Ottone Rosai, un futurista anomalo, di Maria Grazia Ferraris

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Ottone Rosai, Firenze, 28 aprile 1895 – Ivrea, 13 maggio 1957

 

Via Toscanella

Rosai dipinge la strada
dallo studio di pittore
finestre strette, feritoie

aperte sul silenzio
delle case, sui muri di rosa e di giallo
sul mistero oltre la svolta.

Una zingara raggiunge
il Giullare, racconta dei misteri
scoperti prima della svolta

di via Toscanella, i morsi
della miseria, le ore nere del fascismo
il corpo del padre suicida.

Roberto Mosi

 

Ottone Rosai, pittore in primis, ma anche scrittore. Un personaggio controverso, complesso, significativo e dimenticato del primo Novecento. Fiorentino d’Oltrarno…

Viene espulso dall’ l’Accademia di Belle Arti per la sua indisciplina, e prosegue autonomamente come autodidatta. Incontra nella vivace Firenze di inizio Novecento Giovanni Papini e Ardengo Soffici, che lo avvicinano all’arte futurista e al movimento di Marinetti che faceva capo alla rivista .Da questi incontri traggono ispirazione le sue prime opere (es. Bottiglia + zantuntun, 1912). Rosai incarna idealmente, nell’ambiente  culturale fiorentino che si incontrava  intorno ai tavolini delle Giubbe Rosse, il modello del ‘teppista’, anche se in realtà  il suo fu un futurismo e un “teppismo” sui generis. Proprio sulle pagine di ‘Lacerba’ infatti il giovane Rosai pubblicherà  la Canzone teppistica, un componimento spregiudicato, popolaresco e triviale preceduto da un testo di Soffici : “Amico Rosai, pittore e bécero, ricantaci qualche cosa che faccia pensare alla possibilità  di una teppa, ad un lirismo bordelliere ed ergastolano”.

Nessuna meraviglia per un lettore contemporaneo che conosce la storia. La figura del ‘teppista’ sembra caratterizzare le opere delle avanguardie che operano nei primi decenni del Novecento, in particolare del futurismo e G. Papini, dopo aver fatto professione di ‘teppista’ nel suo Discorso di Roma pronunciato nel ’13, propone poi un’apologia della ‘teppa’ a proposito dei moti rivoluzionari della ‘settimana rossa’ del giugno 1914:  “Io sono un teppista, è arcivero. Mi è sempre piaciuto rompere le finestre e i coglioni altrui e vi sono in Italia dei crani illustri che mostrano ancora le bozze livide delle mie sassate”.  Queste le parole dello stroncatore e dissacratorio Giovanni Papini, in un passaggio celebre tratto dal suo Discorso di Roma, stampato dalle Edizioni di Lacerba nel 1913; Soffici dipinge l’olio Natura morta con teppista, Dino Campana scrive Notturno teppista, poi compreso nei Versi sparsi, Ugo Tommei, già  direttore della rivistina ‘Quartiere latino’, pubblica una Elegia per il povero teppista“. Anche Lorenzo Viani espresse in quegli anni una posizione polemica e rivoltosa, che si esprimeva con un brusco rifiuto delle tendenze ufficiali e riformiste.

Anche i rappresentanti del futurismo russo lo cantarono, in particolare Majakovskij e Chlèbnikov (ma anche Esenin, pur avversando il  movimento, arriverà  ad incarnare il modello del ‘teppista’ metropolitano e a intitolare emblematicamente una sua raccolta poetica Confessioni di un teppista nel 1921).

s-l640Il libro di un teppista di Rosai , pubblicato dall’amico Attilio Vallecchi nel 1919, poi più volte riveduto e riedito, è diviso in tre parti, intitolate rispettivamente Coscritto, Verso la guerra e Appendice. Rosai adotta un procedimento narrativo di tipo diaristico e gli spunti vengono spesso offerti dalle lettere che il pittore spedisce a casa dal fronte.

Lo stile di Rosai è  ricco di trovate, anacoluti e improprietà  sintattiche popolaresche che  sembrano contaminarsi con le suggestioni parolibere dei futuristi ed in particolare di Palazzeschi. Un esempio:   “Il solito vento passava strisciandosi al suolo; a tratti a tratti trascinava con sé, ora un suono di campana lontano, dopo un canto di gallina vanesio, incassandoci fra un chi…chiri…chi… le prime voci di sve …glia… Ad un tratto il vento è cessato ed ho potuto ascoltare Sveglia Granatieri! Fuori! Don-dan-don-den-dan. Chicchirichii!”.

