POEMETTO di Gëzim Hajdari

Hajdari_1
Gëzim Hajdari è nato nei Balcani di lingua albanese nel 1957. È il maggior poeta vivente albanese. Nell’inverno del 1991 è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Nello stesso anno è cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës (Il momento della parola), nel quale svolge la funzione di vicedirettore. Nelle elezioni politiche del 1992 si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA. Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, la corruzione, gli abusi e le speculazioni della vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha e dei recenti regimi mascherati post-comunisti. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese. Bilingue, scrive in albanese e in italiano. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi e ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. È vincitore di numerosi premi letterari. Dal ’92 è esule in Italia.
 
Contadino della tua vigna
 
Fanciulla della Ciociaria,
mia dolcezza, fiore selvatico delle colline di Saturno,
sei una puledra focosa che corre per i campi trebbiati
tirando calci al vento,
piena di odori e fiumi femminili,
profuma la tua pelle mora e inebria gli erranti.
Appena ti sfioro, il tuo corpo freme,
il tuo pube si apre come una rosa fresca ,
come la melagrana matura nella mia Darsìa
che toccata dalle prime gocce delle piogge autunnali
si spaccava e gocciava sul suolo assetato
conducimi nei tuoi inni, nelle tue curve ombrose.
Mi incanto nell’odorare la tua carne giovane e lussuriosa
che eccita il mio giunco,
il tuo seno polposo all’insù avanza
verso i miei cieli nudi.
Io vengo da una regione di eros
è per questo che fremo di desiderio;
nel mio villaggio ero circondato in ogni istante da attimi
[d’amore:

fichi neri sui rami che si aprivano e gocciavano,
fiori di iris, dal colore della tua ferita, avvolgevano
la mia casetta giorno e notte.
Albicocche dal sapore di miele che pervadeva la mia stanzetta
e il gelso rosso, le more, le visciole che provocavano le mie
[mani
e le mie labbra con il loro mosto,
come fosse il sangue della prima notte.
Ogni mattina sull’erba del mio giardino trovavo petali di rose rosse
cadute di notte sull’erba verde
ed io divenivo un toro infuriato nell’arena;
cotogne mature spezzavano le tegole della casetta di pietra
a notte fonda,
svegliandomi dai sogni erotici notturni.
Oh, i chicchi d’uva bianca come i tuoi capezzoli succosi
pieni di latte e di desideri,
l’anguria fresca sfiorata dai miei passi che si apriva all’istante,
come oggi la ferita tra le tue cosce dove scorrono le tue acque
che fluiscono nelle mie acque
bianche come la rugiada delle valli
si modellano le orme delle mie labbra umide
[sul tuo ventre ardente di donna.
Oh, la neve bianca sulle colline che mi faceva ricordare il velo
delle spose del villaggio nel giorno del matrimonio,
oh, il lenzuolo macchiato di sangue della prima notte
appeso nel giardino alla vista di tutti,
giuggiole e corniole rosse come un rosario intorno al tuo collo
[di cerbiatta
e il vomere che arava la terra come fosse il corpo maturo
della mia bella vicina di allora.
Bevo la tua verginità come un folle,
come bevevo il succo della melagrana spaccata nella mia collina
[nei meriggi di ottobre;
la mia giovinezza trascorreva nel tormento,
la mia Darsìa provocava il mio eros ogni momento,
[giorno e notte.
Cosa non ho fatto per placare i miei istinti sessuali al tempo
[della dittatura albanese,
flagellando la mia parte bassa legata al peccato
e bevendo latte di capra.
Erano tempi duri di castità di Stato,
chi rubava un bacio commetteva un’eresia
e finiva in prigione per stupro e violenza,
strano spettacolo di vita si giocava nella mia patria
e a me è toccato nascere proprio nella regione
più erotica e più proibita del mondo;
dove ho visto i contadini castrare i testicoli del toro con le pietre
e la vitella accanto che guardava stupita il castigo crudele
[inflitto al suo amoroso,
nessuno ha mai visto una castrazione così terribile.
Voglio esplorarti cellula per cellula,
voglio bere tutti i ruscelli dei tuoi laghi,
tutte le tue lune piene;
nessuno potrebbe attraversarti come me ex pastore di capre,
grida, strilla, di più, di più voglio sentire ogni tuo gemito
[profondo,
sazierò ogni tuo desiderio scabroso
morderò come un affamato la tua pelle,
le colline nude dei tuoi seni di pesca.
Piangi, ridi, impazzisci, voglio cadere sopra il tuo corpo
come un martire sul campo di battaglia
fedele al suo condottiero
ucciso con la propria freccia.
Non mi spaventa la tua fame di donna
entrerò nella tua arena senza armi e senza corazza
solo con il mio cavallo imbizzarrito,
senza sella, né briglie, né cintura.
Domerò l’incendio della tua selva,
mi bagnerò del piacere della tua dorata conchiglia,
ascolterò i tuoi suoni, il tuo buio, le tue ombre,
sentirò la tua caverna priva di tempo vibrare di passione.
Sono io il tuo toro errante che ti lega all’albero dell’olmo
come faceva con la sua capra
nel villaggio natale;
tutti quelli che ti hanno amato prima di me non sono stati altro
[che eunuchi,
tutti quelli che ti hanno attraversato prima di me ti hanno
[mentito.
Voglio toccarti il fondo,
spegnere le tue fiamme con la mia carne,
invadimi con le tue mani come un nemico arreso,
fammi sdraiare su un letto di pietra cannibale,
divorarmi, la mia brama d’amore è infinita.
Desidero scavarti ogni giorno, come un tempo la terra oscura
[di Darsìa;
mia colomba, sono duro e casto
 
