi, disonestà premiata e onestà offesa. Evitò tuttavia, nelle Satire e nelle Epistole, l’attacco diretto, facendo critica indiretta, giocata soprattutto sulla ironia, a partire da sé stesso, che non si riteneva diverso e al di sopra degli altri. Sapeva che era uomo e che nulla dell’uomo gli era estraneo. Non mancò, perciò, di ritrarsi in tutti i suoi difetti fisici e morali. Si disse, nell’aspetto fisico, basso e tozzo, di fattezze contadine, cisposo. Si disse iracondo, anche se facile ad acquietarsi; né mancò di riferire dei suoi amorazzi e del piacere che gli derivava dal vino. Però non si riconosceva malvagio e cattivo. I suoi vizi erano solo suoi e nulla toglievano al prossimo. Insomma era integer vitae scelerisque purus (Odi, I, 22), cioè di vita integra e privo di ogni forma di scelleratezza. Poteva perciò affrontare a testa alta il prossimo, e persino il lupo che avesse incontrato nella selva sabina. Non aveva nemmeno esitato a definirsi Epicuri de grege porcus (“porco uscito dal gregge di Epicuro”, Epistole, I, 4, ).
Considerato, dunque, il suo vanto di integrità, è da credere che codesta autodefinizione di porcus vada interpretata in senso ironico e autoironico, quasi compiaciuto omaggio, ammiccante e beffardo, a quanti, in giro, andavano dicendo che la setta epicurea fosse una masnada di porci. Era, infatti, interpretazione volgare, da piazza, risalente al furore polemico di Cicerone. In realtà grande epicureo a Roma fu Lucrezio, che dalla dottrina di Epicuro trasse afflati religiosi. Non è nemmeno il caso di sottolineare che cosa Epicuro intendesse per piacere e come il piacere, in lui, non escludesse la rinunzia e il sacrificio. Si vuol dire che sembra difficile credere che Orazio, uomo che predicava la moderazione e l’autocontrollo, pensasse, con l’imperativo “carpe”, di insegnare e quasi obbligare e imporre il piacere fittizio e transitorio. Proprio l’uso dell’imperativo, che implica la volontà di insegnare e dettare regole, dovrebbe far pensare diversamente.
L’etica dominante al tempo di Augusto era tutt’altro che sfrontata e scollacciata. Augusto si sforzò di imporre un programma morale, che fosse difesa della tradizione italica più autentica, cioè dell’antica religione, della famiglia e dell’amore legittimo. Appartiene al suo impero il ius trium liberorum e la persecuzione di qualunque forma di adulterio, anche se proprio lui non mancò di farsi cogliere in difetto. In tale contesto, che un poeta, ritenuto un vate, potesse, in forma imperativa, invitare ad approfittare del giorno che passa a fini di piacere, difficilmente poteva essere accettato. Né, peraltro, bisogna trascurare il fatto che il primo vero maestro di Orazio fu il padre, uomo non dotto, che però, forte del buon senso, fu campione di sacrificio, al punto da affrontare il passaggio alla città, cioè il trasferimento a Roma, pieno di incognite e di disagi, pur di affermare la sua dignità di uomo libero, e garantire al figlio un avvenire diverso da quello che poteva avere in provincia, a Venosa. E gli insegnamenti di quell’uomo, che, per dir così, si tolse il pane di bocca, furono tali che Orazio sempre ne celebrò la figura quale “custos incorruptissimus” (“maestro incorruttibile”), che, primo segno di virtù, non solo lo mantenne incontaminato nelle azioni, ma anche da ogni forma di turpiloquio. A lui, insomma, era dovuta ogni lode e ogni gratitudine. Per dirla in breve, un padre simile, ancorché povero, il figlio non l’avrebbe cambiato mai (Satire, I, 6).
Non sono mancati, a dire il vero, coloro che si son fermati sul verbo “carpere”, che, riferito all’atto del cogliere il frutto dall’albero o un fiore, implica coordinamento di gesti, attenzione e razionalità, cioè l’atto della scelta. Perciò, anche alla luce di quanto si è detto, non sembra accettabile l’idea che Orazio consigliasse, e anzi ordinasse, di prendere dalla vita solo quello che piace. “Carpere”, “scegliere”, implica un altro suggerimento o ammonimento che così suona:“Est modus in rebus”, “c’è misura nelle cose” (Satire, I,1). Orazio, del resto, era di formazione contadina, amico di quel Virgilio che aveva esaltato il lavoro come forma di civiltà e aveva scritto del lavoro dei campi. e dell’allevamento delle api. La vita è anche dovere: questo gli insegnava quell’amico, che valeva metà dell’anima sua.