Si arruola come volontario nel Regio Esercito e partecipa alla prima guerra mondiale ricevendo due medaglie d’argento. Ma  l’iniziale entusiasmo per l’esperienza bellica fu progressivamente ridimensionato in favore di una più pacata e sofferta partecipazione al destino di tanti giovani caduti o feriti in battaglia. Arruolato nel reparto dei granatieri, Rosai racconta nel Libro di un teppista le vicissitudini che hanno contrassegnato la sua esperienza sul fronte, le sue inquietudini di fronte all’inerzia di una guerra dai risvolti imprevedibili, la sua rabbia per i cosiddetti ‘imboscati’ che si permettono di fare la morale a chi va a morire in trincea, senza una parola di conforto.

Alla fine della guerra, il rientro nella società è naturalmente difficile e Rosai trova nelle nuove idee del giovane Mussolini l’entusiasmo e lo slancio che cercava per opporsi alla borghesia e al clericalismo che tanto detestava. Partecipa a Firenze a varie manifestazioni interventiste con il suo personalissimo stile e “con generoso dispendio di energie fisiche”, come scrive Ardengo Soffici nella sua autobiografia.  Fa parte di quel composito movimento di interventisti-rivoluzionari, artisti, facinorosi, omosessuali, che Mussolini tenta di controllare con il suo giornale, , ma che riesce ad egemonizzare solo a partire dal dopoguerra.

Rosai si dimostra un futurista sui generis, partecipa alla guerra come ad un grande spettacolo ginnico e con un’adesione e un’esuberanza appassionate, ma non percepisce l’evento come una conflagrazione mitica, tecnologica modernista al pari di molti combattenti provenienti dalle file futuriste, ricerca il cameratismo da trincea, vive la stessa esperienza travolgente che sarà di molti omosessuali europei della sua generazione.

In Dentro la guerra, edito da Vallecchi, 1934, scrive a testimonianza: “Così, affiatato con essi, cominciai a vivere del loro stesso entusiasmo e dei loro vent’anni. Passò qualche giorno e poi quella massa arruffata di cenci e di carne divenne una truppa inquadrata, un insieme geometrico e preciso che non si sbandava se non alle ore di libera uscita. A me, soltanto caporalmaggiore, mi si affidò il comando di un plotone e dagli ufficiali ricevetti la stima e la fiducia le più illimitate. E presi così bene a curare quei rampolli tanto che i non appartenenti al mio plotone più d’una volta mi dichiararono il loro affetto e mi fecero palese il desiderio di essere comandati da me.”

Tra il 1928 e il 1931 lavorò alla propria monografia Hoepli con Giovanni Scheiwiller e al suo libro Dentro la guerra,( rifiutato dal ministero per la Stampa e la Propaganda), che non passò inosservato a Giuseppe Ungaretti, il quale volle pubblicarlo a puntate sulla sua rivista . Nel 1922 la sua vita è segnata dal suicidio del padre, annegatosi in Arno per debiti.

