“Da mani mortali” di Biancamaria Frabotta, lettura di Marco Onofrio

da_mani_mortali
“Da mani mortali” (Mondadori, 2012, Euro 15) segna una potente, emblematica riaffermazione della parola poetica. La scrittura, si propone come concrezione dell’esperienza, una sorta di lievito che illumina la regioni dell’interiorità, che indica la strada di un accordo tra l’intelligenza del cuore e l’assurdo del quotidiano.

Trapela, nella camera oscura
come l’intelligenza nel cuore.
Illecita, ingannevolmente stanziale.
Chinata sulla sua metà in ombra
sul fianco di una panca
la faccia girata a non guardarsi
in un confuso abbracciarsi di gambe
come fosse questa l’ultima notte
per dormire insieme (…)  

Una poesia criticamente sospesa tra natura e cultura, capace di elevare la cultura come quintessenza metafisica della natura e di trasformarla a sua volta in natura liberata e ricreata, nel travaso immenso e doloroso, talvolta atroce, di una dimensione “altra” dell’essere, del tempo, del modo di guardare alle cose. Poesia organica e ancestrale, liquida e vegetale, di gusci di molluschi e chiocciole, di linfe e sabbie e trame e intrecci, erbe, radici, aghi, tarli, bulbi, ciuffi: fotografa l’esistenza come cantiere aperto – quale è – di “eterni lavori”; ausculta il mormorio della terra che dorme; avverte la sofferenza delle piante; celebra la resistenza all’inverno “oltre la soglia del letargo”; cattura l’opera che “finisce / dall’inizio”, il cosmo che si ricrea tutto ogni attimo che muore, l’infinito precipitare delle cose entro le radici del cambiamento, il precario equilibrio delle forze e il sorgere continuo delle forme.

Chissà se il sito che più gli aggrada
ciascuno sceglie nel confuso cinguettìo
e scioglie il suo nodo, avanti e indietro,
nella dispersa posa delle covate.
Finché le forze reggeranno e a vita non s’oppone verità
dura il loro essere indaffarato, gli eterni lavori dei nidi
appesi e come casualmente indistruttibili, se non quando
già disabitati, alle tormente d’inverno, li consegneranno.

Distilla dunque la fatica arrancante della sopravvivenza sotto la “pace truccata” della “vita consenziente”, lasciando emergere il “celestissimo nulla” in cui tutto continua a dissolversi, mentre si fa visibile la “grana grigia dello sfondo” e ci sentiamo dispersi nel corso dei destini (“prendere un po’ d’acqua, perderne altrettanta”) e percepiamo uno strano sconcerto, “come quando il mare è solo, la sera / e si smette di guardarlo”. Eppure, scrive Biancamaria Frabotta, è dalla ferita che “s’alza” la ricrescita.

Città, infelicità di confondere i tagli
degli anni precedenti. Eppure è dalla ferita
che vigorosa s’alza, d’estate, la ricrescita.
Ostento l’indole permalosa degli ostinati
un cuore leggermente brachicardico,
da sport al chiuso, e uno spazio ridotto
in memoria, per i costi delle vittorie.

Il poeta dunque si sente chiamato a censire la cartografia dei respiri, a perlustrare le impronte di dentro e le ferite nascoste “sotto l’argento vuoto della pelle”, a entrare nel bosco degli attimi, sfogliando coraggiosamente le pagine del buio; ma ha altresì il dovere di riempire le ombre con i sogni, di riemergere alla luce – usando con perizia la lima del tempo, ai bordi della dissoluzione – in guisa di argonauta, atavico e futuro, dell’interiorità. “Errori come strade, amori come crepacci / poesie per scaldarsi la vita”, chiosa l’autrice con due versi lapidari. Questo libro è un “viaggio a rovescio” verso l’inizio eterno delle cose: c’è, di conseguenza, l’impossibilità di essere normali e di restare fedeli, pur testimoniando ciascuno del proprio percorso; e c’è, ancora, il confronto con lo “spazio nudo delle stelle”; la disseminazione dell’io nel cosmo; la vocazione linguistica degli oggetti; l’oscura sintassi dell’essere, articolata nel “distacco partecipe” di una voce attenta e sopracuta, che vive il mondo come la lettura profana di un testo sacro da riscrivere ininterrottamente. E poi, il valore massimo che si potrebbe forse estrarre dalle pagine: la magnificazione della diversità che ci rende unici (“Non un capello è identico a un altro”, scrive quasi alla fine del libro), testimoni e partecipi del prodigio che accade ogni attimo della nostra vita. A che cosa è chiamata, la poesia, se non a questo compito fondamentale?

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