“Ritratti” di Marisa Ferrario Denna letti da Giorgio Linguaglossa

Marisa Ferrario Dnna copI
Marisa Ferrario Denna «Ritratti in controcanto» Nomos, Busto Arsizio, 2011, pp. 146 € 14.00

C’è una geografia stilistica tipicamente, come si dice oggi, «globalizzata» in questo libro di «Ritratti» di una autrice dallo stile ormai consolidato: Marisa Ferrario Denna. Un libro di poesia che rivela delle capacità non scontate. Vi si ritrova una mappa stilistica di origine narrativa, una sorta di «cartomanzia del visibile» come contrassegno dell’invisibile rivelata da una frase non casuale della Ferrario Denna: «Ogni segno è un indizio». Molto coinvolgenti sono le poesie appartenenti al genere pitturale dei «ritratti» di personaggi mitici e celebri, nonché di poetesse e pittrici del Novecento, dalla Achmatova alla Plath, dalla Bishop a Cristina Campo, da Sofonisba Anguissola a Artemisia Gentileschi. Ecco alcune poesie:

Tamara De Lempicka:

Sei morta nel sonno, come volevi,
dopo una vita di lusso. Alla moda.
Tu così bella, così funzionale
a un mondo di foto e di copertine:
Bugatti e marchesi, amanti e maitresses,
alberghi di grido, due matrimoni,
una figlia, Kizette.

Le tue donne nude, carnose e sprezzanti
gridavano un mondo di false paillettes.
Lustrini e diamanti, successo e denaro:
era questo, davvero, che volevi per te?

Suzanne Valadon

Marie Clémentine era il tuo nome.
Ma come modella, tu fosti soltanto
la terribile Marie:
Marie capricciosa
Marie chiacchierata
Marie snaturata,
che impara da sola ad usare i pennelli,
Marie che ribelle ha un figlio pittore
e un giovane amante dal corpo perfetto.

A dire del corpo di un uomo la forma,
a dirti ribelle contro ogni norma,
però non poteva bastare Marie:
e come pittrice, dai tratti sicuri,
volesti firmarti per sempre Suzanne.

Artemisia Gentileschi

Non cercatemi soltanto nei fatti della vita,
ma nelle mie opere: le mie pitture.
Non cercatemi nei canoni avvizziti dell’arte,
perché in quelle scarne righe ho poca parte.
Non fermatevi a indagare nella storia:
è nella forza del colore
nella potenza dell’ombra e della luce
che ho riposto di me memoria.

Cercatemi nei volti delle mie donne di passione.
Nei corpi femminili che hanno subìto.
Nei corpi oltraggiati violentati stuprati.
Trovatemi tra le mani di Giuditta,
tra le sue braccia silenziose,
che hanno preso vigore dalla mia violazione.
Dalla mia umiliazione.

Che nessuno più dica:
è la figlia di Orazio, il pittore,
perché io ho preso tra le mani il dolore.
e l’ho trasformato in colore.
Perché ho conquistato il mio nome.
e il mio nome è Artemisia.
E parlo la lingua dell’arte.

Leggendo queste poesie si ha come la sensazione che non sia più possibile fare poesia oggi se non aderendo a quel programma espresso così bene da Mandel’stam agli inizi del Novecento di una «poesia da camera», dove l’occhio avesse una parte ben più preponderante rispetto a quella svolta dalla funzione acustica. O una poesia a tema. La poesia contemporanea è rimasta priva dell’energia mitica che dava un tempo lontano senso alle grandi narrazioni; oggi, nel nostro tempo smitizzato e claustronomico non ci può più essere una colonna sonora, quello che si rinviene è il pulviscolo dell’io, il liquido di quelle palafitte del post-moderno che sono i nostri grattacieli, molto quotidiano mescolato a tanti oggetti tecnologici, virtuali e non, con tanti ritratti e nature morte, affabulazioni etc. Se si vuole narrare in poesia, non resta ormai che accumulare pezzi eterogenei di micro riflessioni, di visioni, di segni iperbarici, iperbolici magari, di racconti, magari montati sub specie di apologhi: l’autrice costruisce un album di ritratti-digressioni che s’inseguono, una capsula di polveri letterarie variegate, dove ciò che si vuole comunicare al lettore è il continuo rimescolarsi degli atomi del vissuto, del pensato e delle associazioni mentali, ossia la peripezia attraverso cui si passa da un personagio all’altro, da un’idea all’altra, da una immagine all’altra, taluna molto spesso di felice ispirazione.