Quell’imperativo (“carpe diem”), a nostro modo di vedere, va messo in relazione, nel testo, con due congiuntivi esortativi. Non si trascuri il fatto che Orazio si rivolge ad una giovane fanciulla, Leucònoe, sicuramente ragazza del popolo, ingenua e candida, sospirosa, che, sognando molte cose sul suo avvenire, interroga gli dèi e le cabale babilonesi. Orazio assume nei suoi confronti un atteggiamento da uomo maturo, saggio e razionale, che vuol prevenire amare delusioni. E’ un atteggiamento paterno, se non paternalistico, da uomo esperto della vita. “Sapias” – le dice. Ovvero: “Cerca di essere saggia; ragiona, anzi ragioniamo”. Nicola Festa immaginò che Leucònoe fosse una di quelle giovani che servivano nelle locande e nelle trattorie del tempo, sulle coste del Tirreno. “Vina liques” – le dice anche. ”Versa, di grazia, acqua nel vino, tanto da gustarlo senza ubriacarci. E non preoccuparti. Accetta il tuo destino, prendendo quel che puoi dal momento presente”.
Che l’intento sia pedagogico e serio, lo dice tutto il tono complessivo. Ha, infatti, una partenza che allude a motivi religiosi. Orazio era un agnostico. Sapeva, però, che altri erano sinceramente credenti. E ne assume il punto di vista, precisando che, per chi crede, quello che gli dèi hanno deciso è comunque nascosto alla conoscenza degli uomini. Leucònoe è una ragazza che dovrebbe avere, davanti a sé, un futuro lungo. Ma chi lo potrebbe giurare? L’inverno in corso potrebbe essere seguito da molti altri inverni; ma potrebbe anche essere l’ultimo. La morte è sempre in agguato; da un momento all’altro potrebbe arrivare inaspettata. O potrebbero arrivare altri guai. I progetti lunghi, perciò, sono inutili e vani. E possono portare più cocenti delusioni. Conviene fermarsi al presente, e accettare tutto quello che càpita, con garbo, prendendo quello che di buono è possibile prendere. Che se niente di buono ci sarà, si prenda tutto con pazienza.
Alcuni critici hanno giustamente richiamato, a commento del “carpe diem” e della saggezza che vi è sottintesa, due versi di altra ode, in cui Orazio così si esprime: “Levius fit patientia /quicquid corrigere est nefas” (“più lieve diventa, con la pazienza,/ qualunque cosa non è possibile cambiare”, Odi, II, 24). E’ una spiegazione o postilla o nota a quanto nell’ode del “carpe diem” afferma, dopo aver chiarito che la volontà degli dèi è nascosta agli uomini e non è modificabile. Che resta da fare, dunque? “Ut melius – sancisce – quidquid erit pati!” (“Quanto meglio, qualunque cosa accadrà, sopportare”). In cui a nessuno sfugge che “patientia” e “pati” hanno la stessa radice e lo stesso identico significato!
Del resto, non è detto che, passata la tempesta, non arrivino tempi migliori. Nella mente degli dèi sono nascoste cose belle e cose brutte. All’inverno segue la primavera. Nell’ode I, 9, Orazio usa all’incirca le stesse espressioni che usa nell’ode del “carpe diem”. Rivolgendosi ad un amico, Taliarco, uomo comune quanto Leucònoe è ragazza comune, così dice: “Quid sit futurum cras, fuge quaerere” (“Evita di chiederti che cosa accadrà domani”). E anche a lui dà un consiglio che vale come spiegazione del “carpe diem”. “Quem fors dierum cumque dabit, lucro adpone” (“Qualunque giorno a te assegnerà la sorte, volgilo al meglio”. Precedentemente aveva consigliato di lasciare che facciano gli dèi (“Permitte divis cetera”), i quali sono capaci, da un momento all’altro, di far tacere i venti che si scontrano sul mare tempestoso, rendendo immediatamente fermi cipressi e vecchi orni.
Altre volte Orazio aveva invitato a cogliere “occasionem de die”, cioè ad afferrare a volo le opportunità che si presentano nel corso della giornata (Epodi, 13).. Come dicevano i contadini lucani, appartenenti a quel mondo da cui proveniva Orazio, conviene vivere “iurn iurn…giorno per giorno come san Francesco”, il quale, predicando e mendicando, tutto poteva aspettarsi e a tutto era preparato. Somma virtù, anche per san Francesco era la pazienza. E viene in mente il monito che san Francesco dava a frate Leone, se, in una giornata di pioggia, arrivati alle porte di un convento di confratelli, non riconosciuti, fossero stati presi a bastonate e improperi. “Se noi – diceva – tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali noi dobbiamo sostenere per lo suo amore, o frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia”.
Giovanni Caserta