Nei suoi scritti giovanili rivela di sentirsi psicologicamente colpevole di quella morte, e di dover necessariamente vivere due vite, la sua e quella del padre. Per risanare la difficile situazione economica della famiglia, è infatti costretto a rilevare la bottega di falegnameria del padre e a diradare la sua attività pittorica. Scrive rievocando quel momento tragico del ritrovamento del cadavere paterno: “Firenze è coperta da un cielo basso e fumoso e una pioggia fitta e insistente s’abbatte sulla terra come se tra questa e quello esistesse un rancore inconciliabile. Nei cittadini c’è aria di sgomento e ti passan d’accanto e lontani a schiene curve sotto gli ombrelli o sgusciano lesti e rasente ai muri al riparo delle grondaie. Il buio ha vinto alla luce e sembra ormai s’abbia a vivere una vita tutta notte. Nel pomeriggio, prima di uscire di casa, avevo baciato mio padre che non facciamo più dal giorno che mi ero congedato dalle armi. Era quello un bisogno che sentivo da un pezzo e feci quell’atto con tale imbarazzo pari alla logicità con la quale mio padre parve accettarlo. Anzi ne prese spunto per dirmi quasi piangendo che il suo più grande dispiacere era di non sapermi suo successore nella piccola industria di mobili che, con tanta fatica e infinito dolore, era riuscito a crearsi.  Questa cosa me l’ero sentita ripetere in altre occasioni e per ben mille altre volte e sempre gli avevo risposto, con un certo orgoglio e con strafottenza, ch’io ero nato con altro destino e per altri ideali e che il mio sogno era diventare un artista (come se lui nel suo ramo di sculture in legno fosse stato un mediocre); ma in quell’ultima circostanza non trovarne fiato forza da articolare parola, e nel mio silenzio forse v’intese la promessa….”  “Al primo tenue chiarore dell’alba un ammasso nero di folla sul Ponte alla Carraia mi apparì agli occhi. Corsi in quel punto, mi pigiai dentro alla gente compatta e curiosa, passai non so come fino a trovarmi appoggiato alla spalletta dalla quale proprio in quel mentre mi toccò vedere il corpo di mio padre ripescato dall’acqua e le facce di coloro che n’erano stati i ritrovatori purtroppo rassegnate e piegate a quel volere che è al di sopra degli uomini e della loro volontà. Dal Lungarno seguii non so come, né con quali forze il barcone trascinante tutta la mia sventura fino alle scalette e lì, irrigidito come colpito dalla folgore, assistei al trasbordo del cadavere dalla barca all’ambulanza …. tra i denti che battevano dal tremito lasciai passare parole di promessa che salivano dal cuore, chinatomi infine su quel capo grigio, posai un bacio tra quei capelli che erano così fini e profumati quanto l’erba nuova dei prati in ogni primavera.”

Si riaffacciò alla vita artistica dal 1927, partecipando alla prima mostra del gruppo del Selvaggio, a Firenze, in un periodo segnato dalle frequentazioni nell’ambito di Strapaese e dalle nuove amicizie con i giovani scrittori Romano Bilenchi e Vasco Pratolini.

Si avvicina a quella tendenza denominata Strapaese che voleva porre l’accento dell’arte sugli elementi caratteristici di ciascun luogo.  Volendo trasporre una certa autarchia anche nell’arte italiana, il gruppo di artisti che si rifaceva a questa tendenza proponeva paesaggi masacceschi o personaggi umili portatori di onestà e ordine. Molti di questi artisti criticavano apertamente la svolta dittatoriale e reazionaria del Fascismo sottolineando gli elementi autoctoni contrapposti a ciò che giunge dalla città, la conoscenza della campagna, della gente contadina, semplice, dell’orgogliosa tradizione campagnola mista alla fierezza della gente toscana del contado che ha oscura certezza di una natia autorità culturale, di una antica tradizionale aristocrazia.

Vasco Pratolini, dando alle stampe nel 1978 le poesie e le prose del 1930-1944 ( Il mannello di Natascia), nel poema in versi liberi A Rosai, del 1944, ci offre un altro ritratto emblematico e potente di lui e della vita:

A ROSAI

1.
Fu in quel tempo, o Lunghino,/ portavi il pizzo, nessuno
se ne rammenta più, io solo.
La giacca appesa agli omeri/ era l’ultima vela del teppista
in te contro te radicata/ sulle spalle d’atleta ingobbito.
E la tua storia già tutta vissuta/ i suoi fatti la sua resurrezione
e il segno azzurro del valore/ e la nera divisa della morte
e l’oltremare i gialli i verdi/ restituiti per eterno veri
al Giramontino romito/ al dirupo della Casaccia
dove il fiume è rissoso, quieto
soltanto nell’umbratile fermezza dei colori.
2.
Era l’età che la tua arte,/ Mago, la tua persona
vedeva fatte stendardo, ariete/ d’angelici sodàli cui gioventù
per sua stessa follia traditrice/ tradita, da ribelle/ si eleggeva pretoriana.
E un grido calcareo/ trovò la tua solidarietà/ il tuo caldo stupore
la sera ventosa di Bellosguardo.

Gli anni Venti e Trenta, gli anni di Strapaese, avevano significato per lui un recupero di semplicità, piena di sanguigno vigore, e  lasciano il posto, nel dopoguerra, al desolato squallore di un universo pittorico che non sembra trovare sollievo neanche nella fede, quando  mette in scena una sacra rappresentazione di raggelante forza espressiva. Scrive Vasco Pratolini ricordando quel periodo:

Nessuno mai
saprà, io solo, l’alba
nera e celeste sopra le nostre
case di Toscanella
e il tuo viso allupato
di mistero di sfida
figgersi sul tabernacolo
del Canto ai Quattro Leoni
la tua mano dall’unghia
luciferina aprirsi solenne
nel segno della croce.

aaa rosai giocatori di toppaNacquero in quegli anni i nuovi capolavori di alta espressività, in particolare Suonatori (1928), la grande versione dei Giocatori di toppa del 1929, alcune vedute urbane di masaccesca  severità, vari ritratti.