Cassandra

Di tutte sai che ero la più bella:
delle figlie del re la più temuta.
Il capriccio di un dio m’ha posseduta,
che l’altra fece in me dire e parlare.
Dal suo entusiasmo, dalla sua follia,
sgorgano in me parole non capite,
frasi scandite come falsità.
Epure, tu lo sai, non so mentire:
non sono l’indovina che t’inganna,
né la pazza, la folle, l’esaltata.
Grido soltanto per sentirmi viva
e in questa pelle che mi fu reclusa,
è il dio che infuria dentro il corpo mio.
Ed io son l’altra. Io non son più io.

Elena
Potesse mai la dèa dagli occhi azzurri
far scendere un oblio ristoratore:
fare di me a me stessa uno straniero,
ignaro del respiro del suo cuore.
Non scorrono stagioni in questa stanza,
se non per neve nera del ricordo.
Se il mio apparire ti potè sembrare
più vero al vero della verità,
non fu che un’ombra vana della mente,
un fantasma, l’immagine del niente.
Sorgo e tramonto; e in questo divenire
vado tracciando il cerchio della vita.
Se mi hai amata nell’inconsistenza,
lascia ch’io viva. Oltre l’apparenza.

Quello che colpisce favorevolmente in questo libro di Marisa Ferrario Denna è la sottigliezza del segno verbale, una sottigliezza che corrisponde a una acutezza dell’intelligenza del cuore e alla capacità di cogliere il senso nascosto della vita e delle opere e i loro enigmi. Una poesia di limpida intelligenza delle cose; ci sono anche gli scarti umorali, soprassalti, tensioni, discordanze dell’io, ma non c’è mai una soluzione univoca, i testi sono sempre strettamente tematizzati e sorvegliati; di fronte ai personaggi del Novecento l’autrice non si pone mai in una posizione memoriale ma in una, diciamo così, di disequilibrio: i fatti sono acutamente registrati e commentati, la Ferrario Denna lavora di cesello, realizza mini ritratti scanditi attraverso un ritmo semplice ma mai semplificato, alla sottigliezza del pensiero corrisponde un’algebra delle emozioni e una sintassi dell’osservazione e, quindi, una forma. L’autrice non ammicca al lettore ma si comporta come se il lettore non esistesse o si nascondesse dietro un diaframma dell’impossibile incontro. È manifesto un senso incombente, un vuoto circolante, una dissonanza delle esperienze significative, come una discordanza con le corrispondenti esperienze stilistiche che non esauriscono la miniera del vissuto ma la traducono su un altro piano della sensibilità: quella dell’espressione verbale.
Questa scrittura di pensiero non è mai lineare ma procede per avvolgimenti, in modo sinusoidale, va al fondo delle cose senza quasi mostrarlo, con discrezione, con leggerezza, con umiltà come di chi sa bene che il grottesco si nasconde a volte nell’immediatezza sensibile, nei minimi scarti del quotidiano:

Ci sono giorni che confusamente
muoiono al nulla dentro l’inazione
simili a sogni appena percepiti
di cui serbiamo nel risveglio all’alba
l’affanno d’ombra che ci spaventò

Una poesia che, nonostante tutto, si sporge con fiducia nel futuro dell’io e degli esseri umani, una prova di maturità stilistica.

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2 commenti
  1. E’ bello trovare qui, in questo tempo, questi ritratti di donne, tracciati con tale delicatezza e, come afferma a ragione Giorgio Linguaglossa, limpida intelligenza, che sembra di poterli vedere. Solo una donna può scrivere così di altre donne, perché in ciascuna di noi, in proporzioni diverse, sono presenti tutte. Ho apprezzato in modo particolare il ritratto di Artemisia Gentileschi, per il messaggio tristemente attuale. Un modello di donna forte e determinata a superare l’umiliazione dello stupro per affermare la propria dignità di artista, di donna, di persona.
    Grazie per questo bel regalo.

  2. Belli i ritratti tracciati da Marisa Ferrario Denna: donna tra le altre donne a cogliere gli aspetti più vivi di ogni personaggio con amore e oserei dire, con devozione, mettendo in risalto di ogni figura femminile i tratti salienti che l’hanno resa unica acquistando ogni volta una pregnanza che la contrappone all’altra in una galleria in cui il tempo si cancella. Ogni figura esce dalla Storia con la propria storia, il proprio valore dalle più note alle meno note, in pari dignità.

    Lidia Are Caverni

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