Poesie inedite di Maria Grazia Insinga

Maria Grazia Insinga
Maria Grazia Insinga. Nasco in Sicilia nel 1970 e faccio capriole polverose per vedermi da fuori, scrivere di me ma debordo come da una rilegatura che non tiene. Dopo la laurea con lode in Lettere, gli studi in Conservatorio e in Accademia, l’attività concertistica e di perfezionamento e l’insegnamento nelle scuole secondarie, giungo quattro anni fa in anticipo all’ora del tè in Inghilterra. Salpo e metto vela – parafrasando Sereni – sull’onda del 20 di agosto alla volta della mia amata isola. Ora mi disincontro qui a centellinare trifogli a barili ché due mondi sono troppi e la Sicilia non è ancora esausta d’essere se stessa. Non ricordo d’esser morta e sento due notti in luogo d’una. Insegno Pianoforte presso una Scuola Civica di Musica succursale del Conservatorio “V. Bellini” di Palermo e mi occupo di ricerca musicologica – ho censito, trascritto e analizzato i manoscritti musicali inediti del poeta Lucio Piccolo – di critica letteraria e faccio parte della giuria del Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro. E poi scrivo. Le mie poesie sono apparse online su riviste specializzate (Cartiglio d’ombra, La Bella Poesia, Larosainpiu, Words Social Forum, La stanza di Nightingale). Spezzo in enjambement di fiato e senso il verso come per riporlo in uno spazio millimetrato grafico e mentale, una partitura senza altezze. La poesia è iniziazione al suono per il tramite corporeo della parola; mappa svanita d’agogica e dinamica dove quel che non dico l’ho detto prima di non dire.

Nascita

Nulla di poetico da segnalare:
sempre dall’inizio nella rimessa del mondo nel mondo
da un armadio appeso schiantano vestiti
e sospesa la camera in un lampo si iberna.
Cibarti – cibarmi – di me l’unico fuoco.

*

Tra le costole scorre via il nome.
Ne convengo: è morto. Sta un passo oltre.
Prima che io arrivi. Prima di voler andar via.
Asincronica affinità con la morte il mio povero nome!
E tu, per suo nome affondi la lingua. Tengo serrati
i denti sul rigoglio bachiano. Poi, disinfetto.
Disinfetto questa purezza così tecnicamente dolce
questa purezza antropizzata, per semplificare il male.
Metterlo alla porta. Ma è un incendio.

*
Al risveglio eravamo mostri in cima al mondo
affinché da lì fossimo scagliati come pietre
– avvolgi il sasso nella carta cesserà di battere
dappertutto assorella forbici a carta e carne
s’impallidirà bellezza – e al risveglio eravamo morti e non
è bastato lanciare quattro modanature
imperite sul marmo rosso imprestato ai dirupi a
fianco delle cave raccogliendo il quinto sasso non
recuperavo in aria gli altri piccoli marmi di
perfezione lingua di balena senza linguaggio da
consumare e non credo più o meno di quanto io non
creda rido di me e non riesco a credere come
io abbia potuto credere più o meno di quanto
io non avrei mai dovuto credere
hai dimenticato Orcaferone morte
immortale che il sasso batte dappertutto e io
sono un mare di giardini d’aranciare.
(5)

Selene

Ora che sono in disordine
– la testa mozzata, cammino senza –
era il momento, ora.
Invece, al funerale della lucertola
la lingua per il tatto disperata oralità
tocca musiche di seconda mano.

Temperature accelerano sulla pietraia
e non riesco a distogliere la selenica attenzione
schiaccia, scivola dentro, piena, muta.
Il male non fa poi così male – prestabiliti
i piani di frattura tra le vertebre – ma dare
vita ninfale al sogno – fa in pezzi.

E mi salvo per falso stato di morte – e tu di veglia
ché dormirai a occhi aperti per vedermi apparire! –
mentre io mi salvo solo per irregolare ferita.
Mi salvo se avanza la coda dell’auspicio
se avanza, vi dico, la coda dell’auspicio
– due giri di chiave, please –
senti le cicale piccola imperatrice?