ti possiedo come una robinjë[1]di guerra
e sul mio destriero trionfatore ti porto dal mio re,
divoratore di prede.
Mia confessione, respiro il tuo corpo lieve, i tuoi brividi,
i tuoi sospiri, i tuoi fremiti,
respiro il nettare della tua rosa canina
mentre ti afferro come il cavallo la puledra in calore
nel campo di biada.
Godo il frutto del tuo corpo
il mio membro ti sazierà fino a farti scoppiare in lacrime
[tiepide,
come fossero tiepide pioggerelle d’estate;
appoggia la tua luna nelle mie mani di contadino
affida alle mie labbra assetate il sapore delle tue labbra tenere
[e carnose.
Apri la tua veste candida,
voglio respirare il profumo del tuo sesso maturo,
felice di essere fecondato dal mio membro desideroso;
coprimi con il tuo corpo come un albero,
sfiorami con i tuoi seni eccitati che fremono,
oh, i tuoi fianchi ricolmi!
Sei pura e il tuo pube è in fiore
ogni sentiero mi porta alla tua ferita,
inebriami della tua fragranza
come la pioggia d’estate penetra nelle fessure della terra spaccata,
così ti penetro anch’io, perché sono il tempo della pioggia.
Sono custode del tuo buio, guardiano del tuo fuoco,
[contadino della tua vigna,
per me diventi una patria per la prima volta senza tiranni,
un nuovo esilio;
ed io ti nomino regina degli esuli in fuga
verso la linea sottile dell’orizzonte arso.
 
– Ho paura! Sei un errante e un giorno te ne andrai,
non manterrai la tua promessa di besa[2]
e l’anima mia non riuscirà a trovare pace in cima alla collina
                                                                                       [buia,
tu mi fai solo soffrire,
uomo dagli occhi di falco,
non lascerò che mi trasformi in polvere e cenere;
ma appena mi sfiori, non resisto
la mia carne freme, perdo la memoria e mi arrendo al tuo destriero </i
[guerriero.
 Mio amante folle,
 venuto dal freddo
 con il freddo
 vieni, 
 voglio fare l’amore dodici volte al giorno come una pernic;
 sono giovane e ti sazierò,
 ti inebrierò con i miei profumi d’Oriente fino a farti perdere
 la via del ritorno,
 ti guiderò da collina a collina,
 da fuoco a fuoco,
  da valle a valle,
  e da verde a verde.
 
  Ti porterò nella mia regione, terra di terremoti,
  ti racconterò fiabe d’Oriente d’inganni e tradimenti,
  ti trasformerò in un cuculo
  che fa il nido nella mia selva ombrosa
  e non abbandona il luogo del suo canto.
  Nel mio letto dimenticherai la tua patria dell’Est
  che ti ha fatto nascere per essere il suo martire
  e ti salverò dalla maledizione dei xhin[3]. </i
  Ti amo per le tue notti,
                      [per il tuo cuore di ghiaccio,
                          [per i tuoi coltelli affilati nella pietra,
                                [per il tuo delirio;
  mio seme di contadino
  voglio essere la tua capra del villaggio di una volta,
  per farti bere nel mio seno succoso 
  che fa aumentare il tuo desiderio di ex pastore virile.
  Diventerò la tua favorita
  per leggere il tuo destino
  e chiamarti con un altro alfabeto;
il cielo e la terra come i tuoi avi,

  chiederò alle tue Zana[4] che m’insegnino a leggere  per stregarti e sedurre la tua anima arida
                                      [da monaco mesto.