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.

2 commenti
  1. Sono d’accordo con chi intende il “carpe diem”come invito a vivere la vita in modo pieno, vero e possibilmente lieto. Proprio come il poeta intendeva vivere la sua. D’altra parte Orazio, come Catullo di 5, 5-6 (Nobis cum semel occidit brevis lux, / Nox est perpetua una dormienda. “Noi , dopo che si è spenta la breve luce della vita, dovremo dormire un’unica eterna notte”), è perfettamente consapevole della brevità e precarietà della vita, come si desume da vari luoghi della sua opera, e segnatamente da questo: Eheu fugaces, Postume, Postume, / labuntur anni nec pietas moram / rugis et instanti senectae / adferet indomitaeque morti / … / visendus ater flumine languido / Cocytos errans et Danai genus / infame damnatusque longi / Sisyphos Aeolides laboris. / Linquenda tellus et domus et placens / uxor, neque harum quas colis arborum / te praeter invisas cupressos / ulla brevem dominum sequetur. “Ahimè, Postumo, Postumo, rapidi scorrono gli anni, né la devozione apporterà indugio alle rughe della vecchiaia incalzante e neppure alla morte indomabile … Bisognerà visitare l’oscuro Cocito, che scorre tortuoso con pigra corrente, e la stirpe infame di Danao, e Sisifo, figlio di Eolo, condannato all’eterna fatica. Dovremo lasciare la terra, la casa e la bella moglie, e di questi alberi che tu coltivi non uno seguirà te, signore per breve tempo, tranne l’odioso cipresso” (Carm., 2,14, 1-4 e 17-24).
    Per una curiosissima combinazione, proprio ieri è stata pubblicata, sul blog ALLA VOLTA DI LEUCADE di Nazario Pardini, la prima parte di un mio breve saggio su Quinto Orazio Flacco.
    Complimenti a Giovanni Caserta per l’interessante rilettura.
    Pasquale Balestriere

  2. Ho riletto con molto piacere l’interpretazione del “carpe diem” senza le forzature o banalizzazioni tanto di moda oggi. La figura di Orazio uomo e poeta, figlio riconoscente al padre, amico di Augusto ma … rimanendo nella sua casetta in Sabina, “Epicuri de grege porcus” da intendersi con una buona conoscenza del pensiero epicureo, infine tanto saggio da non far conto su un domani sicuro.
    Però non accosterei troppo la pazienza di Orazio a quella di frate Leone: la matrice è molto diversa.

    Giorgina Busca Gernetti

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