Lodovica San Guedoro, “Le memorie di una gatta”, Felix Krull Editore – 2018

9783939901228_0_0_300_75Quello che vedete è un libro che mai avrebbe potuto essere scritto da un cane. Perché il fedele amico dell’uomo (o della donna) saprà forse proteggere la casa, fiutare le tracce di una volpe oppure riportare un bastone gettato lontano – ma, proprio per questa sua attitudine ad obbedire ed eseguire, gli vengono a mancare quell’indipendenza e quell’autosufficienza, ma sì anche quella sovranità, che rendono possibile l’atto creativo. Noi gatti, invece, oltre ad affezionarci ad un essere umano al punto di gioire e soffrire intensamente con lui, sappiamo anche come mantenere la freddezza e la distanza che ci vogliono per dare forma alla materia. 

 

Comincio … poi si vedrà

Malgrado le proverbiali doti funamboliche della nostra specie, è difficile anche per un gatto cominciare tutt’in una volta a scrivere, quando non lo ha mai fatto prima. E per di più alquanto tardi. Ma io non la prendo così sul tragico. Se ci saranno errori di grammatica nel mio testo, confido che qualcuno li correggerà. Se ci saranno errori di pensiero, mi dico, si troverà qualcun altro che parimenti li eliminerà. E poi la stessa Storia della Filosofia, che è una cosa importantissima e gigantesca, anche se ormai non interessa più nessuno, non è una successione pressoché senza respiro di errori, di errori che ogni nuovo Filosofo tenta di correggere nel suo predecessore e che il suo successore tenta di correggere in lui? Comincio a scrivere, quindi, sicura di farla franca: perché, se sbagliano in continuazione i più sapienti e dotti fra gli uomini, non si dovrebbe avere indulgenza per un semplice animale che non nega di essere tale? Ma anche a proposito dell’età avanzata, che vede nascere di punto in bianco la mia esigenza di scrivere, mi sono preparata un argomento, e tanto vale che lo tiri fuori: non si danno, oggi, fra gli uomini tanti esempi di vocazioni letterarie, per così dire, ritardate? Chi comincia a scrivere a quaranta, chi a cinquanta, chi a sessanta, chi a settanta, chi a ottanta. Perciò oggi si assiste ad un fenomeno nuovo e degno di nota nella Storia della Letteratura: a scoprire di aver tanto da raccontare sono le persone mature e con i capelli brizzolati, preferibilmente le casalinghe dopo i quarant’anni, quando contemporaneamente sono rimaste sole in casa e la loro saggezza è aumentata fino a traboccare e, per così dire, non riescono più a tenerla per sé e devono vuotare per forza il sacco. E non sono anch’io una donna? Non sono anch’io un’esponente del bel sesso? Cos’ho meno di loro?… Ho fatto figli anch’io, li ho cresciuti, li ho mandati a scuola, a lavorare … E ormai sono libera, libera di riflettere e di vivere per me stessa. Non so perché – e non me ne vanto, ci sto solo pensando su in questo momento – ma a noi è sempre venuto spontaneo muovere molto la lingua, far fluire le parole, a noi è sempre venuto più facile aprirci e parlare. E’ un’arte, questa, che abbiamo sempre posseduta, ma che oggi può fruttare, come si dice, il quattrino. Anche se ho già quindici anni, sono poi di umore più che mai vivace, tale comunque da dare punti a parecchie gatte molto più giovani di me, che spesso sono di umore malinconico, forse perché ancora non hanno messo a fuoco quanto valgono le loro doti di carattere ed umorismo e fantasia e così via … Questo umore vivace discende, certo, in parte anche dalla dieta che mi somministrano i miei padroncini: macinato fresco tutti i giorni, erba di vaso, latte biologico. Per fare un quadro esauriente, devo menzionare, però, anche le prolungate pennichelle, le carezze costanti, il buon calduccio dell’appartamento, il soffice cuscino di penne d’anatra che costituisce il mio giaciglio personale … più i tanti posticini secondari e quelli occasionali, che riesco via via ad accaparrarmi nei vari angoli della casa e nelle varie stanze, appena si presenta, appunto, l’occasione. Quelli che più concupisco e apprezzo, per i quali ho un vero e proprio debole, sono il cuscino a strisce verde