L’Egitto poetico di Vittorio Sereni, a cura di Maria Grazia Ferraris

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Nefertiti

Il viaggio culturale- esplorativo più significativo di Vittorio Sereni in Egitto risale al lontano 1973, dieci anni prima della morte. Ne abbiamo testimonianza in Stella Variabile, l’ultima sua pubblicazione, in cui il poeta raccoglie le poesie legate a quella esperienza straordinaria di viaggio. Le poesie sono: Muezzin, che dalla torre più alta, a Luxor, nella notte invita a credere nella grandezza di Allah, Un tempio laico, dalla Valle delle regine, nell’antico Egitto della sponda orientale del Sahara, dove tutto si tinge del colore dorato della sabbia, Villaggio verticale, così come appare sul costone di fronte quasi come un taglio di luce tra le rupi fingendosi, coi suoi quattro sassi abbandonati, un’acropoli,e Rimbaud ( scritto su un muro), pure da Luxor . Un Egitto fascinoso poco turistico. A Nefertiti, la grande sposa reale del faraone Akhenaton (1351 a.C. – 1334/3 a.C.), di cui sulla stele di confine di Akhenaton si legge : «Gradevole a vedersi, bella come le Due Piume, signora di gioia, dispensatrice di grazia, che dona felicità a chi ode la sua voce » che affiancò il marito nella grande ma effimera rivoluzione religiosa, la quale cercò di imporre il culto dell’unico dio Aton, il disco solare, (scelta che causò per circa un ventennio stravolgimenti all’interno della antica religione egizia e alcuni disordini politici, con rivolte fomentate dal clero di Amon e un’imminente crisi dinastica), Sereni dedicherà un Madrigale:

Dove sarà con chi starà il sorriso
che se mi tocca sembra
sapere tutto di me
passato futuro ma ignora il presente
se tento di dirgli quali acque
per me diventa tra palmizi e dune
e sponde smeraldine
e lo ribalta su uno ieri
di incantamenti scorie fumo
o lo rimanda a un domani
che non m’apparterrà
e di tutt’altro se gli parlo parla?

In Il sabato tedesco aveva chiosato: “ Almeno questo ci ha insegnato il tempo che stiamo vivendo che la bellezza, posto che esista ed abbia un senso il suo nome, non sta di casa in nessuna parte specifica (nemmeno lei , Nefertiti, tanto che non so ancora dove indirizzarle questa lettera, se al Cairo o a Berlino o a Parigi), non è individuabile né localizzabile, salvo rintracciarla nella forza di coesione, nel vischio istantaneo e presto deperibile che a volte lega ingredienti di per sé insignificanti disseminati un po’ dovunque…”. Del desiderio di questo viaggio aveva parlato con Pietro Bigongiari, l’amico toscano, coetaneo, amico di antica data, di lunghe frequentazioni giovanili , quando “ per farsi compagnia un fiorentino veniva a Milano e un milanese veniva a Firenze…ed erano cose che incidevano \sottilmente nel profondo dell’animo dell’uno e dell’altro col pudore e a volte il distacco che un’area poetica chiede talvolta…”. Con il confidente amico di viaggio Bigongiari si recherà anche nel 1968 in Valchiusa, in visita a René Char . P. Bigongiari , aveva compiuto un determinante viaggio in Egitto, nel 1954 con gli amici di sempre, visitando Memphis, Sakkara, Luxor, El Giza, Alessandria, spingendosi fino alla Nubia (il gruppo si fermerà all’altezza della seconda cateratta, oggi sommersa dalle acque del lago Nasser), e al deserto del Sinai. Questa avventurosa traversata, ricca di echi biblici, anche dopo molti anni di distanza rappresentava per Piero Bigongiari una specie di viaggio misterico, “a metà strada tra la carte routière e l’itinerarium mentis”, da cui nascerà Testimone in Egitto. Ma, soprattutto fu per lui determinante la scoperta di quelle terre immote e remote, di quei paesi – « […] dove l’umana storia e civiltà si sono a tal punto depositate nella natura, da costituire un “testo” perfetto, tutto da leggere, ritrovando una verità già anticipata dalla ragione e dalla fantasia ». Aveva anche scritto a ricordo e commento Testimone in Egitto, in cui già emergeva la figura di Nefertiti, di cui dice: “è una figura scolpita nella pietra ma dipinta: un occhio dipinto..l’alto occhio cieco, per cui si crea una specie di strana illusione”; e quel sorriso enigmatico sembra sapere tutto del visitatore…tragicamente bella, d’una beltà straziante, la sua calma malinconica sul lungo collo, sotto la tiara azzurra, pare velato da un sogno accanto all’altro occhio vivo che non ti lascia, colmo e nero…quell’occhio simile all’occhio cieco degli abissi…” Nell’82 a Bocca di Magra, dove Sereni trascorreva le sue vacanze, gli aveva prestato appunto il libro suddetto, quasi Sereni volesse documentarsi ulteriormente in vista del futuro viaggio. Dopo la sua morte aveva scritto una poesia, L’ultima missiva, a lui dedicata e a quelle ultime confidenze e intenzioni.