I personaggi rosaiani, in particolare, esprimevano una radice plebea dichiaratamente toscana e insieme risentimenti anarchici, umori sentimentali patetici e rivoltosi, oltre la cronaca: omini seduti all’osteria, in piedi o appoggiati a un muro, erano per l’artista modelli di una umanità barbarica, fuori dal tempo sebbene ambientata nei vicoli più umili di Firenze fra il Carmine, Santo Spirito, San Frediano, raffigurati  con sconcertante essenzialità aspro realismo, violento, con una tavolozza terrosa e asciutta. È il periodo post-futurista, caratterizzata dal ritorno all’ordine, dove a emergere sono i volumi, i contorni nitidi e il colore ricco. In particolare, l’uso dei volumi e dei colori di Rosai si ispira fortemente a Cézanne.

Rosai si dedica all’osservazione degli umili e alla descrizione di scene di vita quotidiana, improntate al tipico populismo toscano. Gli  “omini”, sono i miti personaggi di un piccolo mondo che si svolge sempre uguale a se stesso, quasi fuori dalla storia. Ritrasse ripetutamente durante il Novecento panorami cittadini fiorentini mostrandone l’essenza, interpretandone l’eleganza, fotografando un’epoca e i personaggi che la caratterizzarono.

La tela Il concertino ad esempio rappresenta il gruppo di musicisti che si esibivano in uno dei più noti ritrovi fiorentini, il caffè Paskowsky. È infatti tipico di Rosai trasferire i protagonisti delle sue scene in un’atmosfera indeterminata e malinconica, in cui il realismo sfuma nel fiabesco con toni prevalentemente scuri, la luce smorzata, il disegno espressivo. Nel 1930 vede la luce anche Via Toscanella: sulla copertina un disegno che riproduce, attraverso la tecnica del collage, l’insegna della via sul muro e la scritta, in inchiostro rosso, ‘W Ottone Rosai’.

30145615502Via Toscanella è a pochi metri da Piazza Pitti a Firenze. Appartata, quasi nascosta, lontana dal via vai di turisti che si accalcano poco più in là per ammirare il maestoso palazzo che fu  residenza del re d’Italia quando Firenze era la capitale del paese. E proprio dalla finestra del suo studio, che si affaccia su via Toscanella, ha ritratto la quotidianità della vita di quel microcosmo ricco di umanità e di storia.

Le brevi prose di Via Toscanella segnano la profonda distanza che le separa dall’ atmosfera del libro d’esordio, con un recupero, da parte di Rosai, di una dimensione poetica legata a un semplice elemento naturale : un albero, una casa, il fascino esercitato da una strada incassata tra due fila di vecchi edifici fatiscenti.

Negli anni Trenta il disagio esistenziale lo conduce a vivere in luoghi isolati, lontani dalla comunità, e la sua pittura si carica di collera e di pessimismo; i suoi autoritratti delineano una figura di artista tormentato e dolente. Nel  1932 arriva la sua consacrazione a pittore di primo livello con una personale nella sua città. Fanno seguito numerose altre esposizioni in altre città, fra cui Milano, Roma,Venezia. Nel 1939 viene nominato professore di figura disegnata al Liceo Artistico, e nel 1942 gli viene assegnata la cattedra di pittura all’Accademia di Firenze.

Dopo l’8 settembre 1943, Rosai viene fatto oggetto di una brutale aggressione, questa volta da parte degli antifascisti che vedono in lui un sostenitore del regime e ignorano le umiliazioni dovute alla sua omosessualità che aveva subito dai gerarchi. Omosessualità evidente anche nei suoi scritti, che tenterà di mascherare con un matrimonio. I suoi nudi maschili, crudi, muscolosi,  legnosi ed antiretorici, sono quelli di ragazzi proletari, che oltre ad essere i suoi modelli, sono anche i suoi amanti.