Prima lezione di Luce
I
Le sette sorelle parlanti spossessano d’innocenza
le sette sorelle più non guardano dall’alto se dall’alto vedi.
Effusa dal mare tra sciara del fuoco e vento
imparare è solo perdita, perdita di bellezza.

II
Memento anima! Innocenza sei e tornerai.
Nel giardino liquido il giglio bianco protegge
il fuoco dai margini taglienti d’ossidiana
e il sartiame rizza gli alberi nella tempesta di vetro.

III
Ciascuno abbia pietà della sorte.
Niente, non c’è più niente. L’aria ha preso
del niente la forma. E il resto solca un mondo
spinto per la strozzatura d’una bottiglia.

IV
Non posso rifare lo stesso percorso.
Corpi raggiano e rimango solo per vederli
non smettere di cadere.
Cædere!

V
Non sorprenda morire. Precedono sontuose corolle
mentre impreparata continui valigie
ripieghi corredi di luce.
Tu, anima: raggio che cade!

*

Ti scrivo dal pianeta abbandonato.
Non rispondere. Ora che dappertutto mi cerca
mi cerchia il mare. Ora che muri d’acqua
mi fissano fin dentro la gola – mio principe
posseduto da un demone – non potrò più sfuggire.
E credimi, mai ho voluto.

9 commenti
  1. Nella poesia della Insinga troviamo due registri: il «colloquio privato», anzi, privatissimo, e il «colloquio pubblico»; il corporale e la metafisica della «luce», però abbassata al piano ironico; il discorso involuto e quello evoluto, cioè pubblico, il registro discorsivo e quello criptico. Tutti questi registri e sotto registri si trovano contemporaneamente nella poesia della Insinga, la quale (mi si perdoni il bisticcio) non lusinga il lettore, o almeno non lo investe di super eccitanti e di eccipienti, non gli ammannisce stupefacenti (o almeno, quando lo fa, ciò è subito visibile). È una poesia che sta dalla parte del «privato» piuttosto che da quella del «pubblico», in questo riposa una certa consapevolezza che quello di cui si parla non può essere detto che con parole sibilline e indirette. Il merito migliore della Insinga è appunto quello di aver appreso dai maestri che il discorso indiretto (il più alto) coincide, paradossalmente, con quello diretto (più basso), e che non è vero quanto proclamano saccenti professori di cose poetiche, cioè che il piano basso sarebbe preferibile in quanto basso. È vero anche l’esatto contrario, cioè che pochissimi poeti sanno adire il piano alto… per il semplice fatto che più alto dell’alto c’è soltanto un altro alto (ancora più difficile da attingere). Insomma, la Insinga rivela doti non comuni di saper abbindolare il linguaggio poetico ma dovrà stare attenta a non farsi abbindolare, cioè a non cadere nel rococò e nelle acrobazie stilistiche, pena la caduta del linguaggio al piano dei toni e dei semitoni, al piano coloristico, ciò che falcidia tantissima odierna poesia femminile, che fa poesia al femminile, che si mette in posa per la foto… Direi, per concludere, che l’ottima poesia è quella che è capace di gettare il sasso e nascondere la mano di chi l’ha gettato.

  2. trascrivo qui un commento di Renato Fiorito che ha inviato alla mia email:

    Maria Grazia Insinga non è una poetessa facilmente classificabile: non è neo-avanguardia, né si può dire modernista; forse in qualche misura, potrebbe ritenersi una neo-esistenzialista, per una sua certa attitudine a creare un linguaggio cifrato, in parte destrutturato. Tuttavia, se si guarda bene, Maria Grazia si muove in uno spazio tutto suo, al di fuori degli schemi, con una connotazione complessa ma non involuta e una naturale propensione al non detto, all’allusione, al criptico. Sottolineo questo perché mi sembra del tutto eccezionale che una poetessa che si affaccia in punta di piedi sulla scena letteraria, pur avendo già molto studiato e molto scritto, non assomigli a nessun altro, avendo già un suo personalissimo linguaggio che non lascia nulla all’improvvisazione: parola commovente a volte, tal’altra destabilizzante, a volte ardita.
    Si ha infatti subito la sensazione che nessun lemma è messo a caso e che ogni verso è frutto di ricerca certosina. Tuttavia la complessità di cui si parla non è fredda elaborazione del linguaggio; è piuttosto frutto di pulsioni contrastanti, desiderio di comunione da una parte, e paura di svelarsi dall’altra, come se nel suo immaginario poetico vi fosse un’ombra, una figura, uomo o angelo che sia, da cui lei pretende intelligenza e dedizione sufficienti per interpretare gli arcani di cui lei stessa ha disseminato i versi.
    Il fascino che ne emerge è di tipo labirintico, dove Arianna è prigioniera, forse di altri, forse di se stessa. Labirinto della parola che lei conosce a menadito e in cui si nasconde, ma nel quale si sente sola. Lascia perciò piccole tracce, un filo spezzettato e fragile che si dipana in maniera ingannevole e in più direzioni. Si perderà il povero Teseo? Forse si. Ma di certo il Minotauro non riuscirà a tenerla prigioniera a lungo e alla fine la poesia sarà libera da entrambi.
    Nei versi che qui stiamo commentando il labirinto è fatto di stanze, e le stanze di armadi, e gli armadi di vestiti. Tutte le cose incombono, non vi è nulla di poetico da segnalare, avverte infatti l’autrice, c’è solo un rito di annullamento e di auto-annullamento antropofago. La morte che viene richiamata nei versi non è fisica, ma è perdita di libertà, prigionia da cui è necessario e impossibile liberarsi e fuggire.

    Nulla di poetico da segnalare:
    sempre dall’inizio nella rimessa del mondo nel mondo
    da un armadio appeso schiantano vestiti
    e sospesa la camera in un lampo si iberna.
    Cibarti – cibarmi – di me l’unico fuoco.
    *
    Tra le costole scorre via il nome.
    Ne convengo: è morto. Sta un passo oltre.
    Prima che io arrivi. Prima di voler andar via.
    *
    Poi, disinfetto.
    Disinfetto questa purezza così tecnicamente dolce
    questa purezza antropizzata, per semplificare il male.
    Metterlo alla porta. Ma è un incendio.
    *
    Ora che sono in disordine
    – la testa mozzata, cammino senza –
    era il momento, ora.
    Invece, al funerale della lucertola
    la lingua per il tatto disperata oralità
    tocca musiche di seconda mano.
    *
    Ciascuno abbia pietà della sorte.
    Niente, non c’è più niente. L’aria ha preso
    del niente la forma. E il resto solca un mondo
    spinto per la strozzatura d’una bottiglia.
    Non sorprenda morire…
    *
    Ti scrivo dal pianeta abbandonato.
    Non rispondere. Ora che dappertutto mi cerca
    mi cerchia il mare. Ora che muri d’acqua
    mi fissano fin dentro la gola – mio principe
    posseduto da un demone – non potrò più sfuggire.
    E credimi, mai ho voluto.

    In questo interno, in questa intimità segreta, che è casa e cuore, non si può dunque entrare senza perdersi. E’ questo il registro del «colloquio privato» che acutamente Giorgio Linguaglossa ha colto; che però, per me, non è in opposizione al “colloquio pubblico”, poiché anche quest’ultimo è selettivo, non rivolgendosi a tutti ma solo a quelli che si mostrano capaci di superare le prove di cui Maria Grazia Insinga dissemina il percorso.
    In questi enigmi e mascheramenti non trovo nulla di artefatto o ironico; vi trovo invece, dissimulata, una sorta di disperazione esistenziale, lo sconforto di sentirsi prigioniera e l’angoscia di non sapere individuare la via di fuga. E’ per questo che il discorso, citando Giorgio Linguaglossa, è “criptico e non lusinga il lettore né lo ammannisce di stupefacenti” poiché nel labirinto costruito per proteggersi l’unica via di salvezza resta la sacralità della parola.

  3. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per l’ospitalità e la preziosa nota.
    Ringrazio anche Renato Fiorito per l’ascolto attento, per avere scorto quell’unica via di salvezza possibile nella sacralità della parola.
    E ringrazio tanto i lettori.

    Maria Grazia Insinga

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