  Ruberò alle spose del fiume la chiave per  aprire la porta
  invalicabile della tua stanza sgombra
e offrirti una coppa di dolce fiele coltivata nei campi
dei tuoi versi erranti
e vederti ai mie piedi.
Succhierò il sapore amaro delle tue labbra esuli,
 ti bacerò fino alla morte
 per sottometterti almeno una volta
 e sentirmi regina
e tu il guardiano d’ombre che mancherà alla besa  
[Kanùn[5]
 

– Baciami e abbi pietà di questo corpo martoriato

 che emana gioia e spavento

 e vaga di esilio in esilio,

umiliato ed offeso dai tiranni della sua prima patria.
Baciami e prega per queste braccia superstiti
nella dittatura
e ferite nella libertà,
per queste mani cresciute sotto la nudità della pioggia,
per queste labbra che tremano sotto il cielo oscuro dell’Occidente,
per questo Verbo diventato amore e sacrificio.
Accogli questi occhi sconfitti e insanguinati
[fuggiti alla morte di notte,
sempre in allerta pensando che qualcuno m’insegua;
benedici questo sguardo sepolto dal Tempo,
togli queste spine nere dalla mia pelle,
lenisci le mie stigmate,
accarezza le mie pietre
per alleggerire il loro peso prima che mi uccidano.
Non ascolti il nostro sangue rosso che pulsa nelle vene,
le peligòrghe che ci cantano nelle dita?
Mia pernice che profumi d’Oriente,
amiamoci morendo di fronte ai coltelli
e all’alba rinasciamo di nuovo in questo mondo di terrore;
baciamo i nostri corpi innocenti condannati al confine
come se fosse l’ultimo bacio dell’ultimo giorno,
come se fosse eterno,
per tentare se è possibile amarci ancora una volta.
Non ti spaventare, sono le tortore impaurite che si alzano
[in volo
e le ombre delle colline, quelle che cadono sui nostri corpi,
ora i fulmini giacciono nelle grotte marine oltre l’occhio
[del giorno.
– Non so se benedire o maledire il giorno in cui ti ho conosciuto,
 il tuo amore:
 gioia o sventura?
 Mio errante di passaggio,</i
 riempimi di te
 e lascia che il tuo toro percorra i miei prati
 e le mie bianche dune.
 Lascia che il tuo diavolo infuriato si asseti nelle mie sorgenti
 sono ardente, attraversami con i tuoi xhin,
 con le tue Zanat
 con i tuoi oracoli,
 con le tue pietre.
Seminami, fecondami,
 mordimi come mordevi le more,
 toccami come toccavi le visciole,
 succhiami come succhiavi la melagrana spaccata della tua
[collina,
 inondami della schiuma bianca del tuo fiume in piena,
 inonda la mia valle di papaveri rossi
 e fa che il tuo dio fertile si perda nella mia luna oscura!
 
(Tratto dalla raccolta Peligòrga. Besa Editrice 2007)

1]Robìnjë: fanciulla che veniva presa viva dalle mani dei guerrieri vincitori, andava ai signori di guerra come trofeo
[2] Besa è fedeltà alla parola data e alla promessa giurata, la protezione promessa ad un ospite, ad un amico, è principio d’onore, regola di vita, è qualcosa d’assoluto e complesso, nello stesso tempo è un patto di fedeltà che si stringe con un uomo, vivo o morto, con un’istituzione (l’ospitalità) con la propria terra. Spesso supera la sfera dell’uomo singolo e diventa norma di vita collettiva e quindi una virtù sociale.C’è una besa da rispettare persino col nemico ucciso: l’uccisore  deve fare in modo che il corpo del morto giaccia sempre con il viso rivolto al cielo e ha il dovere di informare la famiglia per l’accaduto. La besa albanese è nota in tutti i Balcani.
[3] Xhin: anime malvagie che escono di notte e hanno una potenza soprannaturale sugli uomini e sulle cose. il mito appartiene alle fiabe albanesi di Darsìa.
[4] Zana:  sono semidei alpestri  secondo la credenza popolare albanese.
[5] Kanun:  il codice d’onore albanese nato tra 1300-1400; è il complesso del diritto consuetudine formato nel corso di 500 anni  e tramandato oralmente di generazione in generazione, uno dei pochi diritti consuetudinari conservatisi in Europa. Attribuito al principe e rivale di Scanderbeg (eroe nazionale degli Albanesi che combattè ininterrottamente dal 1443 al 1468 contro gli eserciti turchi e contro i potenti Sultani Murad II e Maometto II. Non fu mai re), Leke Dukagjini che, dopo la morte del suddetto condottiero, combattè i turchi fino al 1472, e mori in Italia.

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