Le carte segrete di Pasolini, di Cinzia Fiori, Corriere della sera – 17 marzo 1998

pasolini
Questo articolo di Cinzia Fiori, pubblicato quasi sedici anni fa, serve per aprire ad “Erato” una serie di pubblicazioni di testi in prosa e poetici di Pasolini durante il periodo friulano che va da dicembre 1942 a gennaio 1950. Un Pasolini giovane, agli inizi della sua carriera letteraria, ma che aveva già in sè il perfetto coacervo: la gioia e il dolore, la conoscenza e l’estraneità stesse della vita. Un Pasolini che capiremo , come scrisse Dario Bellezza, mettendo il bisturi nella sua carne, indagando il suo lato Freud, piuttosto che il suo lato Marx. I “Quaderni rossi”, le pagine corsare, sono la testimonianza di un uomo e di un intellettuale leggero e pesante, ma con idee decise e rivoluzionarie.
Luciano Nota

“Per tanto tempo se n’è favoleggiato. I segreti nascosti nelle cartelline trasferite nel 1989 da casa Pasolini al Gabinetto Vieusseux di Firenze hanno scatenato fantasie popolate di appunti, lettere, poesie, romanzi, sceneggiature capaci di cambiare il nostro modo di guardare a uno degli scrittori più amati dal pubblico nel dopoguerra.» tutto vero. Oltre ogni immaginazione. “Quello di Pasolini è davvero un caso in cui gli inediti ci dicono quasi tutto dell’autore”. Parola di Walter Siti, che, in veste di curatore dei primi due volumi delle opere complete di Pasolini per i Meridiani Mondadori (usciranno a dicembre), ha avuto libero accesso al Vieusseux. Ora ha davanti a sé le quattromila pagine in bozze dedicate alla narrativa, la fatica di correggerle, i ricordi che tornano (“era incredibile, continuavano a spuntare nuovi testi”) e la soddisfazione di poter ridefinire Pasolini come uno scrittore che “ininterrottamente, nell’arco della sua breve vita ha costruito grandi macchinari narrativi a matrice autobiografica e senza sosta ha cercato uno strumento romanzesco abbastanza potente per dire tutto”.
Ininterrottamente. Basta un avverbio a cambiare l’immagine di Pasolini, da sempre ritenuto il narratore occasionale che esordisce nel 1955 con Ragazzi di vita e poi scrive nel ’59 Una vita violenta. Passano gli anni, e l’autore di successo che la neoavanguardia bollerà come l'”esponente dell’orientamento reazionario della tarda letteratura neorealista” nel ’62 pubblica un romanzo della giovinezza, Il sogno di una cosa, poi sono frammenti, testi magmatici come Alì dagli occhi azzurri (’65) o La Divina Mimesis (’75), affiorati da un grande lavorio attorno a importanti raccolte di poesie, testi teatrali e naturalmente il cinema, dal quale nel ’68 riprende una sceneggiatura, trasformandola in Teorema. Agli occhi del mondo è il poeta, il regista, il polemista. Molti, come Dario Bellezza, di lui hanno pensato: “Non fu mai un vero narratore e solo alla fine della sua vita si mise a scrivere un romanzo totale: Petrolio”. “Invece – dice Siti – mettendo in ordine cronologico tutti i progetti cui ha lavorato, l’impressione è diversa. Si è dedicato alla narrativa per 28 anni, dal 1947 al 1975, l’anno della morte”.
S’inizia con i “quaderni rossi”, che erano cinque, ora si sa: a quei fogli negli anni friulani Pasolini affidava la confessione del suo mondo omosessuale. Una parte è stata pubblicata nell’82 con il titolo Atti impuri.
Siti, davanti alle incerte variazioni apportate al testo da Pasolini nel ’50, ha dovuto procedere a una revisione dell’edizione Garzanti. In appendice ha aggiunto alcune pagine di memorie inedite “dall’influenza fortemente proustiana”.
E ora c’è anche l’ultimo quaderno, un racconto completo, scritto nel ’47 e mai pubblicato: Douce. “Angelo Dus è il nome di un ragazzo che il personaggio di Pasolini incontra a una festa di paese. Dus è molto bravo a disegnare e perciò il protagonista pensa di diventare il suo Cimabue: gli propone un ritratto, gli porta libri di disegno. Douce è interessante anche perché in alcune pagine Pasolini rovescia il punto di vista: chi parla è il ragazzo che ridescrive la scena della seduzione e narra di un signore ben vestito, molto bravo a ballare che gli si è avvicinato…”
Anche in Amado mio, concepito nella primavera del ’48 e parzialmente pubblicato postumo con Atti impuri, la dominante è autobiografica. Ma finora non si sapeva che nel 1950, quando Pasolini era appena arrivato nella capitale, pensò a una continuazione di quel testo. “L’idea – racconta Siti – era che Iasis andasse a Roma a trovare il protagonista, Desiderio. Pasolini, con un improbabile dialetto romanesco, racconta l’integrazione del giovane fra i ragazzi delle borgate. Poi si stanca di Iasis e fa partire Desiderio per Parigi, dove da seduttore si trasforma in sedotto”.