pallido e righine oro della poltrona, dopo che ci è stata seduta sopra la padroncina e lo ha ben bene intiepidito, e, lo confesso, il letto, sempre della mia padroncina, sul quale è stesa tutto il giorno una copertina azzurra inglese, morbida e invitante, più dolce e delicata del pelo di un gatto persiano, tra le cui maglie sogno notte e giorno di conficcare le unghie: dev’essere … è delizioso … Mi sono corretta, in quanto mi sono improvvisamente ricordata che una volta m’è già riuscito di farlo, quando i padroncini non c’erano e avevano dimenticato la porta aperta, mi sono proprio deliziata, e loro non se ne sono accorti, per fortuna. Perché, così come mi accarezzano volentieri in certi momenti, in certi altri, non so perché, scatta in loro, fulminea, una rabbia fortissima, che può avere brutte conseguenze per me, e allora non mi rimane altro da fare, in quei drammatici frangenti, che fuggire a rotta di collo con le orecchie all’indietro – probabilmente per ridurre l’attrito con l’atmosfera – e andarmi a nascondere in un posto irraggiungibile, che conosco solo io: lì, poi, me ne sto acquattata senza quasi respirare, col cuore in gola e le labbra secche, finché non è passata la burrasca. Certo, ne soffre un po’ la mia dignità e mi spavento anche a morte, non so in quei momenti cosa può succedermi, ma poi passa, e loro tornano di buon umore e io, grata per lo scampato pericolo, e anche per ingraziarmeli per il prossimo futuro, dopo essere uscita con aria distratta dal nascondiglio, mi strofino quasi subito, facendo le fusa nel modo più amabile, contro i loro stinchi – prima dell’uno, poi dell’altra – e infine, per ristabilirmi completamente, corro alla ciotola del latte. Noi gatti abbiamo, è mia convinzione, molto più savoir-faire degli esseri umani e questo si dimostra non solo in una circostanza come quella che ho appena descritto, si dimostra di continuo: quando c’è da ottenere o trarre vantaggi e quando c’è da sistemare situazioni critiche, quando c’è da appianare liti e quando c’è da far dimenticare malefatte, quando c’è da far scomparire malumori dalle fronti aggrottate e … Con una sapiente miscela di mossette, gobbette, tremolìi di coda, passettini, occhi pietosi, miagolìi strazianti, otteniamo doppie porzioni, se il pasto è in ritardo; con una strofinatina cordiale e affettuosa degli stinchi appunto, mostriamo tutta la paciosa bonomia del nostro cuore e volontà di passare sopra all’accaduto, se ci sono stati incresciosi attriti; quando abbiamo torto, quest’astuzia ci concilia l’animo dei padroncini e strappa loro un sorriso; quando il torto è loro, chiudendo un occhio e facendo credere di aver riconosciuto che è nostro, calmiamo notevolmente i loro spiriti in ebollizione, plachiamo la loro coscienza inquieta e lasciamo intatta la loro convinzione di esserci moralmente superiori: la qualcosa, prima o poi, ci porterà altri vantaggi. Assecondarli, circuirli, fare le viste di accettare le loro condizioni, insomma, tenere in pugno il timone, lasciando credere di essere loro a decidere la rotta, comandarli con apparenza di servirli, è la nostra divisa infallibile. O pressoché … Perché a volte i loro animi sono avvolti dalle spire di una tale follia, che è inutile darsi da fare, allora è molto più prudente assistere all’infuriare della tempesta da una posizione di neutralità e di distanza. E’ piuttosto improbabile, perciò, che commettiamo errori diplomatici, che poniamo il piede in fallo, come si usa dire, sullo sdrucciolevole pavimento della diplomazia. Questo anche perché, diciamola tutta, oltre alla nostra istintiva avvedutezza, che ci fornisce il miglior radar per cogliere l’opportunità e colpire al momento giusto, e al di là del largo impiego nelle trattative del nostro fascino irresistibile, al cui amo gli uomini abboccano fatalmente come pesci, possediamo una profonda saggezza di vita, una saggezza in parte innata e in parte acquisita, credo. Ed è questa, in ultima analisi, che dirige le nostre azioni. […]

Lodovica San Guedoro

 

 

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