Come Roma, la città dove nasce e sempre ritorna, la poesia di Federica Taddei accoglie il Soave e il Terribile in un’unità che non elimina le contraddizioni. Ma c’è un altro tipo di unità che caratterizza la raccolta, quella che precede l’individuazione. “Il mio presente nel suo abito bianco / non distingue qual è la sua misura” scrive l’autrice. E infatti il suo libro sembra a volte un brodo primordiale di coltura poetica, un baule caleidoscopico in cui non si è ancora messo ordine, escluso ed eletto, e quindi tutto sembra ancora possibile. È come se la Taddei non avesse ancora scelto se accostarsi a un Luzi (con le sue allegorie oratorie e diafane), un Ripellino (con le sue fantasie sontuose), o una Cavalli, ai cui quadri fisiologico-esistenziali si accosta, e si accosta bene, nei versi di Riposo: “Il dorso a terra le gambe lungo il muro / il sangue all’incontrario / sono un angolo retto, abusivo, il quinto della stanza, / che diventa così pentagonale. / Come un triangolo senza ipotenusa / o il margine di un quadro da smontare / nel mezzo di un trasloco frettoloso. / Mi riposo, divento popolare”.Può darsi che all’autrice sia necessario scegliere e potare, anche per evitare derive che forse non sa governare ancora con i giusti mezzi; ma già così, in questo stato liquido, la sua mi appare una delle prove poetiche più interessanti di questi anni.
Matteo Marchesini
ALCHIMISTI
Per imparare
dovevo stare vicino alla parete
traslucida brillante, le lunghe venature
simili a dita scivolate sul dorso dell’amante.
Percepire la forza intransigente della materia
quando si trasforma,
stare vicino, assimilare e diventare altro
e poi stare
come fosse lo stare, anche la pausa anche
l’attimo escluso, un fluire armonioso,
il risuonare dell’argento puro
se sparge la sua voce.
Quello è il suono profondo dello spazio.
Il vibrare del tempo sorpreso mentre ruba
e viene spinto
contro il fianco di quarzo trasparente,
di manganite pura.
E noi ascoltiamo invasi circondàti
e ci inebriamo
pensando a un’altra vita in cui diventeremo
materia nuova che sa ancora mutare
e in segreto, in segreto ricrearsi
RITRATTO A CARBONE
Luglio assorto, velato dal calore
occhi tenuti a bagno nell’aceto di mele,
l’uomo chiede al bicchiere
dall’aria solidale
un esito finale alla giornata, la sete morde
non gli darà tregua.
La tavola rotonda e solitaria,
il boccale di Camelot
che gli porta sostegno,
nella notte supina la guerra delirante contro il nemico
celato nel legno
del ponte levatoio…
Sopra il corpo estraniato, evaporato
come mosto al sole,
l’alba pietosa dalla lingua di menta
disegna a terra
la traccia dei suoi passi
da vero disertore.
REGALO GIAPPONESE PER L’AMICA
Nel temporale l’odore della menta,
esplode dentro al pozzo come un vino
speziato, adamantino.
Guardi vita con la coda dell’occhio:
si è messa di profilo,
facendo finta di pensare ad altro;
ma è perfettamente concentrata su di te:
sa che è stata onorata…
anche nell’errore.
Stai consumando la linea del tuo tempo
espiando persino il tuo dolore,
come tu ritenessi un privilegio
l’averne constatato l’efficienza,
l’opera ostinata.
Il tuo giardino chiuso tra le case,
dopo i bianchi vapori della pioggia
mostra le sfumature del facile geranio
dell’orchidea carnosa
così uguale ad un bacio dannato, della
peonia che frena il suo clamore…
Nessuno ci ha invitato
a questa cerimonia del colore
ma si è trasfigurata sul tuo viso,
ne ha illuminato i tratti
ti ha rubato…
RIPOSO
Il dorso a terra le gambe lungo il muro
il sangue all’incontrarlo
sono un angolo retto, abusivo,
il quinto della stanza,
che diventa così pentagonale.
Come un triangolo senza ipotenusa
O il margine di un quadro da smontare
nel mezzo di un trasloco frettoloso.
Mi riposo, divento popolare.
Federica Taddei
Federica Taddei vive a Roma e lavora nel giornalismo. La prima pubblicazione, del 1987, si chiamava Favole e tavole, brevi racconti,finzioni di favole per bambini e invece erano dirette ad un pubblico adulto. In poesia ha pubblicato Distanze (Manni, 2004); La stanza dei fiori (Lietocolle, 2008), Quaderno della danza (Manni, 2010) e Mistral (Pendragon, 2013), Ha collaborato a «Panorama» e pubblicato su «L’immaginazione», rivista letteraria edita da Marmi, e su «Bologna incontri», nella pagina curata da Roberto Roversi.
… rileggendo adesso queste poesie di Federica Taddei mi è venuto in mente un monito che avevo rivolto a un poeta romano di indubbia bravura, però nel mio scritto non c’era alcuna volontà di indirizzargli una remora quanto di sollecitarlo ad una repechage dell’emozione sepolta, nel senso che lì è la poesia, nel ripescaggio di quell’emozione seppellita e dimenticata. Infatti, così scrivevo:
È che la scrittura poetica non può essere ridotta a «episodio», pur se dell’«episodio» ha tutte le caratteristiche, anzi, si presenta come rappresentazione di un «episodio», senza esserlo, senza volerlo in alcun modo rappresentare o legittimare. È che la migliore poesia che si fa oggi è priva di scrittura critica, non c’è più un linguaggio critico che può sostenerla, perché anche quel linguaggio è stato esautorato e defenestrato dagli idiomi di accompagnamento che sembrano così ben scritti da fare invidia ad un critico intonso; non sapremmo neanche quale linguaggio impiegare per questo tipo di poesia, che non appare né troppo «in» né troppo «post», è una scrittura che sta a mezzo, né di qua né di là, una scrittura impigrita da un eccesso di letteratura, una scrittura che ha abolito ogni strascico della antica nobiltà denominativa. Opino che certa manutenzione negligente del verso la può fare soltanto chi ha il verso nel proprio registro di classe, quasi una pigrizia dello stile