Passa un anno, e nel ’51 Pasolini, secondo la ricostruzione di Siti, prende a lavorare a Per un romanzo del mare. “Qualche tempo fa Nico Naldini ne curò la seconda parte per Guanda. Sono pagine di memorie infantili, uscite con il titolo Operetta marina”. Ora c’è anche la prima parte, inedita, di quel racconto lungo. S’intitola: Coleo di Samo. “Lì – narra Siti – Pasolini con un andamento fantastico, erudito parla dell’origine del Mediterraneo e del fascino che il mare ersercitava su di lui”.
Nico Naldini nella cronologia della vita di Pasolini dice che poi, nel ’52, lo scrittore inizia un pamphlet dal titolo Il disprezzo della provincia ma, aggiunge, non va oltre il primo capitolo. Lo si trova ordinato sotto quel titolo in una cartellina al Vieusseux. A trovare la continuazione è stato Walter Siti. “Apro un’altra cartella apparentemente dedicata ad Amado mio e dopo qualche foglio me ne accorgo: ma questo è un romanzo!. Più che un romanzo è lo scheletro di un romanzo, ma importante dal punto di vista biografico”, spiega Siti. “Pasolini, che deve ogni tanto tornare in Friuli per il processo che lo vede accusato di corruzione di minore, incomincia a guardare a quella terra non più come luogo amato, ma con gli occhi del romano che giudica la provincia. E non mancano rancorose parodie. Un testo satirico”, racconta Siti, “interessante, anche perché ritrae l’altro lato della vita di Pasolini.” Infatti è l’unico romanzo dell’epoca in cui i protagonisti non vengono dall’ambiente contadino o sottoproletario. Sono due intellettuali di provincia, frustrati e pieni di ambizioni. Uno è omosessuale, l’altro etero, ossessionato dal “verme solitario” del sesso. Durante una gita a Chioggia, probabilmente ispirata a quella che Pasolini fece per andare a trovare Comisso, il giovane etero, Biasutti, ne combina una grossa, tanto che lo scrittore famoso lo schiaffeggia”. A questo punto però, e siamo al settimo capitolo, c’e’ un buco che Siti calcola di un capitolo e mezzo. “Secondo me Pasolini non l’ha mai scritto. Ma doveva avere in mente un evento grave, visto che la storia riparte in forma epistolare con Biasutti esule a Trieste che scrive all’amico”.
Quanto accade negli anni successivi è storia nota: il successo di Ragazzi di vita, seguito da Una vita violenta, che Siti giudica “l’estremo tentativo di Pasolini di uscire da sé per entrare nella testa dei personaggi”. “Ma l’oggettivazione per lui non è possibile – spiega Siti -, non è capace come Proust di morire alla vita per far nascere l’opera. Urta contro un muro. Il ’59 si conclude con una sconfitta”. Pasolini si prende un anno per pensarci. Poi approda a due tentativi che, come dice Siti, vanno in direzioni opposte: “Da un lato riprende un vecchio romanzo, Il sogno di una cosa, e lo semplifica. Toglie la storia di don Paolo, che è poi stata pubblicata a parte ma con un finale diverso: senza la morte del prete. E toglie Aspreno e Marcellina, il bel racconto finora ignoto di Aspreno, giovane intellettuale gidiano, che arriva da Milano in un paese del Friuli e in quell’ambiente contadino, dopo una divertente provocazione iniziale e tante avventure, inizia a fare una complicata corte a una giovane barista, Marcellina”. Eliminati questi testi, Pasolini confeziona il romanzo, rifacendo (sono parole sue) “lo stile del me stesso di allora”. Plauso dei critici per l’elegiaco Sogno di una cosa e 250 pagine inedite da mettere oggi in appendice. Più di quelle che compongono il romanzo.
L’altra via che Pasolini sceglie per uscire dall’empasse porta il titolo di Alì dagli occhi azzurri. “Lì mette in atto la poetica del non finito. Elimina ciò che di compiuto ha pronto e riempie Alì di racconti scritti come appunti di racconti che non si faranno mai. Alcuni sono vecchi, altri appositamente stesi con quel criterio. Poi, e non a caso, ci aggiunge le sceneggiature”. Non a caso, spiega Siti, perché sono proprio le sceneggiature a ispirargli la nuova poetica. “In quel genere di testi la parola dev’essere integrata dalle immagini del film futuro ed è un lavoro che spetta a chi legge. Pasolini inventa così una scrittura che chiede la collaborazione del lettore con un’intensità emotiva che di solito il romanzo non consente”. Con quello stile nascono le opere successive.
Gli altri inediti sono pochi, qualche favola abbozzata, per esempio. Siti ora guarda le quattromila pagine e considera: “Aveva ragione Fortini quando definiva Pasolini: un autore che ci fornisce una serie di opere attraverso le quali e non nelle quali ci dà delle concrete raffigurazioni poetiche come se il suo capitale poetico fosse maggiore di quello che filtra dalle singole opere. Bisogna leggerle assieme per coglierlo”. ”
.