«Non so rendermi conto
nemmeno io di cosa ci fosse in te,
nei tuoi occhi, nella tua voce,
su tutta la tua faccia e il tuo corpo bellissimo…
ma ti confesso che da quando ti vidi,
tutto cambiò in me
e un desiderio grande di amare le cose,
il cielo, Iddio tutto, nacque nel mio animo
e avrei voluto che tu
mi avessi seguito in questa ascesa…»

(Dedicato a Valentino – Ottone Rosai – 1930)

Il critico d’arte e scrittore Giovanni Testori scrive:  “In questi “nudi” Rosai è più grande dello stesso Sironi. (…) Ma ci vuole coraggio. Una mostra di “nudi” di Rosai significherebbe, ad esempio, legarlo alla sua omosessualità, ma coloro che potrebbero allestirla hanno paura di questo”

Nel 1951 vede la luce per Vallecchi il Vecchio autoritratto che raccoglie la trilogia Il libro di un teppista, Dentro la guerra e Via Toscanella, oltre a un paio di prose giovanili apparse su ‘Lacerba’, con prefazione di Carlo Bo.

    1. Parronchi che gli fu amico scrisse: “Dalla più alta e più austera tradizione ecco nascere allora l’incolto, torbido, violento Rosai, ma capace di lampi d’intelligenza profonda, di generosità incondizionate, di cristiano slancio di pentimento e d’ umiliazione, ecco sorgere e giganteggiare il medievale Rosai: uomo se mai ve ne furono del suo tempo, in attrito col quale venne affilandosi il taglio del suo lapis e la carezza del suo pennello”. E bisogna pur far cenno alla “stroncatura” di Cesare Brandi che delle opere di Rosai ebbe a dire del “chiaroscuro riempitivo e pleonastico, inquinato da falsa atmosfera di Soffici, sicché ha aggiunto all’equivoco di un plasticismo descrittivo e non ritmico, quello di un presupposto atmosferico del tutto estraneo ai dati dell’immagine”. Ottone Rosai è morto ad Ivrea a causa di un infarto, mentre allestiva una mostra, (centro culturale Olivetti) nel 1957. In occasione del suo funerale il poeta Carlo Betocchi vergò queste righe accorate: “ Una grande stagione di poesia è finita. E la morte di Rosai è una di quelle a cui si addirebbe il lamento di Lorca per la morte del torero” e il poeta Umberto Bellintani che lo frequentò insieme agli amici fiorentini, in quell’occasione scrisse Alla memoria di Ottone Rosai:

Ottone, anch’io/ umilmente ti vissi- quella notte Con gli amici poeti ad una cena,/ e più oltre nella notte, oltre il chiu/ di piazzale Michelangelo/ Parronchi/ era andato non so a un suo amore… Ottone anch’io /umilmente ti vissi ( ti trovammo/ che toccavi le tele e il pianoforte D’altra volta risuona e nei tuoi occhi/ c’era il cuore del buono,…e una stanchezza Che adesso che sei morto mi fa dire/ che già allora tu avevi/ cominciato a morire).

Maria Grazia Ferraris

 

Bibliografia.

Alessandro Parronchi (a cura di), Rosai oggi : venticinquesimo anniversario della morte, 13 maggio 1982, Firenze, Galleria Pananti, 1982.
Ottone Rosai, Lettere : 1914-1957, a cura di V. Corti, Prato, Galleria d’arte moderna Falsetti, 1974.
Vittoria Corti, Testimonianze su Ottone Rosai, Firenze, Giorgi & Gambi, 1998.
Stefano De Rosa (a cura), Ottone Rosai: dalla stagione futurista agli anni maturi : Fiesole, aprile- 2003, con il contributo di Silvana Fei Doninelli, acquarelli (1933-1956). Catalogo mostra 2006.
O. Rosai, Il libro di un teppista, 2010, Vallecchi
O. Rosai, Vecchio autoritratto, Vallecchi, Firenze 1951
P. C. Santini, Ottone Rosai, Centro culturale Olivetti, Ivrea 1957
Pancera M. , La morte assurda di Ottone Rosai, 2003 Acquaviva.
Ottone Rosai, Ardengo Soffici ,Carteggio (1914-1951)Ascondita, 2010
Firenze e Rosai. La città e il suo pittore – Rosai Ottone, ed. Pontecorboli
I. Montanelli, Quel tipaccio scorbutico di Ottone Rosai, in “Il corriere della sera”, 3 luglio 2001

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