Favellavi d’Egitto, volevi ritornare
a vedere dove Nefertiti
è un mare sterminato di sabbia
prima che l’ultimo khamsin
confonda le idee nel suo pulviscolo.
Mi chiedesti in prestito il Testimone.
Era la tua ultima estate, eri in quel fuoco,
cercavi la barca, la solita, a Bocca di Magra
ma-O canot immobile!- nella fosca trasparenza
il tuo lavoro complicato ti semplificava
ora non so se l’approccio o la partenza…

vale, vale ombroso amico, vale,
d’ogni altra gioventù, compresa la nostra
che ha avuto poche feste e molte sere
festive della sua disperazione.
Altro non so dirti, ma che tu su quella sabbia
che non hai ripercorso unisca i nostri diti
se incontri, e da lontano me l’additi
-e stavolta è tuo l’ indice e non trema-,
nella piaga del tempo, nella vena
che spiccia solo sangue, se ridente la
Signora dei due Paesi Nefer neferu-aton, Nefertiti,
dagli occhi ciechi che non vede il tuo
avvicinarsi circospetto a lei,
sulle rovine del tuo tempio- tra
le apocrife iscrizioni anche Rimbaud?-…

Rimbaud_thumb2Sereni infatti legge il nome di Arthur Rimbaud sulla parete di una mastaba di Luxor, sulla traccia incisa “stilato in lettere chiare su quel muro rovente” (Rimbaud / scritto su un muro); ritrova una traccia incerta e sfuggente del poeta simbolista, nel deserto, che nel tramonto sembra ricominciare a vivere di vita propria e “rilancia quel nome in un lungo brivido”. Il tema si riallaccia alla prosa in cui già Sereni accennava a Rimbaud ( Rimbaud a Lugano) in partenza per l’Egitto.

Venga per un momento la fitta del tuo nome
La goccia stillante del tu nome
Stilato in lettere chiare su quel muro rovente
Poi mi odierebbe
l’uomo dalle suole di vento
per averci creduto.

Ma l’ombra volpe o topo che sia
frequentatrice di mastabe
sfrecciante via nel nostro sguardo
irrelata ignorandoci nella luce calante…

Anche tu l’hai pensato.

Sparito. Sgusciato nella sua casa
di sassi di sabbia franante
quando il deserto ricomincia a vivere
ci rilancia quel nome in un lungo brivido.

Ricordi lontani e inquieti. La suggestione esercitata da quella scritta, ha accompagnato Sereni, lo dice lui stesso, per il resto del viaggio: un’ombra ostinata da cui si sentiva seguito, o preceduto. Racconta: “Tornavo a Saqqara dalle parti del Cairo, dove ci sono le decrepite mastabe, più antiche delle piramidi, abbozzi di piramidi a tutti note: cadenti in un misto di pietre e sabbia, quasi informi, sul punto di disfarsi. Guizzò via nell’ora del tramonto, dall’una all’altra rovina, un essere caudato, s’imbucò. Spaventato, oppure schivo della nostra presenza? O piuttosto estraneo a questa, vivo in tutt’altra sfera? In ogni modo il nesso tra l’episodio di Luxor e quella fulminea apparizione e scomparsa fu immediato e ne serbai a lungo il ricordo.” Certezza del passaggio del poeta ‘maudit’ da quelle parti non ce n’era, ma il fascino di quella scritta non perse né smalto né significato, tanto che ne nacque una poesia, e poi la ‘cronaca’ di quella … scoperta nel suo libro “Gli Immediati dintorni”. Era l’idea della poesia tipicamente sereniana, come transito tra i vivi e i morti, quasi l’espressione di una paura necessaria a riempire appunto ‘la disfatta dell’esperienza’, ‘il vuoto del Nome’ . Il tema del deserto affascina ed inquieta da sempre Sereni ( non dimentichiamo la sua esperienza giovanile di prigionia nel deserto algerino, in Diario d’Algeria) . Aveva tradotto anche un altro poeta : William Carlos Williams, il quale rievoca il sole abbacinante d’Africa, riflette i colori del deserto e la sua musica, echeggiata ne La musica del deserto con i suoi frastuoni dolci e la sua aria. Del resto il deserto, con la sua luce intensa, la sabbia, la notte immensa, i monumenti secolari della civiltà egizia, i fantasmi onirici, la memoria individuale e quella storica, l’incontro con un’altra cultura sono gli elementi che compongono il quadro nordafricano rappresentato nelle prose e nelle poesie sia di Giuseppe Ungaretti che di Vittorio Sereni con alcuni interessanti tratti comuni.

Maria Grazia Ferraris

 

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1 commento
  1. Io talvolta penso che nelle arti – ma più in letteratura – un caporione, dopo una notte insonne o naufragata in sogni ìncubi, la mattina si svegli e non sapendo altro fare o altro dire, si metta dentro sé come in un tempio, in trono, a concionare che l’autore del libro ancora intonso che ha dimenticato lì da canto la sera, è indubitabilmente un artista geniale. E lo scrive. Ed altri che leggono il suo verbo, che per essere il suo verbo deve di necessità essere autorevole e quindi indubitabile e assoluto, si mettono di lì in poi a dire che quell’autore è un genio indubitabile e assoluto. Ma senza leggerlo. Dicono che lo ha già letto il caporione e non c’è nessuna necessità di leggerlo per dire che è un genio, perché lo ha già detto lui e così basta. Ed altri, dopo di loro o intorno a loro, che hanno fin dimenticato o non lo han mai sentito nominare il caporione, dicono la stessa cosa dell’autore geniale, perché tutti così dicono, senza mai leggerlo E se pure lo leggono, per loro come per tutti anche gli sfondoni hanno valenza geniale, caro Sereni! Vittorio!… Ma non ce l’ho con te, mio carissimo! Né con Maria Grazia, che ha ragione, ragionassima! Per carità! Non mi cacciate! accoglietemi nella vostra bontà! Da me stesso riconosco d’essere un poveretto senza cervello e senza rispetto, né per me stesso né per i geni che mi stan sopra, davanti a cui il sottoscritto passando mai dimentica la dovuta riverenza!

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