8 commenti
  1. @ Luciano Nota

    Caro Luciano,
    m’interessa molto il discorso che svilupperai su Pasolini, che io ho letto – forse anche troppo – attraverso Fortini ( ma non me ne dispiace: Fortini è comunque un filtro generoso e allo stesso tempo rigoroso e sa cogliere i grumi essenziali etici, politici ed esistenziali del casarzese). Ma quando scrivi: “Un Pasolini che capiremo , come scrisse Dario Bellezza, mettendo il bisturi nella sua carne, indagando il suo lato Freud, piuttosto che il suo lato Marx”, ho delle perplessità.
    “Il suo lato Freud” è inseparabile dal suo “lato Marx”, pur essendo i due poli niente affatto combacianti ma anzi contraddittori (in Pasolini e in tanti scrittori e intellettuali suoi contemporanei).
    Staccare il primo lato come un francobollo da una busta a me è parso sempre rischioso e riduttivo. So che risponde ad una moda interpretativa, ma non la condivido. (Come puoi vedere da questo articolo che scrissi tempo fa contro l’interpretazione di Marco Belpoliti: http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=149:ennio-abate-le-ceneri-di-pasolini&catid=1:fare-polis&Itemid=13)
    Un caro saluto
    Ennio

    • Carissimo Ennio, non entro per ora in quello che sarà il discorso che svilupperò di Pasolini in quanto uomo e…poeta, e “profeta”. Seguimi (ci). Sarò lieto dei tuoi interventi. Pasolini va approfondito lontano dagli occhi, dalle mani, dai piedi puzzolenti dei friulani che lo hanno sempre odiato. Lui stesso di loro scriveva… A presto!

  2. In molti articoli, come ad esempio quelli apparsi nella rubrica “Il caos”, Pasolini fa spesso riferimento al dato onirico, e lo fa usando la stessa serietà e la stessa curiosità con la quale tratta anche gli argomenti più impegnativi. Leggerò con molto interesse il lavoro di Luciano Nota su questo intellettuale, sempre attualissimo.

  3. Credo anche io, come Abate, che non si possa scindere il “lato Marx” dal “lato Freud”, in Pasolini. Peraltro, il “lato Marx” è quello più legato alla giovinezza “friulana” (le lotte contadine da Pasolini stesso ricordate), mentre Freud è una “scoperta” della maturità “post-friulana” (e non mi riferisco solo al cinema, ma anche alle “esplicite” recensioni ai Karamazov e a Delitto e castigo del 1974, o a Petrolio, o al teatro, alla poesia – insomma, a molta parte della sua produzione a partire dalla metà degli anni Sessanta). Ma i due “lati” li intreccia lo stesso Pasolini, in Petrolio, quando evoca la necessità di un Terzo Ebreo (cfr. parte finale dell’Appunto 129c):
    “Il marxismo aveva rivelato all’uomo che l’uomo, contrariamente alla sua propria falsa idea di sé, è diviso (classisticamente) e ciò lo rende colpevole (sfruttamento dell’uomo sull’uomo). E parimenti la psicanalisi aveva rivelato all’uomo interiore che egli (sempre contrariamente alla sua propria falsa idea di se stesso), è diviso (Io ed Es, conscio e inconscio) il che lo rende colpevole (tutti gli infiniti, innominabili immondi peccati che l’uomo, in via allucinatoria, non cessa mai di compiere o di volere). Quanto all’arte, occorrerebbe che un Terzo Ebreo, venisse a dimostrare che essa non è né ‘innocente’, né ‘una’…”

  4. Di grande interesse. Grazie. Del periodo friulano bisognerebbe riscoprire e ricostruire – in chiave psicologica e politica, prima che letteraria – il rapporto con il fratello maggiore Guido, “spezzato” a Porzus.

  5. Caro amico Pasquale, è quello che cercheremo di fare. Sai bene che le “carte segrete” hanno rivelato un Pasolini sovente contraddittorio, un Pasolini pubblico diverso da quello privato; il Pasolini solitario, intento a scrivere i suoi quaderni. Poi ci sono alcune lettere che esse stesse sono poesie. E’ qualcosa di straordinario.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...